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In equilibrio sul petrolio



di François Misser


Il petrolio, il Delta del Niger in un'intervista con Benjamin Augé, ricercatore dell’Istituto francese delle relazioni internazionali, specialista del Golfo di Guinea e di questioni energetiche.



 



   

Sono dieci anni che la Nigeria conosce una situazione di violenza nel Delta del Niger. Quanto può convivere il paese con un problema del genere?
Non può conviverci. La mancanza di pace si traduce in tensioni, morti, attentati agli oleodotti e gravi perdite di denaro per lo stato. È per questo che il presidente Umaru Yar’Adua, morto nel maggio dell’anno scorso,
aveva proposto un’amnistia nel 2009. Con l’amnistia, la situazione si è un po’ raffreddata, ma i problemi di fondo sono ancora tutti da risolvere. Mi riferisco alla corretta ridistribuzione dei proventi petroliferi alla regione del Delta, produttrice di petrolio, alla questione ambientale – assolutamente cruciale – e al tema dell’accesso all’energia.
Ci si aspetta che il presidente di oggi, Goodluck Jonathan, eletto lo scorso 16 aprile, prenda in mano le sorti della regione e le consideri prioritarie. Del resto, conosce bene i problemi dei 30 milioni di abitanti del Delta, che è la sua terra, e sa come funziona la macchina dello stato federale nigeriano.


Goodluck Jonathan è stato presidente ad interim a causa della cattiva salute del suo predecessore. Crede che da presidente eletto possa fare di più?
L’interim non gli consentiva di muoversi a tutto campo. E poi aveva davanti, a meno di un anno, la scadenza elettorale. Non poteva certo concedere troppo ai suoi amici del Delta, senza scontentare il nord del paese, dove vive la metà della popolazione. Va ricordato che, per essere eletti alla presidenza, è necessario ottenere almeno il 25% dei consensi in due terzi dei 36 stati della federazione.


Nel Delta è piuttosto diffuso il fenomeno del bunkering, cioè il furto di petrolio. Si parla di almeno 200mila barili al giorno. Chi compie questo crimine? Si parla di militari…
È complicato fare dei nomi. Ci sono due tipi di furto. Uno consiste nel forare gli oleodotti e spillare il greggio. In genere, questo petrolio viene lavorato in raffinerie di cattiva qualità e poi venduto in Camerun, Ciad, Benin e Niger. Ma la partita più ghiotta consiste nel sequestrare e svuotare intere petroliere in partenza per i mercati internazionali: ciò avviene grazie a un sistema di corruzione che coinvolge l’intera catena di sicurezza.


Siamo, dunque, in presenza di due attività criminali: artigianale e industriale.
Proprio così. Ma anche gli “artigiani”, ogni tanto, hanno bisogno dell’esercito per potere agire. Si può pensare che i furti di petrolio avvantaggino gli alti gradi dell’esercito e, a cascata, anche la truppa.
Quella truppa che deve sorvegliare gli oleodotti. Per non parlare, poi, dei politici locali, che nel traffico illecito di greggio possono trovare fondi per finanziare le loro campagne elettorali. Dunque, sono in molti a trarne vantaggio. Ripeto: fare dei nomi è difficile. Ma possiamo dire che è una specialità dei generali in pensione.


Questo traffico accresce il tasso di violenza nei vari territori?
Al picco della crisi, si è parlato di qualche centinaio di morti, in particolare tra coloro che lavoravano per le società petrolifere e per quelle della sicurezza. Ma ciò che pone maggiori problemi alla sicurezza delle persone sono i rapimenti a fini di estorsione. Un fenomeno diffuso non solo nel Delta del Niger, ma anche a Lagos e nel nord del paese. Ciò è possibile per il caos in cui si trovano le strutture dello stato e per il fatto che c’è un gran numero di persone – in particolare coloro che sono stati amnistiati – che non sanno far altro che delinquere. Finché a queste persone, in gran parte giovani, non si dà una speranza in un’economia non criminale, continueranno a formarsi gang dedite al banditismo.


Nonostante tutto, però, le multinazionali petrolifere continuano a operare. Il protrarsi e l’aggravarsi di questa situazione può comportare problemi di approvvigionamento per Stati Uniti ed Europa?
Sì. Tanto più che gli Stati Uniti, primo importatore mondiale di greggio, hanno cambiato strategia dopo l’11 settembre 2001, così da dipendere meno dal petrolio del Golfo Persico. Ora dipendono sempre di più dal Golfo di Guinea e dall’Angola. Dunque, gli accadimenti precedenti all’amnistia, dal 2006 al 2009, hanno visto
la produzione abbassarsi da 2 milioni a 1 milione di barili al giorno, e questo, oltre a far aumentare il prezzo del greggio, ha rappresentato un grosso problema per gli americani e per il mercato mondiale. Usa ed Europa, quindi, corrono rischi, soprattutto ora che la crisi mondiale sembra al capolinea e si assiste a una crescita dei consumi petroliferi, specie in Asia. Se la produzione nigeriana dovesse diminuire di nuovo in maniera consistente, si porrebbe un bel problema per Washington e per le capitali europee.

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Parole chiave: petrolio africa

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Cassandra00 (utente non registrato)
ecco perchè non si sviluppano le energie alternative....
e acnhe in cina è arrivata la marea nera, una loro piattaforma perde da settimane ma non si è detto nulla....
e chissà quante altre ce ne sono...
nessuno controlla...
e il pianeta continua a soffrire... silenziosamente
il 7 Luglio 2011

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