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Ironia e intellettuali



di Michele Marsonet

Illustrazione di Roland Topor

Illustrazione di Roland Topor







È oggi di moda affermare che la democrazia non abbia – né richieda – fondamenti, e che l’idea di trovare per essa delle fondazioni filosofiche sicure sia profondamente errata. Parimenti errato viene giudicato il legame di filiazione che i più pongono tra la democrazia da un lato, e il razionalismo universalistico dell’Illuminismo dall’altro. Richard Rorty, per esempio, ha sostenuto che il modo più certo per fare cattiva filosofia (e non solo filosofia politica) è quello che si propone di “tenere insieme in una visione unitaria la realtà e la giustizia”, unendo la concezione – che è inevitabilmente personale – della responsabilità morale e politica con le determinanti ultime del nostro destino.
 
Rorty ricorre costantemente al concetto di “ironia”. Quando gli viene chiesto perché la giudichi tanto fondamentale, il filosofo americano risponde che l'ironia, ancor più che nella vita pubblica, è fondamentale nella vita privata, giacché consente all'intellettuale secolarizzato di sentirsi non più un individuo che si arroga il diritto di dire agli altri come debbano vivere, bensì “un figlio del proprio tempo”, ovvero un prodotto storicamente contingente in senso deweyano. E l’intellettuale che non adotta questo tipo di approccio alla realtà e alla vita “rischia di perdere il senso della finitezza e della tolleranza che risulta dal capire quante visioni sinottiche ci sono state e quanti pochi argomenti si possono dare per scegliere tra loro”.

In realtà ogni comunità implica “chiusura”, un raccogliersi in sé che è anche un chiudere fuori, un escludere. Un “noi” che non è circoscritto da un “loro” nemmeno si costituisce. Difficile tuttavia stabilire il confine, decidere come includiamo o escludiamo qualcuno dalla comunità, considerandolo appunto “altro”, “diverso”. Cosa ci autorizza a farlo?
 
Dev’essere condivisa l’idea di Isaiah Berlin – e di Karl Popper – che non tutti i valori supremi perseguiti dall’umanità in tutti i tempi debbano essere necessariamente compatibili tra loro o addirittura implicarsi reciprocamente. I valori possono scontrarsi, essere incompatibili non solo tra culture diverse, ma anche fra gruppi della stessa cultura, fra individui diversi e perfino all’interno dello stesso individuo. D’altra parte, per ogni pluralista che si rispetti, riconoscere la validità relativa delle proprie convinzioni non significa rinunciare a difenderle risolutamente. Ammettere il fatto che gli ideali della giustizia procedurale e dell’uguaglianza umana sono sviluppi culturali provinciali, recenti ed “eccentrici” non significa che vale meno la pena di battersi per essi. Per l’intellettuale “ironico” nato e cresciuto nell’Occidente liberale “gli ideali possono essere locali e legati a una cultura e ciò nondimeno costituire la più grande speranza dell’umanità”.

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Parole chiave: ironia richard rorty filosofia isaiah berlin george l. mosse

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