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Il rapinatore di classici, Montaigne.



di Francesco Panaro Matarrese

Alcune delle cinquantasette sentenze fatte iscrivere sul soffitto

Alcune delle cinquantasette sentenze fatte iscrivere sul soffitto




Eccolo nella Torre del suo castello, Montaigne. La finestra aperta dalla quale si affaccia per nutrirsi della vista delle sue oche, delle sue anatre. La sua voce silente sembra salire da dietro il migliaio di libri della biblioteca: «Quando gli uomini si riuniscono, le loro teste si restringono».
Montaigne era un saccheggiatore raffinato di citazioni. «Se leggeva – scrive Pietro Citati in questo denso scritto di venti anni fa –, piluccava ora un acino ora un altro: ora tre versi ora una frase; e specie quando frequentava il meraviglioso Plutarco, come poteva fare a meno di rubargli una coscia, o un'ala? La citazione splendeva come una gemma; e insieme creava un sottofondo ricco e delicato, lontano e ardito, dietro il suo discorso in primo piano. […] La frase altrui entrava nella sua, e la sua nella altrui: la tarsia si insinuava nella tarsia vicina; Lucrezio e Seneca diventavano la sua carne e il suo sangue. "Le api saccheggiano fiori qua e là, ma poi ne fanno il miele, che è tutto loro; non è più timo né maggiorana"». Adora Socrate, il dilettante sprovvisto di conoscenze precise che rifuggiva per noia tutto ciò che era scolastico…
Quella che segue è la recensione ad un’edizione degli Essais di Montaigne pubblicata più di vent’anni fa. Superate, se volete, quelle righe che all’epoca erano obbligatorie. Anzi, se preferite, saltatele a piè pari. Oppure prendetele come consiglio per orientarvi nella scelta della vostra prossima lettura, per aggiungere un libro alla libreria della vostra personale Torre. 



NELLA TORRE DI MONTAIGNE
Di Pietro Citati

Molto tempo fa, un amico mi disse che conosceva un solo modo di leggere Montaigne. Lo leggeva d'estate. Ogni pomeriggio prendeva la sua vecchia edizione in tre volumi: una di quelle edizioni dove il testo non porta il segno delle stratificazioni successive che l'hanno formato; e andava sotto un pino o un tiglio, presso un piccolo fiume. Era il suo locus amoenus, dove anche gli antichi leggevano i loro poeti. Credo che il mio amico avesse torto. Mi sembra che il solo luogo dove si possa leggere Montaigne sia una biblioteca: possibilmente una di quelle grandi biblioteche cinquecentesche o secentesche, che ornano i palazzi aristocratici e le abbazie di tutta Europa.
 
Le librerie salgono verso il soffitto altissimo: intorno gallerie serpeggiano, si elevano, si insinuano, portando ai diversi scaffali; e il legno, levigato e ammorbidito dal tempo, conserva il chiaro e l'oscuro, il compatto e il nodoso degli alberi – olivo e noce, quercia, rovere e olmo –; così che il lettore, seduto col libro in mano, crede di essere avvolto da una foresta lussureggiante, di cui anche i libri fanno parte. Montaigne aveva la sua biblioteca al terzo piano di una torre. Seduto al tavolo, vedeva con un solo sguardo i libri, schierati in cinque file, pronti a essere sfogliati se l'assaliva un capriccio o un'inquietudine.
 
Ne aveva quasi mille, dei quali ce ne sono giunti settantasei, col suo nome e talvolta le sue annotazioni. Aveva Cesare e Plutarco, Terenzio e Lucrezio, Plotino, Filone e Petrarca, l'Historia del descubrimiento de la India di Lopez de Castaneda, i Dialoghi di amore di Leone Ebreo, le opere di Erasmo, di Poliziano e di Dionigi d'Alicarnasso, il De Odoribus di Teofrasto, la Cosmographie universelle del Munster, Il catechismo di Bernardino Ochino. Dai mille libri estrasse cinquantasette sentenze: le fece iscrivere sulle travi del soffitto, in modo che proteggessero o deridessero dall'alto il suo lavoro di commentatore. "Tutte queste cose, con il cielo e la terra e il mare, non sono nulla a paragone della somma totale di tutte le somme" (Lucrezio). "Non comprendo" (Sesto Empirico). "Dio non vuole che altri sappia al di fuori di lui" (Erodoto). "Tutte le cose sono troppo difficili perché l'uomo possa comprenderle" (Ecclesiaste). "La vita più dolce è non pensare a niente" (Sofocle).
 
Undici sentenze appartenevano all'Ecclesiaste, il libro prediletto dagli scettici mistici, o dai mistici scettici – la razza più amabile della terra –; ma la maggior parte di esse sono false o manipolate, perché l'instancabile mistificatore amava talmente l'Ecclesiaste da reinventarlo a suo modo. La biblioteca aveva tre grandi finestre, "di ampia e libera prospettiva", dalle quali entravano i soffi dei venti, i raggi di sole, i riflessi delle nuvole, gli odori degli alberi, e, due volte al giorno, il suono dell'Ave Maria. Se si affacciava alla finestra, vedeva il castello, la corte, il pollaio dove le galline, le oche e le anatre si preoccupavano di nutrire la sua esistenza; e più lontano le colline del Périgord, dove lo sguardo si perdeva quasi all'infinito. Montaigne scrisse molte menzogne: forse la parola non è esatta; riempì il suo libro di mistificazioni, giochi ironici e autoironici, piccole scene teatrali recitate insieme da lui e dal lettore immaginario, che abita gli Essais come una presenza segreta.
 
Certo la più grande, fra queste menzogne o mistificazioni, fu quella di non possedere memoria: "non ne riconosco in me quasi traccia alcuna, e penso che non ve ne sia al mondo un'altra tanto straordinaria per la sua debolezza". Dicendo così, voleva difendere la naturalezza, la semplicità, la franchezza, la fluidità, la assoluta presenza del proprio spirito, che secondo lui gli eroi della memoria non possedevano. Ma, in realtà, la memoria di Montaigne è una delle grandissime memorie dell'Occidente: come quelle di Dante, di Petrarca, di Shakespeare e di Goethe. Conservava in sé quasi tutta la civiltà classica, e parte di quella cristiana. Bastava una parola, un cenno, un'allusione. E subito tutte le parole e le immagini, tutta quella foresta-biblioteca fiammeggiante che portava nel suo spirito, risuscitavano dal silenzio offrendosi alla sua penna, come un immenso concerto di suoni e di voci umane.
 
Non era una memoria barbarica, come affermò Emilio Cecchi.

Non aveva nulla in comune con quella dei grandi artigiani ottoniani, che ad Aquisgrana ornavano il pulpito d'oro con gli avori, i cristalli e gli scacchi dell'Egitto e di Bisanzio – tesori rapinati e ostentati sontuosamente davanti al pubblico imperiale e feudale. Montaigne sentiva un vuoto o una lacuna dentro di sé, che dovevano essere colmati con la ricchezza degli altri: gli sembrava che il suo terreno non fosse capace di produrre fiori troppo splendidi. Se leggeva, piluccava ora un acino ora un altro: ora tre versi ora una frase; e specie quando frequentava il meraviglioso Plutarco, come poteva fare a meno di rubargli una coscia, o un'ala? La citazione splendeva come una gemma; e insieme creava un sottofondo ricco e delicato, lontano e ardito, dietro il suo discorso in primo piano.
 
Alla fine, ciò che era estraneo – ma nulla è mai estraneo nella letteratura – veniva assimilato: la frase altrui entrava nella sua, e la sua nella altrui: la tarsia si insinuava nella tarsia vicina; Lucrezio e Seneca diventavano la sua carne e il suo sangue. "Le api saccheggiano fiori qua e là, ma poi ne fanno il miele, che è tutto loro; non è più timo né maggiorana". Forse, dai tempi delle Confessioni di Agostino nessuno scrittore aveva posseduto un dono così superbo per trasformare la ricchezza dei libri nel ritmo nervoso e succoso della sua prosa. Non ha molta importanza se leggiamo Montaigne sotto il pino dell'estate, o nella biblioteca dell'inverno. In ogni caso, forse è venuto per tutti i lettori il momento di leggere uno scrittore che ci parla da un tempo tanto lontano dal nostro, ma con parole così incredibilmente fresche e leggere come se le avessimo sognate la mattina, prima dell' alba.
 
Tutto è pronto. La traduzione di Fausta Garavini, appena ristampata da Adelphi (due volumi, pagg. XXXV-1596, lire 39.000), è ammirevole per precisione, sottigliezza, dono stilistico. Se qualcuno desidera cimentarsi col francese di Montaigne (non è difficile) può scegliere tra l'edizione, più ampiamente commentata, a cura di Pierre Villey e V.L. Saulnier (Presses Universitaires de France); e quella, con note più rapide, a cura di Albert Thibaudet e Maurice Rat (Oeuvres complètes, Gallimard, La Pléiade). Se poi la passione per Montaigne – una passione incontenibile: per un anno, il lettore, sente, pensa, parla, scherza come Montaigne – dovesse diventare più grave, vorrei consigliare almeno due libri. Quello di Hugo Friedrich (Gallimard) è il più bello che sia mai stato scritto su Montaigne, e porta con asciuttezza robusta i suoi quarantatre anni. Il secondo è uscito da pochi mesi. L'ha scritto Fausta Garavini (Mostri e chimere, Il Mulino, p. 328 lire 34.000); e con rapide incursioni ci porta in radure o boscaglie della grande foresta shakespeariana, che avvolge ancora la Torre dove Montaigne visse, immaginò di vivere, lesse, sognò, fantasticò, scrisse, corresse, ampliò ciò che aveva scritto.
 
Nulla vorrei conoscere meglio di ciò che sta dietro le spalle degli Essais, come una presenza muta e sconosciuta. In un passo del secondo volume, Montaigne afferma che essi sono nati da "un umore malinconico, prodotto dalla tristezza della solitudine". Qualche anno fa, in uno dei suoi libri più belli, Giovanni Macchia parlò di "serena disperazione": "come può cogliere un uomo condannato a viaggiare, che sa di non dover mai approdare a nessuna terra". Ma quella disperazione fu – sempre – così serena? E la melanconia nacque soltanto dalla solitudine e dalla reclusione nella Torre? Non ci fu altro – di più inquieto, furioso e acuto? In alcuni passi degli Essais, pare di avvertire l'eco di un fallimento o di una sconfitta metafisica.
 
"Sarebbe far torto alla bontà divina – aveva scritto nell'Apologia di Raymond Sebond –, se l'universo non cooperasse con la nostra fede. Il cielo, la terra, gli elementi, il nostro corpo e la nostra anima, tutte le cose vi cospirano... Questo mondo è un tempio santissimo, nel quale l'uomo è introdotto per contemplarvi delle statue, non foggiate da mano mortale, ma quelle che il pensiero divino ha fatto sensibili: il Sole, le stelle, le acque e la terra, perché siano per noi immagine di quelle intellegibili". "Tutto quello che è sotto il cielo, è sottoposto a una stessa legge e a una stessa sorte". Il suono di queste frasi è quello delle grandi architetture filosofiche rinascimentali. L'universo è una meravigliosa catena di relazioni e di rapporti, che dalle stelle scende alle piante, alle pietre e all'uomo.
 
Forse Montaigne immaginò di descrivere questo "tempio santissimo", raccontando le "statue", le leggi, i fenomeni, gli eventi naturali ed umani; e il miracoloso rapporto che lega l'Essere e l'apparenza. Se questo è vero, anche lui credette per un istante nell' Harmonia mundi, e in una Teodicea. Se è mai esistito, questo tentativo di spiegare e di glorificare l'Armonia del mondo si dissolse come un miserabile castello di carte, al soffio del primo e fragile vento. Fin dalle prime righe, gli Essais proclamano che non c'è nulla di più "vano, vario e ondeggiante" dell'uomo e del mondo. Non esiste alcuna legge di coscienza, di natura, o di ragione. Tutto muta, cambia, fluttua, si perde, scompare, come l'acqua e il vento. Il mondo è dominato dal caso. Forse è soltanto un sogno: "noi vegliamo dormendo, e vegliando dormiamo".
 
Quanto all'uomo, quest'essere cavo, vuoto, privo di bellezza, salute, saggezza e di tutte le qualità essenziali, i suoi sensi lo ingannano miseramente. La ragione – una specie di "tintura" – è incapace di cogliere qualsiasi verità, non solo intorno a Dio ma intorno al minimo oggetto. E poi l'uomo non ha volontà né forza. Non ha persona – perché è un coacervo miserabile di frammenti. Non è che opinione – la quale varia secondo i popoli e i climi, e di uomo in uomo, e nello stesso uomo di minuto in minuto. E se infine, per cercare di cogliere qualcosa di stabile e solido, Montaigne si volge verso sé stesso, cosa trova? Nient'altro, ancora una volta, che vanità, varietà, movimento, e mistero.
 
"Io che mi spio più da vicino, che ho gli occhi incessantemente tesi su me stesso, ...a malapena oserei dire la vanità e la debolezza che trovo in me. Ho il piede così instabile e malsicuro, lo trovo così facile a crollare e così pronto a vacillare, e la mia vista così sregolata, che a digiuno mi sento tutt'altro che dopo il pasto; se la salute mi ride e la serenità di una bella giornata, eccomi amabile: se ho un callo che mi fa dolere l'alluce, eccomi corrucciato, stizzoso e intrattabile... Ora mi va di far tutto, ora niente; quello che mi fa piacere in questo momento, talvolta mi sarà penoso". Nemmeno Pascal, che leggendo Montaigne vedeva "con gioia la superba ragione così invincibilmente offesa colle proprie armi", fu così pungente. Tra tutti i nemici del genere umano – Cioran assicura che sono i suoi soli amici –, nessuno ha mai infangato la nostra presunzione, nessuno ha mai insultato la nostra figura con tale furia, piacere, estro, divertimento, ferocia, malignità, tenacia, bizzarria; e, nel fondo, con una inconcepibile dolcezza.
 
Molto al di sopra delle vanità, sta il Dio remotissimo, nel quale Montaigne crede: un Dio "sconosciuto", come quello che Paolo trovò ad Atene, senza nome, senza ragione né intelligenza, che le nostre congetture ed analogie non possono comprendere – molto simile al "Dio oscuro" dei mistici. Ci sono dei brani, negli Essais, dove l'uomo, il cieco-nato che vive nella notte, attende la grazia: "l'uomo nudo e vuoto, consapevole della propria naturale debolezza, pronto a ricevere dall'alto qualche forza estranea, sprovvisto di scienze umane e tanto più atto ad accogliere in sé quella divina, incline ad annullare il proprio giudizio per fare un posto maggiore alla fede...: un foglio bianco preparato a ricevere dal dito di Dio quelle forme che gli piacerà imprimervi".
 
A tratti sembra che la mite e fredda grazia divina stiaCorrezioni agli Essais

Correzioni agli Essais

per scendere sul foglio bianco dell'uomo, colmandolo colla sua luce, disegnandolo con le sue forme, e sollevandolo "eccezionalmente" nel regno dei cieli. Era il momento atteso dagli spiriti religiosi che leggevano Montaigne verso la fine del sedicesimo secolo – come san Francesco di Sales. Ma, negli Essais, la grazia divina non scese mai sul foglio bianco dell'uomo. Non vi disegnò nulla. Dio rimase nell'alto dei cieli, senza nomi e mani, insondabile nella sua essenza. Montaigne non diventò un mistico. Non saprei dire cosa diventò: certo non un filosofo scettico; o nessuna delle molte etichette che gli storici della filosofia amano incollare sulla fronte del più fuggevole degli scrittori.
 
In una specie di totale capovolgimento, tutte le parole di Montaigne cambiano segno: ora sono una cosa e insieme il loro contrario. Così, mentre deride la vanità, la varietà e la mutevolezza, allo stesso tempo le ama come fossero l'essenza preziosa dell'universo. Ama la natura che gioca. Ama la fantasia, il capriccio, la sorpresa, l'inventività del caso, che schernisce i nostri programmi e intenzioni. Ama il vento: "più saggiamente di noi, si compiace di mormorare, di agitarsi, e si contenta delle funzioni sue proprie, senza desiderare la stabilità, la solidità, qualità non sue". Ama l'oscillazione. Ama tutto ciò che è ombra. Ama tutto ciò che è mescolato, confuso, rappezzato, screziato: – la voluttà, che geme e muore d'angoscia. Ama l'incerto; e usa volentieri espressioni come "forse", "in certo modo", "si dice", "io penso". Ama le fugaci, incantevoli, dorate apparenze – che ci portano lontano da ogni certezza.
 
Quanto all'uomo, attrae Montaigne per le stesse ragioni per cui egli l'aveva schernito. L'uomo è discontinuo, frammentario, composto di pezzetti, ognuno dei quali va per conto suo: cambia ogni istante; non conosce la verità, ma la insegue e la caccia insaziabilmente. "Nessun intelletto generoso si ferma su se stesso: aspira sempre ad altro e va al di là delle proprie forze; ha slanci che oltrepassano le sue possibilità; se non avanza e non si affretta e non indietreggia e non si urta, è vivo soltanto a metà; le sue indagini sono senza limite, e senza forme; il suo alimento è stupore, caccia, ambiguità". Alle volte, non c'è nulla di più bello della futile opinione, – che cambia "come le pietre le quali assumono un colore più brillante o più opaco secondo la foglia del castone su cui sono poste".
 
Davanti a questo incontenibile elogio del vento e dell'acqua e della screziatura, come non immaginare che il fantastico libro scritto nella Torre rappresenti il momento taoista dell'Occidente? Montaigne non sarebbe fedele a se stesso, se non ci proponesse un altro capovolgimento. Finora ci aveva detto che non c' è natura, ma solo opinione e abitudine. Ora, tanto più intensamente quanto più si avvicina alla vecchiaia, esalta la Natura: lei, la Madre perennemente stabile e diversa, la Madre enigmatica e misteriosa, la Madre benigna, la Madre saggia e dolce che ci guida felicemente e sicuramente, che ci consola, soccorre e ci tende la mano. "Non c' è niente di inutile nella natura; neppure l'inutilità stessa; niente si è introdotto in questo universo, che non vi occupi un posto opportuno". Noi la portiamo dentro noi stessi; e se la seguiamo secondo il "precetto antico", se non ci lasciamo trascinare dalla scienza, dall'opinione e dall'artificio, non potremo sbagliare, e saremo felici. "Felicemente perché naturalmente".
 
Negli Essais, la Madre Natura si incarna nella figura di Socrate. Con una passione che via via si accresce, Montaigne adora Socrate. Non gli importa nulla delle sue idee metafisiche, che getta nell'immenso cesto dei rifiuti dove sono raccolte le follie della mente umana. Adora Socrate perché non sta mai a casa: perché va in giro, ozia, vagabonda, interroga, chiacchiera, insaziabilmente curioso degli eventi più futili e dei pensieri più sublimi. Lo adora perché è un dilettante: non possiede nessuna conoscenza e professione precisa: tutto quello che è scolastico lo annoia; tutto quello che è pesante, calcolato, convenzionale, suscita il suo sarcasmo. Lo adora perché è un personaggio da commedia: parla di asini da soma, di fabbri, di calzolai e di conciatori; parodizza gli stili; e, appena compare, la vita quotidiana si affaccia sulla pagina scritta. Gli piace la sua incantevole naturalezza, la bonomia, la semplicità, il furore dionisiaco, la incontenibile conversazione – sfacciata e vana come la sua.
 
Anche Montaigne è un dilettante: il più grande tra i dilettanti moderni; e si prende gioco di sé, affermando che le sue sono "le fantasticherie di un uomo che delle scienze ha assaggiato solo la crosta esteriore, nella sua infanzia, e ne ha ritenuto soltanto un'immagine generica e informe". "Non c'è ragazzo che non possa dirsi più sapiente di me". Nella grande biblioteca, tra un soffio di vento e il gracidio delle oche, sotto la ironica protezione delle sue sentenze, egli non fa piani né progetti. "Ora sfoglio un libro, ora un altro, senza ordine e senza disegno, come capita; ora fantastico, ora annoto e detto, passeggiando...". Sa tutto, ma quando scrive la sua penna riesce a dimenticare (la dimenticanza è madre della memoria) quello che sa. "Fra le cento membra e le cento facce che ha ogni cosa, io ne prendo una, ora per lambirla soltanto, ora per sfiorarla, ora per penetrarla fino all'osso. E vi do un colpo, non più ampiamente ma più profondamente che posso. Seminando qui una parola, là un'altra, scampoli staccati della loro pezza, slegati, senza disegno e senza promessa, non sono tenuto a trattare la questione sino in fondo...".
 
Ma, se il dilettante non possiede la conoscenza limitata e totale dello specialista, ha un immenso vantaggio su qualsiasi specialista. Ha un'esperienza diretta di ogni cosa di cui parla. Entra dentro di essa, scende nel fiume della fluidità universale: prende la cosa singola, la gusta, la assapora, la palpa con tutta la sensualità della mente e del corpo. La sua fantasia è così grande che può assaporare perfino la propria morte, oltrepassando i limiti dell'esperienza. Così il suo libro di essais (come suggerisce l'uso linguistico del tempo) è un "esercizio", un "preludio", una "prova", un "tentativo", una "tentazione", "un nutrimento", un "gustare", un "verificare", un "pesare", un "computare"; e, come è naturale, un "pericolo" e un "rischio". Con la ironica nonchalance del dilettante, Montaigne finge di sottovalutare il proprio libro.
 
Ciò che conta – ripete – è la mia vita. "Il mio mestiere e la mia arte è vivere": "Ho dedicato tutti i miei sforzi a formare la mia vita. Ecco il mio mestiere e la mia opera. Io sono facitore di libri meno di ogni altra cosa". Montaigne non ha mai scritto nulla di più elusivo. Se qualcuno, al mondo, fu facitore di libri, questi fu Montaigne; e in modo assoluto e quasi commovente. Ci sono grandi poeti che scrivono un libro, e lasciano che la loro esistenza corra per la sua strada, verso la salvezza o la perdizione, come se non li riguardasse. Mentre scriveva gli Essais, il libro faceva, formava, costruiva la sua vita: si distaccava da lui; rifletteva su di lui, fantasticava su di lui, pensando cose che egli non aveva mai immaginato: ritoccava un tratto, ne cambiava un altro; e così finiva per trasformare la sua vita. Da quando entrò nella Torre, prigioniero della Torre e degli Essais, Montaigne non conobbe altra vita di quella che essi vivevano, crescendo davanti ai suoi occhi, mutando e spostandosi, come una creatura vivente e estranea.
 
Ma, proprio per questo, si conosceva benissimo: di rado uno scrittore ha definito con tanta precisione (meno quando voleva trarci in inganno) chi era e cosa era il suo libro. Gli Essais stavano davanti ai suoi occhi come uno specchio implacabile: non doveva far altro che leggervi, e raccontarci ciò che vi aveva visto. L'uomo che ha scritto gli Essais (o che è stato scritto dagli Essais) vive sotto un doppio segno astrologico: "ho l'indole – dice – fra il gioviale e il malinconico". Questa combinazione tra due segni astrologici risveglia, in lui, una fantasia e una immaginazione immense: un desiderio di tutte le esperienze possibili (sia pure condotte dentro il libro); l'amore di ogni cosa visibile. Nessuno è più immoderato di quest'uomo della misura. Attratto da tutte le cose che non gli somigliano, vuole mutare, cambiare, fluttuare: ama il viaggio come la condizione naturale dell'uomo: "sì, lo confesso, io non vedo nulla, neppure in sogno e col desiderio, su cui possa fermarmi; solo la varietà mi appaga, e il possesso della diversità, se pure qualcosa mi appaga"; e con voluttà accetta tutte le cose, diventa un altro, si piega a ciò che gli propone la vita.
 
A volte, sembra freddo, duro, insensibile – come tutti i curiosi, costretti a chiudersi nel gelo, per non disperdersi nelle esperienze. Di solito, riesce a stabilire un equilibrio mirabile tra estroversione e introversione, e a fonderle l'una con l'altra. Se viaggia, lo fa per concentrarsi. Mentre si dissipa, si ritrova. Mentre si raggiunge e si conquista, si perde. Scrive per vivere, e vive per scrivere. Se pensa alla morte, e esce da sé colla mente volando nei cieli dell'altro mondo, lo fa per vivere meglio qui, in mezzo a noi. Questo è il segreto di Montaigne: il segreto, come si dice, del suo equilibrio. Tutte le sue fantasie, gli eccessi, i furori, le inquietudini, i terrori, i mostri, le chimere, le follie hanno bisogno di un limite, e si rinchiudono in un mondo moderato e temperato. "Si ha ragione di porre allo spirito umano barriere più strette possibili.
 
Nello studio, come nel resto, bisogna contare e regolare i suoi passi, bisogna assegnargli ad arte i limiti della sua caccia". Come questo spirito smisurato sia riuscito a trovare la propria misura: come quest'uomo liberissimo abbia saputo legarsi con cento catene, – è un miracolo, che nessuno ha forse mai spiegato. O c'è una sola spiegazione. Registrando tutte le fughe e le ossessioni, spostando e variando di continuo la mira della sua caccia, il libro ha costruito il mondo mobile e chiuso, dove Montaigne ha vissuto. Non è la vetta di una montagna. È una "bella pianura fertile e fiorente", dove arriviamo "per strade ombrose, erbose e dolcemente fiorite, agevolmente e per un pendio facile e liscio", e dalla quale possiamo vedere tutte le cose al di sotto di noi. Quale aria vi respiriamo: quale soavità, quale gioia, quale armonia, quale sovrana naturalezza, quale amabilità, quale sorridente liquidità, quale perenne distensione di tutte le cose tese e aggrovigliate.
 
C' è un territorio, in questa pianura, che esce completamente

dall'equilibrio nel quale Montaigne ha chiuso sé stesso. È il fuoco, il furore, il delirio, l'invasamento, l'ispirazione divina, che egli deriva dalla lettura dei testi platonici. Non aveva simpatia per la metafisica platonica: ma nessun libro lo segnò mai più profondamente del Simposio e del Fedro. Il mirabile saggio sull'amicizia risuona dei loro echi. Il poeta che Montaigne descrive in un altro saggio è l'ispirato platonico: "assiso sul tripode delle Muse, versa di furia tutto quello che gli viene in bocca, come la cannella d'una fontana, senza ruminarlo e pesarlo, e gli sfuggono cose di diverso colore, di sostanza contraria e in un flusso inuguale. È il linguaggio originario degli dei". Con la stessa furia Montaigne parla degli effetti della poesia, che rapisce e devasta il nostro giudizio; e dell'erompere improvviso dell'ispirazione dentro di lui, quando scrive "le sue fantasticherie più folli e profonde".
 
Malgrado il suo equilibrio, Montaigne sa che il fuoco della poesia e della follia, che egli porta dentro di sé come il più raro e prezioso dei doni, può trascinarlo in chissà quale abisso. Con passione e terrore, guarda in questo abisso. Quando, a Ferrara, vede Torquato Tasso rinchiuso nell'Ospedale di sant' Anna, e sopravvissuto a se stesso: quando contempla in lui uno di quei duttili e robusti spiriti malinconici portati invincibilmente alla follia, gli sembra di vedere uno spirito fraterno, quasi la sua ombra. "Che salto ha fatto ora, per la propria concentrazione e il proprio fervore, un uomo tra i più penetranti e ingegnosi?... Non lo deve a quella sua mortale vivacità? A quella chiarezza che l'ha accecato? A quella esatta e tesa comprensione della ragione che gli ha fatto perdere la ragione... A quella sua rara attitudine agli esercizi dell'anima, che l'ha ridotto senz'esercizio e senz'anima?".
 
Gli Essais sono un mistero ancora più grande del suo autore. Montaigne conosce quanto il libro sia "nuovo" e "stravagante" e "fantastico" – e non certo perché parli di lui: tanti altri l'avevano fatto. Era insieme un'enciclopedia, come quelle che piacevano agli spiriti della tarda antichità e del Medioevo: una raccolta di casi possibili e impossibili: il "succo" di tutti i libri che Montaigne aveva letto: una discussione sui massimi problemi del cosmo, dell'uomo e della storia – e poi, inestricabilmente unito, il ritratto di un uomo e di un'esperienza. Quell'uomo è lui; e non c'è niente che diverta e rallegri e stupisca tanto Montaigne, che prova per se stesso una inesauribile simpatia e meraviglia. Il suo io muta ogni istante: il suo pensiero si cerca e si esprime mentre si cerca, via via che un'espressione gli sembra "momentaneamente definitiva"; e intanto gioca con quell'io-libro, lo ostenta e si ostenta, lo esibisce e si esibisce, lo denigra e si denigra, trascorrendo con piacere infinito dagli Essais a se stesso.
 
La materia degli Essais, non sono le idee – Montaigne non si è mai sognato di compiere un atto così inutile come pensare –: ma "fantasticherie", "chimere", "mostri fantastici", ossessioni, capricci che, nelle sue mani, assumono il carattere di immagini figurative ("grotteschi" diceva ) o di linee bizzarre e tortuose o di semplici scariche di energia. Non c'è una sola linea retta, come se una maledizione le avesse cacciate dal mondo. Tutto è piega, angolo a gomito, ghirigoro, curva, ricciolo, groviglio: tutto è frammento; tutto è salto di tema, alternanza, divagazione, contraddizione, improvviso e folgorante scorcio analogico. Per molto tempo Montaigne cercò un modello con cui giustificare la sua impresa, fino a quando, negli ultimi anni di vita, comprese che l'esempio dei suoi capricci e delle sue screziature erano i Dialoghi di Platone e qualche testo minore di Plutarco. "Essi non temono queste sfumature, e hanno una grazia meravigliosa nel lasciarsi così portare dal vento... Mi piace questa andatura poetica, a salti e a sgambetti. È un'arte, come dice Platone, leggera, volubile, divina... Oh Dio, in queste vivaci scappate, in questa variazione, quanta bellezza c'è; e tanto più quando tende al trascurato e al fortuito!... Bisogna avere un po' di follia...".
 
Presto trovò molti nomi per il suo libro. Gli Essais diventarono una rapsodia, o una passeggiata, o una fricassea, o un pot-pourri, o un intarsio. Erano, soprattutto, una variazione; e nell'arte musicale della variazione Montaigne fu maestro a molti secoli di letteratura. Con la solita chiaroveggenza, Montaigne definisce il suo stile: "Il linguaggio che mi piace, è un linguaggio semplice e spontaneo, tale sulla carta quale sulle labbra; un linguaggio succoso e nervoso, breve e serrato, non tanto quale sulle labbra; un linguaggio succoso e nervoso, breve e serrato, non tanto delicato e leccato quanto veemente e brusco... piuttosto difficile che noioso, sregolato, scucito e ardito...". Ci colpisce sempre la sovrana rapidità del movimento: la velocità dei rapporti analogici e intellettuali: la sistematica trascrizione fisica dei dati spirituali, che trasforma l'attività interiore in un'attività visibile, che avviene in uno spazio; l'alternanza di concentrazione e di compiaciuta lentezza, di frasi epigrammatiche e di periodi enormi e sbilenchi.
 
Via via che gli Essais crescono, assomigliano sempre più a una conversazione. Montaigne si diverte a imitare il timbro di una voce, che parla, chiacchiera, commenta, divaga, colorisce, recita, si esibisce, perde tempo, sbiadisce, trionfa. L'ascoltatore è insieme vicino e lontano: è Montaigne, che ascolta parlare il suo libro; siamo noi che, dopo quattro secoli, continuiamo a dividere con lui una conversazione interminabile. Gli Essais sono uno dei grandi libri della vecchiaia, anche se forse la vecchiaia non portò a Montaigne la saggezza che egli sognava e disprezzava. Qua e là, cogliamo accenti quasi disperati: "Io sento che nonostante tutte le mie difese la vecchiaia guadagna via via terreno su di me. Resisto finché posso. Ma non so alla fine dove mi condurrà. In ogni caso, sono contento che si sappia di dove sarò caduto". "Il mio mondo è finito, la mia forma è svuotata; io appartengo tutto al passato... Il tempo mi abbandona: senza di esso nulla si possiede".
 
Ma non invecchiava mal volentieri. Gli sembrava di essere più libero dalle maschere con le quali si era nascosto il viso; e di poter diventare indiscreto e quasi impudente. Se tutta la sua vita era stata una fluttuazione, ora fuggiva da sé, si sottraeva a se stesso, con un ardire che nulla frenava. Aveva avuto molti modelli: aveva amato Catone, Cesare ed Epaminonda; ma il suo unico modello, mentre si avvicinava alla morte, era Socrate, con gli occhi sporgenti e ubiqui da toro, e il suo furor dionisiaco. Una specie di continua ebbrezza, una sfacciata esibizione percorre gli ultimi saggi. "Soprattutto ora che vedo la mia vita così breve nel tempo, voglio aumentarla nel peso; voglio frenare la sua velocità nella fuga con la mia prontezza nell'afferrarla, e con il vigore dell'uso compensare la fretta del suo scorrere; a misura che il possesso della vita è più breve, tanto più profondo e pieno devo renderlo". Intorno il cielo era calmo. Nessun desiderio, timore o dubbio o difficoltà turbavano l'aria. Nessuna speranza volteggiava davanti ai suoi occhi. Non aveva che presente: nudo presente; e lui rallentava il tempo, dava ad ogni minuto il suo pieno significato, "studiava, assaporava e ruminava" ogni esperienza. Sebbene gli studiosi dubitino che Montaigne abbia mai letto le Confessioni di Agostino, mi sembra impossibile che ignorasse un testo allora così amato, e prediletto da coloro che amava.
 
Certo la costruzione degli Essais sembra la replica e il rovesciamento, probabilmente involontari, del libro "gocciolante di lacrime", che era così caro a Petrarca. Le Confessioni cominciano col raccontare la vana vita di un uomo, concludendo nei misteri di Dio, del tempo e della creazione. A pezzi, a bocconi, gli Essais cominciano a parlare dei supremi problemi dell'universo, chi è l'uomo e cosa è la natura e se vi è una legge e cos'è la presenza di Dio: vi mescolano la storia del mondo, da Roma ai cannibali, e la vita e l'esperienza di un uomo, che ha rimuginato queste chimere. Verso la fine, tutto si rovescia, si restringe, si concentra, come in un imbuto. Il soggetto diventa uno solo: Michel de Montaigne: anzi il suo corpo: quando dorme, quando fa colazione, se suda o beve vino puro, quanto lo faccia soffrire il mal della pietra, di che colore è la sua orina, quando va a cavallo, e che gli piacciono i meloni e le salse e grattarsi, mentre non gli piace la carne dura.
 
In questo rovesciamento a forma di imbuto, c'è un grandioso gusto beffardo. "Non c'è altro che questo – pare dire Montaigne. – Tutto qui. L'universo, coi suoi dei e le sue stelle e i suoi pianeti dalla corsa prescritta, si è ridotto al corpo di un cinquantacinquenne, che soffre il mal della pietra". In una pagina famosa del Port-Royal, Sainte-Beuve raccontò i funerali immaginari di Montaigne. "Montaigne è morto: posano il suo libro sulla sua bara". Dietro la bara c'è mademoiselle Gournay, la "figlia per alleanza"; e poi Bayle e Naudé, "gli scettici ufficiali". Poi, a gruppi o in file, si snodano tutti gli altri: tutti coloro che da Montaigne trassero ispirazione per un libro di massime, di saggi, di caratteri, di confessioni, per commedie e lettere e romanzi e racconti, o soltanto per dar estro allo stile. Ecco La Rochefoucauld, La Fontaine, Madame de Sévigné, Molière,
Saint-Évremond, La Bruyère, Fontenelle, Marivaux, Montesquieu, Voltaire e Rousseau...
 
In un angolo sta Pascal, il doppio-nemico, che prega. Sainte-Beuve non s'accorse che in quella amabile folla di spettri, convenuti da tutte le parti del mondo, c'erano altri scrittori, forse i veri eredi di Montaigne, alcuni dei quali egli non conosceva. Ironico e splenetico, c'era in primo luogo Sterne: il Tristram Shandy è gli Essais trasformato in un romanzo-labirinto, con più vuoto, aria e fumo. Un allievo di Sterne, Diderot, derivò dalla voce di Montaigne la voce sfacciata e beffarda del suo Nipote di Rameau. In Aut-Aut, il più grande dei saggisti romantici, Kierkegaard, imparò dagli Essais l'arabesco, la divagazione, la dissonanza, il cambiamento di tono: la linea rotta, spezzata, frantumata, il desiderio di uscire dal libro. Flaubert non assomigliava affatto a Montaigne: eppure il Bouvard e Pécuchet è un monumento all'idiozia umana, costruito a forza di citazioni (come in parte sono gli Essais).
 
Forse il figlio più autentico era l'ultimo, non so se l'ultimissimo, venuto da lontano, da Vienna o da Ginevra, dove attendeva dal suo libro, come Montaigne, la soluzione della propria vita. Era Robert Musil, nella sua triplice uniforme di matematico, ufficiale e Monsieur le Vivisecteur. Quell'architettura aerea e improbabile, quello scetticismo sovrano, quell'amore per l'enciclopedia, quel senso di vuoto, quella incessante divagazione e conversazione, quell'amore per le metafore fisiche che esprimono il pensiero, tutto ciò che regge L'uomo senza qualità, – non è forse un'ultima eco del libro "vario e ondeggiante" scritto nella Torre, tra il gracidio delle oche e l' orizzonte infinito?
(Pietro Citati, la Repubblica, 12 luglio 1992)



Parole chiave: francesco panaro matarrese michel de montaigne socrate pietro citati plutarco

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