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Junkspace



di Rem Koolhaas







L'«identità» è il nuovo cibo spazzatura per i diseredati, il foraggio della globalizzazione per chi non ha diritto al voto… Se lo space-junk (spazzatura spaziale) sono i detriti umani che ingombrano l’universo, il junk-space (spazio spazzatura) è il residuo che l’umanità lascia sul pianeta. Il prodotto costruito della modernizzazione non è l’architettura moderna ma il Junkspace (…).

Nel XX secolo l’architettura è scomparsa; abbiamo speso il nostro tempo a leggere al microscopio una nota a piè di pagina sperando che si trasformasse in un romanzo; la nostra preoccupazione per le masse ci ha reso ciechi all’Architettura della Gente.

Il Junkspace sembra un’aberrazione, ma è l’essenza, ciò che conta… il prodotto dell’incontro tra la scala mobile e l’aria condizionata, concepito in un’incubatrice di cartongesso (tre cose che non compaiono nei libri di storia). (…) il Junkspace sfrutta ogni invenzione che rende possibile un’espansione, dispiega l’infrastruttura dell’uniformità: scale mobili, aria condizionata, sprinkler, porte tagliafuoco, lame d’aria…

È sempre un interno, così esteso che raramente se ne possono percepire i limiti; promuovere il disorientamento con ogni mezzo (specchi, eco, superfici lucide…). Il Junkspace è sigillato, tenuto insieme non dalla sua struttura ma dalla sua pelle, come una bolla.

La gravità è rimasta costante, combattuta con lo stesso arsenale fin dall’inizio dei tempi; ma l’aria condizionata – un medium invisibile, dunque inosservato – ha davvero rivoluzionato l’architettura. L’aria condizionata ha dato vita all’edificio senza fine. Se l’architettura separa gli edifici, l’aria condizionata li unisce.

L’aria condizionata impone regimi mutevoli di organizzazione e coesistenza che lasciano indietro l’architettura. Un solo centro commerciale è oggi il lavoro di generazioni di organizzatori dello spazio, riparatori e tecnici, come nel Medioevo; è l’aria condizionata a sorreggere le nostre cattedrali. (Inconsapevolmente, tutti gli architetti stanno forse lavorando su uno stesso edificio, per ora separato, ma dotato di ricettori nascosti che lo renderanno un giorno coerente). (…)

Gli architetti non hanno mai saputo spiegare lo spazio. Il Junkspace è la nostra punizione per le loro mistificazioni. Il Junkspace è il doppio corporeo dello spazio, un territorio di visione compromessa, di aspettative limitate, di serietà ridotta. È un Triangolo delle Bermuda dei concetti, una capsula Petri abbandonata: cancella le distinzioni, mina alla base ogni risoluzione, confonde l’intenzione con la realizzazione. Sostituisce la gerarchia con l’accumulo, la composizione con l’addizione.

(…) Il Junkspace è come essere condannati a un bagno perpetuo in una Jacuzzi con milioni dei tuoi migliori amici… Un nebuloso impero di in distinzioni che confonde l’alto e il basso, il pubblico e il privato, il dritto e il ricurvo, il sazio e l’affamato per offrire un ininterrotto patchwork di ciò che è perennemente disarticolato. L’arco, che una volta era l’asino da soma delle strutture, è diventato l’emblema impoverito della «comunità» e dà il benvenuto a un’infinità di popolazioni virtuali in luoghi inesistenti.

Quando è assente, è semplicemente applicato (spesso in stucco) come postilla ornamentale a qualche superblock eretto in gran fretta. L’iconografia del Junkspace è per il 13% romana, per l’8% Bauhaus, per il 7% Disney (testa a testa), per il 3% Art Nouveau, seguito a poca distanza dai Maya (…). Poiché non può essere afferrato, il Junkspace non può neppure essere ricordato. È sgargiante ma non memorabile, come uno screensaver; il suo rifiuto di irrigidirsi garantisce un’amnesia istantanea.
Rem Koolhaas, Junkspace 

Parole chiave: sociologia architettura

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