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Il ritorno del Guru



Di Fausto Pellecchia

Disegno di Roberto Totaro

Disegno di Roberto Totaro





Tra le maschere del sapere che calcano la scena dell’attualità, la figura del Guru è quella che esibisce le sembianze più arcaiche.  Circonfuso da un’aura di mistero e dotato di fascino apocalittico, il Guru ha riesumato l’unione di sacerdozio e sovranità, adattandola ai più disparati contesti:  si va  dalla telecrazia virtuale alle strategie del marketing globale, dalle sette New Age al training delle squadre di calcio, fino ai movimenti di rivolta di massa, ma sempre fidando sulle virtù carismatiche dei  più antichi maestri di vita, venerati dai nostri più remoti antenati – da Socrate a Siddharta, da Diogene a Nostradamus. L’Esperto ha certo buon gioco nel mostrare che, situandosi agli antipodi della trasmissione tecnica del sapere, il dominio del Guru può legittimarsi solo ove fosse applicabile il paradigma di un’integrale scuola di vita, nella quale il legame tra maestro e discepoli sorge da una solidarietà totalizzante, al di là di ogni metodo e di ogni pedagogia, quasi per influenza mercuriale o per contagio ipnotico. Altrimenti, ai nostri giorni, rischia di avere tutte le caratteristiche di un plagio morale, pericoloso e irresponsabile.

È appena il caso di sottolineare, infatti, che la trasmissione del magistero di generazione in generazione, attraverso i giorni e le notti trascorsi insieme in una grande casa nei sobborghi di Atene, il vagabondaggio condiviso, la ricerca congiunta di un sapere e di una forma di esistenza, tutto questo non fa parte dell’Illuminismo e neppure del processo di civilizzazione. Nel mondo moderno, l’esercizio del carisma è incompatibile con il vero insegnamento – basta leggere Max Weber. Quanto all’inesorabile specializzazione della conoscenza, su cui l’Esperto costruisce la sua elezione,  essa esige precisamente il sacrificio e lo smembramento del Patriarca archimandrita, per il quale vanno di pari passo il discorso, l’esigenza morale, la maniera di allacciare i sandali, l’amorosa gelosia per i suoi pupilli e la prassi politica. Nella Modernità, chi potrebbe pretendere all’esemplarità, chi sarebbe pronto a seguire il Padre nei suoi continui erramenti ?

Ma tant’è! Alla fine della modernità, proprio il tramonto dell’Esperto coincide con il ritorno del Guru; la divinità della tecnica, nel momento della sua massima secolarizzazione, si lascia nuovamente celebrare nel rituale dello psicopompo, che riconduce le anime spaesate della metropoli multietnica all’antica saggezza domestica.
Di scorcio o in miniatura, il Guru è dappertutto, dappertutto se ne avverte l’urgenza. Il Blogger è il micro-guru dei suoi abbonati elettronici, mentre professa l’affascinante ricchezza della sua esistenza, semi-virtuale e semi-reale. Il Portavoce si “gurutizza” quando diventa l’ultimo emissario del nietzscheano “uomo folle” e della sua nichilistica gaiezza (“siate schizo, formate nuove comunità di nomadi, dipingete il vostro mondo come la pantera rosa”). A nulla vale che l’Esperto continui a nominare la Verità con la quale dice di intrattenersi durante le sue defatiganti riunioni di lavoro o nella preparazione dei suoi studi di settore. Dal suo gregge, infatti, l’Esperto si limita a pretendere la credibilità che comunque gli proviene dalla semplice adesione alla Scienza e alle sue evidenze. Ma il Guru va al di là di ogni evidenza, profetizza come Malachia e, come Agostino, educa alla fides rerum invisibilium. La Pizia ha i suoi adepti, che ripetono con lei “Io so per certo, anche se non ho le prove. So, e quindi diffido preventivamente, per legittima suspicione, di chiunque voglia prendersi la briga di provarmi il contrario”.

Accade perciò che il Guru si presenti come un Commediante e, invocando il pieno diritto ad avere opinioni proprie – tanto sull’etologia sessuale degli animali quanto sugli attentati dell’11 settembre o sulla crisi del sistema finanziario – si prenda per un “saggio indiano” o discetti di filosofia morale, non senza qualche dotto riferimento a Platone o a Kant. Il Guru è innanzitutto un Testimone e, come tale, crede soltanto nell’unicità della sua esperienza; ma, proprio per questo, si appella al sapere vissuto che tutti possono condividere e praticare. E’ la rivincita del buon senso sulla Scienza dell’Esperto, additata ormai come capzioso sofisma.

Il Guru semina entusiasmo e lancia scomuniche; la sue formule permeano minacciose come un virus l’intero corpo politico. Con audace apostasia, abiurando la religione della competenza – alla quale lo aveva educato l’Esperto –  il coro dei professionisti di partito vacilla smarrito sotto i colpi del Guru, si interroga sulla propria identità, mentre cede alle potenti suggestioni del suo proselitismo: “ Non saremmo forse anche noi dei Guru nascosti e ancora vergognosi di sé? Non dovremmo anche noi trasformarci in modelli di vita per dare il buon esempio? Talvolta, sotto il nome di ‘correnti o di aree di opinione’, anche noi vagheggiammo la formazione di gruppi fondati sull’affiliazione elitaria, con un papa al centro. E non è forse vero che, fin dai tempi delle Frattocchie e dell’Azione cattolica, istituimmo, noi per primi,  scuole e seminari di politica, inaugurammo fondazioni che mimano l’interzona del campus? E non continuiamo ancora oggi, in mancanza delle altezze della torre d’avorio, a sognare grappoli di potenziali discepoli, ammucchiati sulla collina delle beatitudini, in ascolto dei nostri resistibili sillogismi?”

Tuttavia, anche la figura del Guru conosce il suo momento critico, la croce della decisione. La sua ora nona coincide con l’ingresso negli ingranaggi asfittici dell’istituzione politica: il suo appassionato magistero collide disperatamente  con i dispositivi impersonali della rappresentanza, con le basi profane e intrinsecamente precarie della democrazia.  Così, mentre aspira a rifondarla nella sua incontaminata purezza, il Guru finisce per decretarne il rovesciamento. Proprio nell’intento di restituire alle regole democratiche un inviolabile rispetto, il Guru le sacralizza e, perciò, le corrode e le destituisce. Con la sua andatura oscurantista, egli va troppo lontano all’indietro, ma, al tempo stesso, va troppo in là, perché pretende di sospendere e di occupare tutta la vita. “Volete davvero ritornare a Pitagora, rasarvi la testa e passeggiare con la toga con i vostri amici per la difesa della matematica e del regime vegetariano?” – domanda ironico il coro dei politici, tirando un sospiro di sollievo. Difficile nascondere il ridicolo della situazione, negare il grottesco dei politici che mimano il Guru, il quale, a sua volta, fa la caricatura del politico, entrambi così seriosi, pur nella contumelia e nell’insulto. Finché resisterà al riemergere di paranoie identitarie, il politico sarà soltanto un professionista senza professione, un Esperto già sempre mancato e manchevole. Dunque, solo un Guru occasionale e perfettamente disincantato: un Maestro solo per finta, solo per ridere.



Parole chiave: filosofia politica comunicazione sociologia

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Venus (utente non registrato)
ottimo articolo! 
Sto giustappunto avendo un pò di problemini col gurismo.
Attendo sequel sulle strategie da seguire per neutralizzare non tanto il guru quanto lo stordimento del suo gregge
il 18 Aprile alle 15.10

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