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Il sesso in paradiso



di Fausto Pellecchia

Cacciata dal Paradiso terrestre, particolare. Masaccio.

Cacciata dal Paradiso terrestre, particolare. Masaccio.





Molto prima di Freud, sono stati i teologi cristiani, in primis Agostino, a tracciare un preciso contorno del concetto di ‘libido’,  la cui origine è fatta risalire alla scissione che la Caduta dall’Eden ha introdotto nella volontà consapevole dell’essere umano. L’eredità del peccato adamitico ha il suo odierno sigillo nell’impotenza della volontà e nella correlativa ‘disobbedienza’ del corpo  che  si sottrae al  dominio dell’anima razionale, un tempo perfettamente armonizzata con la volontà divina, e diventa  permeabile agli accessi pulsionali della
libido.  La secessione e il disordine del corpo che, da docile strumento della volontà, si svincola dalla originaria disciplina funzionale a cui lo sottoponeva l’integro potere dell’anima edenica, trova il suo paradigma nell’atto sessuale dell’umanità decaduta.

Sulla scorta della precedente trattatistica medica,  S. Agostino descrive in più luoghi l’atto sessuale come una sorta di spasmo per il quale tutto il corpo è agitato da terribili sussulti, finché, nel climax dell’orgasmo, l’uomo perde interamente il controllo di sé stesso. Nella Civitas Dei   (XIV,16), Agostino fornisce la seguente precisazione:
“Sebbene dunque la libidine sia relativa a molti impulsi, quando si usa il termine, se non si aggiunge il tipo d'impulso, di solito si offre alla mente quello con cui sono eccitate le parti che esigono pudore. Essa non solo si aggiudica tutto il corpo e non solo nella zona periferica ma anche nel profondo, ed eccita tutto l'uomo mediante la passione dell'animo in stretta mescolanza con l'impulso della carne in modo che ne deriva quel piacere che è il più stimolante dei piaceri sensibili. Così nell'attimo stesso in cui si giunge all'acme vengono quasi travolte l'attenzione e la presenza della coscienza a se stessa […]”.

Questa descrizione drammatica dell’atto sessuale non impedisce a S. Agostino  di riconoscere, tra i primi autori cristiani, la possibilità di rapporti sessuali nell’Eden prima della Caduta,  al fine di evidenziare, per contrasto, la forma epilettica che hanno assunto per noi dopo il peccato. Nel paradiso terrestre, se Adamo voleva procreare, poteva farlo con lo stesso autocontrollo con il quale la sua mano afferrava le sementi per spargerle nei campi di grano. Non conosceva l’eccitazione involontaria:  ogni parte del corpo si comportava con la stessa docile obbedienza delle dita e il suo sesso si muoveva con la stessa tranquilla compostezza della mano che cosparge i campi di sementi. Ma, peccando,  Adamo si è sottratto alla volontà di Dio per acquistare una volontà autonoma, dimenticando che l’esistenza stessa della sua volontà dipendeva interamente dalla volontà divina.

La punizione per quest’atto di rivolta lo ha, per contrappasso, privato del controllo di se stesso, con effetti devastanti. Il suo corpo, e in particolare alcuni ‘organi’ hanno cessato di obbedire al suo volere e si sono ribellate ai suoi ordini: gli organi sessuali sono stati i primi a mostrare una motilità autonoma, diventando così il concreto simbolo della rivolta luciferina. Poco prima del passo citato, S. Agostino scrive:
“Giustamente si prova pudore soprattutto di questa libidine e giustamente si considerano oggetto di pudore quegli organi che essa stimola o inibisce con una propria prerogativa, per così dire, e non del tutto in base a una nostra autodeterminazione. Non furono così prima del peccato dell'uomo. Si dice infatti nella Scrittura: Erano nudi e non si vergognavano e non perché la propria nudità fosse loro sconosciuta ma non era ancora invereconda. Non ancora la libidine stimolava quegli organi al di là di un'autodeterminazione, non ancora la carne con la sua disobbedienza forniva una testimonianza per rimproverare la disobbedienza dell'uomo.”

Il pudore nasce appunto non dalla presenza della sessualità naturale, ma dall’agitazione scomposta  dei suoi organi, resisi indipendenti dal suo consenso volontario:  il fallo in erezione, così come gli  stati di quiescenza con i quali esso recalcitra alla volontà di accoppiamento, sono il simbolo carnale dell’uomo in rivolta contro Dio. L’arroganza indocile del sesso è l’immagine di come apparve Adamo allo sguardo di Dio e, insieme, il castigo a cui fu sottoposta la sua primigenia ribellione: “neanche coloro – prosegue S. Agostino – che si dilettano di questo piacere, sono eccitati quando vogliono agli accoppiamenti coniugali o agli atti disonesti della lussuria. Talora l'impulso reca disagio perché non desiderato, talora delude chi spasima e mentre la sensualità ribolle nella coscienza,  rimane fredda nel corpo. In tal modo con strano risultato la libidine non solo non è in funzione del desiderio di aver figli ma neanche della libidine di soddisfare i sensi. Inoltre, mentre indivisa il più delle volte resiste alla coscienza che la inibisce, talora essa stessa si scinde in sé e dopo avere eccitato la coscienza, essa stessa si inibisce dall'eccitare il corpo.” (ib. XIV,17).

Questa visione agostiniana dell’umanità post-edenica è chiaramente fallocentrica, tutta incentrata sul tema e sulle forme del sessualità maschile. Ma la questione non è più la penetrazione, come lo era negli autori pagani che si erano occupati dell’atto sessuale (primo fra tutti, Cicerone nel suo Hortensius seu de Philosophia liber, che Agostino adottò come sua guida spirituale alla sapienza pagana), bensì l’erezione. La sessualità non fa problema in quanto specifica modalità del rapporto con gli altri, ma in quanto rapporto con sé, e più precisamente in quanto rapporto che nel soggetto si instaura tra la volontà e le manifestazioni involontarie.

Ciò che S. Agostino chiama libido è dunque la potenza di movimento autonomo degli organi sessuali. Essa non costituisce un ostacolo esterno alla volontà, ma si pone come una sua componente interna, come una intrinseca potenza di secessione che segna il limite della sua impotenza. Conseguentemente, ingaggiare una lotta  contro la libido non significa, come in Platone, volgere lo sguardo verso il cielo immobile della verità, ma di volgerlo verso il basso, o verso l’interiorità, per decifrare e intercettare, tra i movimenti dell’anima, quelli che  provengono dalla libido per riconquistarli al dominio della volontà.
Questo compito esige non solo l’esercizio dell’autocontrollo, ma anche una vigile e ininterrotta auto-interpretazione dei movimenti involontari dell’immaginazione e del pensiero: entrambi i momenti, definiscono il processo attraverso il quale la virtù ci permette di riavvicinarci, sia pure asintoticamente, alla condizione edenica e pre-lapsaria della sessualità.

***
S. Tommaso d’Aquino riprenderà la tesi agostiniana secondo cui nel Paradiso Adamo ed Eva avevano rapporti sessuali, sostenendo che il loro piacere era persino più intenso e soddisfacente di quello che ci è accessibile dopo la Caduta. La ragione consiste appunto nel fatto che il coito ‘paradisiaco’ avveniva senza alcuna perdita dell’autocontrollo, rispettando la giusta distanza dall’altro e da sé, secondo un ritmo e una coordinazione prestabiliti. (cfr. Summa theologiae, Parte I, quaestiones 92-97).

Diversa è la condizione che S. Tommaso riserva al corpo glorioso dei risorti nella beatitudine del Paradiso e agli organi della funzione riproduttiva: pene, testicoli, vagina, utero.  “Dopo la resurrezione – precisa S. Tommaso –  il genere umano avrà raggiunto il numero perfetto che era stato prestabilito da Dio e il corpo individuale non subirà né diminuzione né crescita. Generazione e nutrizione non avranno perciò alcuna ragion d’essere” (Ib. III, quaestio 81, art. 3).  D’altra parte, è impossibile pensare che gli organi corrispondenti giacciano del tutto inutilizzati e vacui (supervacanei)  perché nulla di ciò che contribuisce alla perfezione della natura può essere ritenuto vano.

S. Tommaso precisa infatti che il fine degli organi, come di ogni strumento, è la loro messa in opera: ma se la loro prestazione viene meno, non per questo lo strumento diventa vano (frustra sit instrumentum).Pertanto nella condizione dei risorti, il sesso manterrà perfettamente integre le sue potenzialità naturali, pur restando disattivato nel suo uso e nella sua funzione.  Qui emerge prepotentemente il segreto del Paradiso, sia nella sua variante edenica, sia in quella ‘gloriosa’ della beatitudine dei corpi risorti. In entrambe le forme, esso è il regno della perversione: nella condizione dell’innocenza edenica, la sessualità replica la strategia sado-masochista, mentre nella beatitudine essa si esprime come esibizionismo feticistico.

Il perverso sadomasochista prende le distanze da sé, trattenendosi dall’immersione passionale immediata. Deve inscenare una situazione di cui egli è al tempo stesso regista, sceneggiatore e attore:  la panoplia cerimoniale dei lacci, delle guaine, dei metalli, delle costrizioni di ogni genere che egli si infligge, esprime il tentativo di dominare nelle forme di una calcolata impassibilità la sua stessa passività, affinché essa possa eccedere deliziosamente questa strategia di contenimento  e rovesciarsi in godimento.

Nel corpo ‘glorioso’ dei risorti, al contrario, si attua una netta separazione dell’organo sessuale sia dalla sua funzione fisiologico-riproduttiva, sia dal suo uso nell’accoppiamento. Al suo posto subentra la gloria, concepita come esibizione dell’organo separato dalla suo esercizio o come la ripetizione a vuoto della sua funzione,  non avendo altro scopo che l’ostensione  e la glorificazione dell’opera di Dio.

La gloria che circonfonde la sessualità dei beati non è altro che l’isolamento degli organi sessuali nel loro otium liturgico: nell’essere  manovrati a vuoto,  essi si limitano a mostrare la potenza o la virtù della generazione, come nella parafilia esibizionistica. Come le armi e le insegne del generale vittorioso esibite nel trionfo sono i segni e, insieme, l’effettuazione della sua gloria, così gli organi sessuali dei risorti,  esibiti fuori-uso,  nella loro semplice virtù o potenza, sono l’arabesco che la gloria divina iscrive nel proprio stemma. E non c’è nulla di più enigmatico di un pene glorioso, nulla di più spettrale di una vagina puramente votiva.

Solo nel desiderio amoroso queste figure della perversione, che la liturgia celeste cattura nella sfera del culto ad maiorem Dei gloriam, acquistano un nuovo possibile uso che fa coincidere, in un unico gesto, esercizio e assenza di funzione (come accade già nel bacio o nella carezza), costituendo il luogo di un piacere condiviso. A questa dislocazione erotica della sessualità allude il noto aforisma di Karl Kraus: “Anche nel linguaggio erotico  ci sono metafore. L’analfabeta, che aborre i poeti, le chiama perversioni”.





Parole chiave: agostino tommaso karl kraus

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Sandra Di Pietro
Molto interessante , bisogna sempre più fare anche del sesso materia di riflessione filosofica , ancor più se messo a confronto con la religione e con i sublimi deliri Dell' antropomorfismo .
il 30 Giugno 2013

Francesco (utente non registrato)
la stessa problematica è affrontata in uno studio sulla "sessualità dei risorti" pubblicato in www.foglimariani.it. 
il 15 Dicembre 2015

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