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Intellettuali, simpatiche canaglie



di Fausto Pellecchia






Quando ero molto giovane, mi chiedevo sconcertato come fosse possibile che la sinistra, tradizionalmente schierata in difesa della giustizia, della solidarietà sociale e  per il miglioramento delle condizioni materiali degli strati più popolari, soccombesse poi, alla  destra, storicamente alleata con i principi di una rigida gerarchia sociale, con l’egoismo e i privilegi dei ceti proprietari e dei titolari dei grandi patrimoni, che pure costituiscono un esigua minoranza.

Che la stragrande maggioranza dei cittadini potesse lasciarsi rappresentare da forze politiche che si battevano per favorire interessi diametralmente opposti, o comunque elitari, mi sembrava un mistero inesplicabile.  Attribuire il verificarsi di questo risultato unicamente alle astuzie della mistificazione propagandistica e della manipolazione mediatica o alle tecniche clientelari mi sembrava una semplificazione poco convincente, se commisurata all’immensa sproporzione demografica tra la classi lavoratrici e la piccola borghesia, da un lato, e i ceti padronali o gli speculatori di rendite parassitarie, dall’altro, i cui interessi e le cui “idealità” sono comprensibilmente rappresentati dalla destra.

Non potevo allora immaginare che quel mio ingenuo stupore giovanile fosse stato già da tempo condiviso e assunto dal pensiero politico moderno come una delle questioni fondamentali. A cominciare dal pamphlet di Etienne de La Boétie ( Discorso sulla servitù volontaria, 1541), fino al grande interrogativo che affascinava la mente di Spinoza (Prefazione al Trattato teologico-politico, 1670): capire perché le persone si battono per la loro schiavitù tanto da essere pronte a tutto pur di restare oppresse. Letteralmente: come spiegare il fatto che le persone e i popoli non si ribellino a chi li sottomette in una condizione di subalternità e di miseria, ma anzi siano disposti  a perseverare e a difendere con tutte le proprie forze il loro stesso asservimento?

Chi volesse confrontarsi con le risposte del pensiero politico a questi interrogativi non ha che da  riprendere  la complessa e variegata vicenda teorica che costituisce la storia dell’idea di alienazione negli ultimi tre secoli. C’è però un aspetto psicologico che ne rappresenta un importante corollario, e che può ancora oggi spiegare il paradosso politico della cecità volontaria, che alimenta il formidabile consenso delle masse   per quei ceti dominanti che ne organizzano il sistematico sfruttamento.

Si deve alla geniale fantasia di Denis Diderot  la più penetrante scoperta del segreto che, in politica come nella vita, spiega il successo irresistibile del perfetto mascalzone: nel dialogo satirico “il nipote di Rameau”, Diderot ci offre una minuziosa diagnosi del fascino esercitato dalla “simpatica canaglia”.
Si tratta di qualcosa di molto diverso dal carisma del “grande delinquente” su cui soffermò l’analisi di Walter Benjamin come pura manifestazione di violenza distruttiva. L’identificazione del pubblico con il grande criminale consegue all’attrazione suscitata da chi riesce a dimostrare, con un gesto esplicito, la potenzialità che ciascuno ha di abbattere e sovvertire la razionalità del sistema sociale, le sue regole e il suo diritto.

Anche nella sua sconfitta, il grande criminale si presenta come il testimone di una violenza che  è sfuggita al controllo e al monopolio della Legge, per ergersi infine come una potenza estranea e antagonista alla razionalità formale del sistema, indipendentemente dalle intenzioni, spesso vili o futili, dello stesso soggetto che la incarna. Perché, spiega Benjamin, la violenza quando non  è nelle mani del potere costituito, comunque rappresenta “per esso una minaccia, non a causa dei fini che essa persegue, ma della sua semplice esistenza fuori dal diritto.”

Il nipote di Rameau, al contrario, si presenta come il paradigma dell’ anti-eroe: è un musicista fallito, discendente dal celebre compositore e teorico del barocco musicale, Jean-Philippe Rameau –  dalla cui parentela avrebbe forse potuto trarre profitto la maldicenza antimetafisica di Carnap, per apprezzare la segreta affinità con il filosofo Diderot, che affiora nella battute finali del dialogo.

Jean-François è un impostore di talento, un parassita che sopravvive esibendosi nel proprio colorito linguaggio, sospeso tra adulazione e maldicenza, nei salotti della borghesia parigina. Agli occhi del suo illuminato interlocutore, quest’individuo spregevole appare come un misto di sublime delirio e di ruvido buonsenso, di abiezione e di franchezza, di ignominia e di lucida intelligenza.

A Hegel che ne fece il tipo della coscienza venale e il  campione del linguaggio dell’adulazione, si oppone la lettura di Foucault, che vi scorse il momento della desoggettivazione come spettrale contraltare del soggetto moderno: “lui che sapeva imitare tutto, i canti della natura e i contegni del bel mondo, lui che conosceva tutte le lingue e non era più nessuno a forza di essere tutti, ma lui che allo stesso tempo, alla fine della sua pagliacciata, si ritrovava solo e recluso, con un sorriso vuoto”(Frédéric Gros, Nota sulla “Storia della follia”, in: Aut-aut, n. 351 del luglio-settembre 2011, Milano, Il Saggiatore, 2011, p.15).

Per questo intreccio contraddittorio di vizi e di virtù, Rameau sconcerta e affascina  il filosofo Diderot, che constata stupefatto e, a tratti, inorridito come sia possibile rinvenire in una stessa persona la più intransigente sensibilità estetica e, insieme, il più turpe cinismo, l’intelligenza più sagace unita alla più perversa dissipazione morale. Jean-François Rameau è in fondo la cattiva coscienza della società parigina di metà Settecento; è colui che ha il coraggio o la spudoratezza di confessare ciò che tutti pensano, e di esibire per mestiere, come satiro e pantomimo, ciò che tutti fanno nella loro vita reale.

Eppure c’è una virtù che affiora dallo spregiudicato autoritratto di Jean-François e che finisce per sedurre il philosophe: la parresìa, come la chiamavano i greci (o, come si direbbe oggi, una sorprendente forma di outing), cioè quella franchezza di linguaggio che consente di dire pubblicamente la verità, anche quando essa mette a rischio l’onorabilità e la reputazione di chi parla. E’ ancora Michel Foucault che nell’ultimo corso al Collège de France, nel 1984, ha analizzato la funzione del dispositivo parresiastico come radicale messa a nudo del proprio vero sé e come paradigma del coraggio della verità.

In questo senso, com’è attestato dai dialoghi platonici “Lachete” “Alcibiade I” e “Ippia minore”,  la parresia come tecnica della cura di sé (epimeleia heautou) e la virtù filosofica della philaleteia [cioè “amore per la verità” nell’ordine della conoscenza, ma anche sul piano della sincerità e del discorso veridico, e che quindi assegna al filosofo il ruolo critico di smascherare la menzogna, facendosi testimone del vero, al di là e anche contro le convenzioni e le consuetudini della società e della cultura], finiscono per incontrarsi e convergere nel dialogo di Diderot.

Quasi che la sofistica morale del nipote di Rameau e la maieutica socratica del suo interlocutore filosofo, lungi dal contraddirsi, finiscano per costituire i due aspetti solidali di una medesima critica rivolta alla società del loro tempo. Ad entrambi, si oppone un’ipocrisia di secondo grado, che agisce come una finta parresia:  “ci sono degli ipocriti che si vantano di una certa loro mentalità disonesta per poterla avere veramente dietro a quello schermo”.

Questa paradossale convergenza ideale tra la verità del filosofo e l’outing furfantesco di Rameau, che affiora nel corso del dialogo, costringe il lettore a coglierne il momento critico inseguendo il filo di una vera e propria dialettica dell’illuminismo. È come se l’Autore, proprio nel registrare la sorprendente, sotterranea concordanza tra  personaggi apparentemente così diversi e contrastanti, intenda mostrarne la sostanziale solidarietà che si cela dietro le loro maschere,  suggerendo perciò una radicale presa di distanze da entrambi. Nel seminario su L’Etica della psicoanalisi, Lacan traccia il profilo ideal-tipico dell’intellettuale di sinistra e dell’intellettuale di destra dietro le maschere, rispettivamente, dell’“utile idiota” nel ruolo del buffone di corte, da un lato,  e del furfante matricolato, dall’altro:

“Il fool è un semplice, un ritardato, ma dalla sua bocca escono delle verità che non solo sono tollerate, ma messe in funzione per il fatto che talvolta il fool è rivestito delle insegne del buffone. Quest’ombra felice, questa foolery di fondo, ecco cosa faceva ai miei occhi il pregio dell’intellettuale di sinistra. A cui opporrei la qualificazione di ciò per cui la stessa tradizione ci fornisce un termine strettamente contemporaneo, e usato in forme composte (…) quello di knave (…). Non è il cinico, con quel che tale posizione comporta di eroico. In senso proprio, è ciò che Stendhal chiama le coquin fieffé (il furfante matricolato)… –  Ognuno sa come un certo modo di presentarsi che fa parte dell’ideologia dell’intellettuale di destra consiste per l’appunto nel porsi per quel che effettivamente è, un knave, in altri termini, nel non ritrarsi di fronte alle conseguenze di quel che si chiama realismo, cioè, quando è necessario, nel rivelarsi di essere una canaglia”.

L’intellettuale di sinistra è dunque un buffone di corte, che può permettersi di smascherare la menzogna e la violenza del sistema di potere solo a patto di farlo per gioco, come pretesto comico-satirico, destituendo la sua stessa critica di ogni efficacia performativa realmente sovversiva. Perciò le sue analisi e le sue denunce restano confinate entro gli spazi dello “spettacolo” che il sistema si concede e che sono oggettivamente funzionali alla sua duratura conservazione.

L’intellettuale di destra è, invece, una canaglia, un conformista che postula l’immutabilità dell’ordine costituito come prova della sua verità e della sua giustizia. Perciò deride chiunque si proponga di trasformarlo come un’inguaribile e pericoloso “utopista”: i suoi ideali di progresso e di uguaglianza sono soltanto sogni sentimentali che, ove mai li si provasse a realizzare, si sfracellerebbero in una devastante catastrofe. “Non v’è miglior ruolo presso i grandi che quello di gran buffone”, dice Rameau – poiché la menzogna ai popoli è meno nociva della verità.

La storia della nostra Repubblica celebra oggi il trionfo dei “saggi”, dei “responsabili” chiamati a salvarci dalla catastrofe dell’opposizione tra destra e sinistra. Ma che  cos’è mai la saggezza in politica?  Nella torsione semantica che questa parola subisce nei discorsi odierni, chi è saggio non dice mai la verità. La verità è una prerogativa dei buffoni. Sulla bocca del buffone, la verità può mostrarsi solo se e perché è scambiata per un motto di spirito, un lazzo partorito dalla mente perversa del fool.

La verità uccide le coscienze, e i buffoni non amano uccidere, tutt’al più amano divertire il prossimo, rallegrarlo con le loro amenità e con le loro innocue battute di spirito. La menzogna invece uccide le vite delle persone, ecco perché solo i “saggi” devono dire menzogne alla moltitudine, quei “saggi” che si incontrano nelle redazioni dei giornali, nelle corti dei potenti, che si vestono da consiglieri del principe per suggerire lo stile comunicativo più suggestivo e accattivante. Ai buffoni basta poco, un desco e un giaciglio, vivere in modo bizzarro e stravagante. Le cose serie, il governo delle moltitudini, le lasciano fare ai “saggi”, alle persone a(c)corte.

È da questo punto di vista che l’opposizione apparente del fool e del knave cela piuttosto una affinità profonda: le “larghe intese” sono il loro destino, sistemica è la loro convergenza. Ma appunto questo e non altro è l’impedimento  dal quale occorre liberarsi, per evitare il processo patetico e inarrestabile dell’ eutanasia politica della moltitudine che sembra caratterizzare il nostro presente.


Parole chiave: intellettuali potere

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Claudio (utente non registrato)
 < solo i “saggi” devono dire menzogne alla moltitudine > nn conosco l'autore (me ne vergogno e scuso) ma questa frase, posta al fine del lungo crescendo mi riconcilierà per un po' con la cultura 

il primo Maggio 2013

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