uncommons

village



Il teatro senza pareti di Dario Fo



di Giuseppe Ferraro

Dario Fo

Dario Fo


















L’ho conosciuto ch’ero in divisa militare. A Milano. La sera, dopo la manifestazione dei “proletari in divisa”. Era il Primo Maggio. Sfilammo per le strade di Milano, con il fazzoletto d’ordinanza a coprirci il viso per non farci riconoscere. Il fazzoletto era rosso. Le foto sui giornali del giorno dopo, Lotta Continua più di altri, ci rendevano riconoscibili a chiunque in caserma. Più di tutte la foto che ci riprendeva con una donna che si era staccata dalla fila ai bordi della strada, tanta gente che applaudiva al nostro passare. Lei ci venne incontro e continuammo insieme tenendoci a braccetto il corteo che attraversava la piazza del Duomo. Eravamo in tanti e per giunta fuori del distretto milanese. La sera ci ritrovammo in teatro.

Lo ricordo caloroso e sovrano. Arioso, di spazio e grazia, ti faceva sentire libero. È stato il teatro girovago, anche occupando il solo palco, percorreva spazi immensi, regioni di memoria, lingue strampalate, come quelle che usavamo noi del Rione per intenderci in suoni di voci senza le parole. È stato sempre presente, con sarcasmo, ironia, intelligenza. L’avevo già conosciuto a Napoli, in quel teatro vicino alla stazione della Vesuviana. Era gremito. Sedevamo per terra, il palcoscenico diventava il palco libero dove stavamo seduti intorno a lui. Il palcoscenico diventava una piazza. Anche da lui ho imparato che cos’è un’aula senza pareti, fuori le mura. Non ho mai capito come potesse sopravvivere alla morte di Franca, e infatti, non l’ha capito neanche lui, l’ha raggiunta presto.

In quel teatro a Napoli ricordo che ci mise tutti in ansia, simulando l’arrivo della polizia. Simulando, no. La polizia c’era in teatro, mimetizzata, clandestina, in borghese. E lui che la mostrava, simulava quel che c’era. Una simulazione in presenza: era smascheramento. Lui che faceva del suo viso e delle braccia una maschera, smascherava. Se a quel tempo si parlava del teatro dello straniamento, ecco, lui ha praticato lo smascheramento. Sono stati anni in cui il teatro eravamo tutti noi. Non si andava per vedere, ma per esserci. Non c’era quel confine, tra chi era là sul palco e la sala. Recitavamo la realtà, ci stavamo dentro, eravamo noi stessi a dire quello che diceva e lui a ripetere quello che sentivamo.

Irridente, irriverente, come i buffoni di corte che si dicevano un tempo. Franco. Libero. Te lo senti nelle orecchie con quella sua voce snodata come le sue braccia. Non è stato un teatro di denuncia, nemmeno di satira. Usava il paradosso, l’imbroglio dentro la realtà, era come vederlo recitare da dietro le quinte. Lo ricordo poi all’università. Ricordo anche Jacopo al Politecnico di Napoli, non mi piacque. Irrideva la canzone di Battisti. A rifletterci quest’anno si sono dati appuntamento per andarsene tante persone interiori, quelle interposte tra il mondo e l’animo. Quelle che senti dentro, intime e che sono come una lente che ti fa vedere le cose fuori dal tubo televisivo. Ti fanno vedere dentro te stesso il mondo che senti.

Dario Fo ha voluto rendere buffo il mistero dello stare al mondo. Lo ha messo a giorno. Ha fatto le sue scelte. Libere, senza compromissioni. Ha inteso il legame di amicizia che ti fa vedere oltre quello che vedono altri. Non ho condiviso le sue scelte, alla fine. Quando si scende dal palco e si esce dal teatro le cose s’ingarbugliano e il mistero non è più buffo. Come la morte che è l’ultima maschera, senza voce. È un mondo che se ne va con le persone che lo hanno vissuto. Ai tempi del Referendum Truffa per modificare la Costituzione, dentro di noi parliamo in grammelot. La fine degli Stati Nazionali significa anche la fine della Costituzione per gli Stati ovvero il regime aziendale di Stati senza Costituzione. E come si può dirlo se non in Grammlot?

Sono anni che si dà un Parlamento fuori della Costituzione, con un capo del governo non eletto e con parlamentari nominati. Un mistero anche questo tanto misterioso e così poco buffo.  Grammelot è la lingua che non c’è, straniera ovunque. È quando non ci sono parole per dire quel che si vuole gridare ed esprimere. È la lingua dei monologhi dei bambini, quella dei ragazzi delle periferie. È stata strana l’assegnazione del Nobel della Letteratura a chi parlava una lingua non scritta e non scrivibile. Sarà stato forse questo il senso di quel Premio per dare voce a chi non ha parola per esprimere il mistero buffo di Stati senza Costituzione.




 


Parole chiave: dario fo giuseppe ferraro

COMMENTI

Nome (*richiesto)

Email (*richiesta, non sarà pubblicata)


Attenzione! E' possibile inserire commenti di massimo 500 parole.


Registrati al sito, è gratuito e istantaneo!

condividi

Feed

   

archivio

accedi


Se non l'hai ancora fatto, registrati!
Hai per caso dimenticato la password?
benvenuto   Puoi accedere o registrarti.

gli ultimi articoli in village

rubriche

ultimi commenti

gli ultimi articoli pubblicati

i più letti

tag cloud

CHI E' UNCOMMONS Uncommons è © 2017 proprietà riservata Tramas Web