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Istruzione, ormai è troppo tardi



di Luca Ricolfi

Alberto Manzi, Non è mai troppo tardi. Programma TV, 1960-1968

Alberto Manzi, Non è mai troppo tardi. Programma TV, 1960-1968














Di disuguaglianze non si smette mai di parlare. Ci sono le disuguaglianze economiche, le disuguaglianze sociali, le disuguaglianze nella salute. Ci sono le disuguaglianze nel capitale ereditato dalla famiglia, nelle opportunità di vita, nel talento individuale. E ci sono, naturalmente, le disuguaglianze nel livello di istruzione, ossia nei titoli di studio che ognuno riesce ad aggiudicarsi.

C’è un tipo di disuguaglianze, tuttavia, che è enormemente cresciuto negli ultimi venti anni, e di cui nessuno parla. Un tipo di disuguaglianze che regala a una minoranza della popolazione una vita piena di opportunità e di soddisfazioni, mentre impone alla maggioranza un’esistenza difficile o comunque piena di limitazioni.

Di che cosa si tratta?

Non c’è un termine condiviso per designare questo tipo di disuguaglianze, ma io le osservo quotidianamente nel mio lavoro di docente universitario che da anni insegna materie relativamente complesse (analisi dei dati e matematica) e ha a che fare sia con le “matricole” (gli studenti appena diplomati che si iscrivono all'università) sia con gli studenti che stanno per laurearsi. Possiamo chiamarle, molto approssimativamente, disuguaglianze di conoscenza; oppure “disabilità cognitive”, in omaggio al lessico in voga.

È imbarazzante descriverle, perché hanno raggiunto livelli che mi verrebbe da definire umilianti, livelli che peraltro i test correnti, più o meno standardizzati, non sono assolutamente attrezzati per misurare in tutta la loro ampiezza. Devo però fare una premessa, prima di tentare una descrizione. La materia che insegno, per essere compresa e padroneggiata a un livello accettabile, richiede un discreto grado di organizzazione mentale. In buona sostanza capacità quali: padronanza della lingua, astrazione, ragionamento, manipolazione di simboli astratti, memorizzazione. È chiaro che simili capacità, come qualsiasi altra (compreso saper ballare, suonare uno strumento, o sciare in neve fresca) non possono essere possedute da tutti nella stessa misura. Il punto, però, è che quando vengono messe alla prova da un esame universitario si rivelano distribuite in un modo mostruosamente ineguale fra gli studenti. E dico questo non nel senso che ci sono studenti molto più bravi di altri (è sempre stato così), ma nel senso che, al giorno d'oggi, almeno la metà degli studenti non ha assolutamente, neppure alla lontana, la preparazione di base che - in teoria - dovrebbe possedere in virtù del certificato che esibisce (diploma di scuola secondaria superiore).

Spesso non ha neppure la preparazione che ci si aspetta da chi si è fermato alla scuola media inferiore. E in un numero di casi tutt’altro che trascurabile non ha nemmeno le competenze che, sulla carta, dovrebbero essere trasmesse e garantite dalla scuola elementare (ad esempio far di conto e non compiere errori di ortografia). All’attonito docente universitario può persino accadere di trovarsi di fronte uno studente che non sa eseguire una sottrazione elementare (1-5), o non sa addizionare 12 e 8 e deve ricorrere alle dita per arrivare al risultato (naturalmente quest'ultimo è un caso-limite, ma la domanda è: come ha potuto la scuola “certificare” le sue competenze e rilasciargli un diploma?). Per non parlare del titanico lavoro di correzione dell'italiano che incombe sui docenti quando giunge il tragico momento della tesi di laurea (o meglio di quell’esercizio che ci ostiniamo ancora a chiamare tesi).

Proverò a dirlo in un modo ancora più crudo: per quel che vedo quotidianamente, una parte degli studenti universitari ha un livello di organizzazione mentale che non è, semplicemente, un po' meno buono di quello degli studenti bravi, ma è abissalmente inferiore, come può esserlo il livello di organizzazione mentale di un bambino di sei-sette anni rispetto a quello di un adulto. E, cosa ancora più triste, in molti casi il gap appare irrimediabile, in quanto chiaramente legato a percorsi scolastici disastrosi, a occasioni di conoscenza clamorosamente mancate e che difficilmente potranno ripresentarsi.

Alla fine degli esami io chiedo sempre “che scuola hai fatto?”, e le risposte che mi accade di ascoltare sono terrificanti: quello che i tanti studenti in difficoltà raccontano sugli insegnanti che hanno avuto, sul numero di supplenti che si sono alternati in certe materie, sui programmi svolti e non svolti, sulle licenze didattiche che tanti prof si sono presi, tutto questo restituisce un quadro della scuola mortificante. Un quadro, sia detto per inciso, in cui non si intravedono più, come un tempo, condizioni di svantaggio sociale, o tragedie familiari e personali, bensì solo prosaiche vicende istituzionali (e spesso familiari) di incuria e superficialità, approssimazione e leggerezza. In sostanza: l’ordinario modus vivendi di una società in cui, di fatto (anche se a parole lo neghiamo), la cultura, la conoscenza, lo studio sono divenuti assai meno importanti di tutto il resto.

Non mi interessa, qui, indicare di chi è la responsabilità, che è chiaramente di tutti: genitori, insegnanti, politici e, naturalmente, studenti (il non-studio è anche una scelta). Quello su cui vorrei attirare l'attenzione è invece l'enorme diversità di destino fra i miei studenti. Quando li incontro e quando ci parliamo, lo vedo ad occhio nudo: c'è chi quasi certamente ce la farà, perché la scuola e l’università hanno strutturato la sua mente, e c’è chi (salvo il caso in cui abbia una famiglia potente alle spalle), avrà una vita lavorativa difficile, perché la scuola e l’università hanno preferito rilasciargli un titolo senza occuparsi seriamente della sua mente.È strano. Da un paio di decenni abbiamo deciso che le nostre sono “società della conoscenza”, non c’è occasione in cui non ripetiamo che la conoscenza è la variabile fondamentale, che da essa dipendono i destini delle economie come quello degli individui; da anni e anni ci stracciamo le vesti, scendiamo in piazza, firmiamo manifesti e appelli contro la (presunta) inarrestabile crescita delle disuguaglianze economiche, e poi – chissà perché – di fronte agli spaventosi divari di conoscenza fra i nostri giovani, che certamente produrranno grandi disuguaglianze nelle loro vite, non diciamo nulla, li accettiamo come se non esistessero, o non fossero importanti. C’è qualcosa che non va. O sbaglio?

Il sole 24 ore



 


Parole chiave: Luca Ricolfi istruzione università

COMMENTI

Sono presenti 3 commenti per questo articolo

Fiammato (utente non registrato)
Se poi lei si trovasse a dover giudicare le prove degli insegnanti che "preparano" gli studenti delle scuole medie, inferiori e superiori, e che per di piu prendono addirittura uno stipendio, il suo sconforto si tramuterebbe in orrore, caro professore. E allora il senso di umiliazione si tramuterebbe in desiderio di sterminare alcune generazioni. Con ottimismo direi a partire da quelli nati negli anni 70. Come lei sa il danno cresce in modo esponenziale e non aritmetico...
il 13 Giugno alle 15.14

Anarcronismo (utente non registrato)
È complesso rispondere. Si potrebbero attaccare i livelli d'istruzione precedenti, denunciare il sistema di autonomia scolastica, che costringe a mantenere una buona buona fama (basso livello di bocciature) all'Istituto. Qualcuno potrebbe criticare l'efficacia dell'istruzione universitaria. Si potrebbero dire molte cose, anche molte sciocchezze. Nelle scuole in cui m'è capitato d'insegnare, i docenti di matematica sono sempre stati inequivocabilmente quelli meno “graditi” dagli allievi e, assai spesso, i più contrastati in sede di scrutinio. Due lunghe colonne rosse di matematica e di fisica: questo è lo scenario ricorrente all'apertura del tabellone. Poi – secondo una procedura che io, comunque, condivido – il Consiglio di Classe si esprime caso per caso. Dal rosso qualcosa volge al nero, altro in un colore che adesso non saprei dire – ma indica che il CdC ha dato l'aiuto a maggioranza – altro ancora rimane rosso per settembre – quando non è luglio! - e lì, in linea di principio, volgerà al nero. Insomma, il deficit logico, così ben espresso dalla disciplina matematica, viene accertato, eccome se lo viene.
Il resto lo riassumo sinteticamente per via del limite delle 500 parole. Livello di organizzazione: scarso; affidabilità: scarsa (estenuanti percorsi formali nel dialogo scuola-famiglia); visione della scuola quale motore di promozione sociale: nullo (che lo sia e/o che possa esserlo); interlocuzione frequente: tra il calciatore che fa lo show con l'arbitro e il protagonista sclerato di stupidi programmi televisivi; tutta una salsa bancaria (debito, credito, portfolio, sportello) vuota come il significato del denaro. Acclarare non è complicatissimo, il problema è dove intervenire, se ci sia in atto un'involuzione o se non stiamo per caso assistendo ad un'evoluzione. Possiamo anche sterminare tutti insegnanti e alunni, ma perché se la strada è quella giusta?
il primo Luglio alle 14.03

Tonino Filardi (utente non registrato)
Perfettamente d'accordo con quanto afferma il Professore. Sarebbe già abbastanza comprendere che nella gestione della scuola, da almeno 20 anni, non se ne sta indovinando una. L'autonomia a mio avviso è una delle più grandi sciagure, poiché ha incoraggiato molti presidi a pensare "posso fare ciò che voglio", dando così il colpo mortale ad una scuola già prostrata oltre ogni limite. Basterebbeimitare lla scuola francese, che di autonomi ha molto poco, ma funziona perché ogni giorno circolano in "terre de France" almeno 8000 Ispettori. Qui invece si cerca di fare delle operazioni di maquillage coi test INVALSI, che sarebbe più corretto dire INSULSI, e che perggioreranno solo la situazione. Io insegno Matematica e Fsica al Liceo scientifico, e tranquillizzo Riocolfi, dicendogli che aver compagnia al duol scema la pena. Mi è capitato di fare lezioni private di Analisi matematica gente che pretendeva di dare la Materia dopo un mese, e asseriva convintamente che 3*6 = 9 perché confondeva il simbolo * col +. Ci sarebbe da aggiungere altro? Cerrrrrto che siamo nella società della conoscenza!!!!

il 19 Agosto alle 18.58

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