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L'arte della fuga



Di Aldo Elefante

D – Il filosofo di cui parli nei tuoi saggi e che probabilmente sei,

assomiglia un po’ all'artista novecentesco in questo tentativo di mostrare l'invisibile, e  mi ha ricordato De Chirico che distingueva in ogni cosa due aspetti: uno corrente che vedono gli uomini in generale e lo spettrale o metafisico che possono vedere solo rari individui in momenti particolari. Questa similitudine  però può reggere a patto che il filosofo non pretenda immediatamente di organizzare l’invisibile, ma ne rispetti le incongruenze, senza tradirlo, come ha provato a fare l’arte contemporanea.


R – Il filosofo è uno che non può tradire se vuole restare filosofo. Il filosofo è chi si occupa delle cose vere e le cose vere – come l’amore vero e l’amicizia vera – non si oppongono al falso ma al tradimento. Chi dice la verità è chi non tradisce. Vedere ciò che manca in quello che c’è, perché quello che c’è sia veramente quello che è, questo è l’esercizio della filosofia. Si tratta di un esercizio disciplinare, in quanto ti mette in condizione di vedere quello che non si vede, perché è nascosto dal visibile. L’invisibile ha quindi a che fare con una modificazione dello sguardo. Il nostro sguardo entra in una sorta di camicia di abitudine, di organizzazione abitudinaria, per cui vede quello che c’è ma non è capace di vedere l’invisibile, ciò che il vedere stesso nasconde. Allora come non tradire? Non organizzare, non formattizzare lo sguardo, non arrivare ad un’organizzazione chiusa, lasciare sempre un resto.
 
D Parli ripetutamente dell'ascolto, di come bisogna farsi cavi per poter accogliere. Forse è questa la grande scoperta/riscoperta della pratica filosofica: il dialogo. La filosofia è stata per lungo tempo un soliloquio incapace di ascolto?

R – Noi abbiamo vissuto l’epoca della filosofia non applicata, la filosofia è rimasta chiusa nelle università che si sono arrogate il diritto della filosofia. Ancora oggi Derrida e Foucault si fa fatica a tenerli dentro le università, eppure sono persone che hanno fatto filosofia in maniera applicata, pagando pure un prezzo. Si tratta quindi di portare la filosofia in giro. Per me è stata una cosa importantissima portare la filosofia nei luoghi, per vedere se avesse da dire qualche cosa e quella parla, dice, ha da dire tante cose in ogni luogo. In merito poi all’ascolto bisogna dichiarare che ascoltare non è un mettersi in una condizione di passività. Bach non si ascolta ma è ascolto, cioè ti mette in una dimensione di ascolto, che è una dimensione proprio fisica, ti dispone in un certo modo. Quelle persone che ascoltiamo fanno di noi qualche cosa.
 
D – Tu fai ridiventare il filosofo mobile. Lo mandi dove non si dà luogo al sapere, lo fai passare da un mondo ad un altro. Molti temono che questa “filosofia di strada” possa snaturare la filosofia.

R – Se fare filosofia significa scrivere un testo su “Essere e tempo in Heidegger”, allora io dico che questa non è la natura della filosofia. Spinoza ha scritto l’Etica mica perché voleva scrivere un libro. Allora io debbo portare fuori dal libro tutto questo. Il libro è assolutamente necessario ma è uno strumento. Quando andavo in carcere con i ragazzi mi presentavo con un libro in mano,
per far capire che quello era uno strumento. Ora quello strumento io lo potevo utilizzare aprendolo e leggendo una pagina, oppure dandogli quel valore simbolico, affinché i ragazzi potessero capire per esempio – e questa è una cosa che ho capito con il tempo – che i nostri errori sono errori di scrittura, non semplici errori di ortografia sulla pagina scritta, ma errori di scrittura sul nostro corpo, i nostri segni. Il nostro stesso corpo è un libro scritto.

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Parole chiave: giuseppe ferraro umberto galimberti andy warhol gerd. b. achenbach ran lahav

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