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L'assedio



di Francesco Panaro Matarrese



«Gli speculatori non possono fare nulla di male, sono come bolle su un flusso costante di impresa. Ma il problema si fa serio quando l’impresa diventa la bolla in un vortice di speculazione. Quando lo sviluppo del capitale di un paese diventa un sottoprodotto delle attività di un casinò, il lavoro rischia di essere danneggiato». A distanza di molti anni bisognerebbe poter chiedere conto a Keynes di quegli speculatori di borsa che, secondo lui, non sono pericolosi.

Un dato di fatto è certo sulle questioni economiche di questi anni: è mancato il controllo. È possibile che i popoli, o i proletari di tutto il mondo (per usare un vecchio modo di dire), si siano fatti mettere nel sacco così, come un gatto cieco? Sì, lo hanno lasciato fare.

E gli intellettuali di area? Con manuali da giovani marmotte alla mano si sono concentrati a fare le sentinelle per più di mezzo secolo, a scrutare l’orizzonte nel caso arrivasse un nuovo folle capo nazifascista. Non si accorgevano che c’era in atto da decenni un assedio attuato da lestofanti con le facce di bravi ragazzi in giacca e cravatta. Li hanno tenuti a bada con serissimi ragionamenti, a ricordare di venerare come totem le lotte partigiane. Mentre, nel sottobosco, si muovevano stuoli silenziosi di simpaticoni molto agguerriti.

Il capitalismo, a fasi alterne, sembra perdere appeal. E contemporaneamente, sul globo terrestre, si assiste alle evidenze odierne contraddittorie. Visto dall’estremo oriente il capitalismo è qualcosa di vitale (e per un lungo periodo voci insistenti hanno dato notizia che l’uomo più ricco della Cina potesse entrare a far parte del Comitato centrale del Partito comunista cinese). E questo sembra dire che, nonostante i continui fallimenti, il capitalismo ha da sempre i secoli contati. Perché non ci sono – a vederla così – alternative possibili, nonostante le buone intenzioni di chi professa decrescite più o meno felici.

Da quando le campane dell’economia suonano a morto c’è stata un’accelerazione delle campagne pubblicitarie per aumentare le vendite, per accelerare i consumi. Oltre alla pressione delle compagnie telefoniche e la pubblicità di automobili (da non crederci, vengono indicate in alcuni spot come i migliori investimenti possibili), c’è una presenza di voraci prodotti bancari. Primi fra tutti i consigli per investire i risparmi.

Lo stanno facendo tutte le banche. La più insistente su quei prodotti è quella di uno stacanovista della pubblicità, che promette grandi interessi e sicurezza dei risparmi, un banchiere sceso in prima persona “sulla spiaggia” a disegnare un cerchio “…intorno a te”, nella sabbia. Un comico televisivo qualche anno fa ironizzava su cosa ci si poteva aspettare da una banca “disegnata nel sabbione”.

Un mondo fatto di gatti e di volpi, una parte scende in finanza, un’altra in politica. In poco tempo, senza un’inversione di rotta, come in tutti i momenti di grandi guai economici, ci sarà bisogno delle carriole per trasportare le banconote necessarie a pagare la spesa del giorno.

Ma c’è un altro dato che la crisi economica si porta dietro, quello sociale. In quanti sapranno vivere con poche cose? In quanti sapranno tornare indietro, fare una vita sottotono visto che tutti sono nati e cresciuti nella bambagia, con alti e bassi, dagli anni Settanta-Ottanta fino a questi giorni? Se prendiamo le donne e gli uomini che sono venuti su dall’inizio del Novecento, per più di mezzo secolo hanno costruito – nel bene e nel male, con tutti gli errori che le persone possono fare – le proprie famiglie, il proprio lavoro in condizioni difficili.

Ma chi è venuto su negli ultimi trent’anni, nutrito a base di sofficiniapericena e vacanze esclusive – seppur di finzione – avrà qualche piccola difficoltà ad adattarsi? È possibile, sì. È possibile aspettarsi un incremento della delinquenza, come da scene di vecchi film – guardie e ladri –, di rapine a gioiellerie e banche, sequestri di persona professionali e alla buona. Lo si può misurare dalle cronache giornaliere.

Insomma, forse è ipotizzabile un ritorno alla vecchia criminalità non organizzata: poveracci e balordi, ladri di biciclette, principianti alla ricerca di un piccolo gruzzoletto che permetta di andare avanti senza dover cedere le seconde macchine, senza dover fare a meno del ristorante più volte a settimana. Ma anche solo per sopravvivere. E potrebbero aumenteranno i quartieri poveri e malfamati come succedeva una volta.

In 1997: fuga da New York del 1981 il regista John Carpenter (una pellicola famosa più che altro per il personaggio Jena Plinsky) fa dire alla voce narrante parole da catastrofe sociale:

«1988: l'indice di criminalità negli Stati Uniti aumenta del 400%. Quella che un tempo fu la libera città di New York diventa il carcere di massima sicurezza per l'intero paese. Un muro di cinta di 15 metri viene eretto lungo la linea costiera di Jersey, attraverso il fiume Harlem, e giù lungo la linea costiera di Brooklyn. Circonda completamente l'isola di Manhattan, tutti i ponti e i canali sono minati. La forza di polizia statunitense, come un esercito, è accampata intorno all'isola. Non vi sono guardie dentro il carcere. Solo i prigionieri e i mondi che si sono creati. Le regole sono semplici: una volta entrati, non si esce più».

Non ci sono illusioni da farsi, finge chi in queste ore, in questi giorni, dice che bisogna essere solidali, che tutti devono pagare le tasse per salvare quel poco che ne è rimasto. Imporre che tutti paghino le tasse equivale, oggi, a passare per pericolosi sovversivi e non per amici della democrazia. Un Paese dove tutti pagano le tasse equamente ha lo stesso valore dell’instaurazione di un regime totalitario di marca socialista. Semplificando, in questo occidente, e non solo, è permesso il furto, è permesso derubare dei beni personali un singolo o un gruppo, salvo poi essere sorpreso e scontare la pena che il codice prevede, quando non interviene la corruzione dei giudici e di un intero sistema.

L’economia occidentale si può spiegare – per scherzarci su – con una storiella banale: Ipotizzate, per semplificare, una nazione fatta di dieci persone, cinque ricche e cinque povere. Se un povero ruba i beni di una persona ricca in quella società non cambia niente, il ricco diventa povero e il povero diventa ricco, i numeri rimangono gli stessi, cinque ricchi e cinque poveri. La paura dei ricchi è solo una: imporre la divisione equa delle ricchezze fra tutti e dieci i componenti la società: i cinque ricchi dimezzano i propri averi per passarli a chi non ne ha. E questo non potrà mai accadere. Chi ha non cederà mai nulla al prossimo. Come si chiama nella cultura cristiana, il prossimo. Quella cultura che ha attraversato duemila anni scarrozzando l’umanità fino ad oggi, per farla scendere al punto di partenza, nella barbarie.

Questa crisi economica era stata preannunciata agli inizi degli anni Ottanta, ma anche agli inizi dei Settanta, dopo aver depredato la terra negli anni del boom economico. Dicevano, allora, economisti, finanzieri, politici e osservatori che il futuro sarebbe stato sempre più duro. Duro non per loro, naturalmente. C’è la sensazione che questa grande crisi sia stata programmata per prosciugare quel poco che donne e uomini hanno messo da parte.

Non è stato messo niente da parte? Le banche e i governi non hanno timore se le persone non hanno nulla da spendere. Spenderanno, eccome se spenderanno. Come è sempre accaduto: con le rate. Loro, le banche, oltre al portafoglio hanno mirato alle vite, alle esistenze. Da decenni testano un sistema antico in chiave moderna, lo schiavismo. Miliardi di persone con due piedi legati ai debiti.

Può sembrare inconsistente questo teorema, vero. Anche incompleto, d’accordo. È lacunoso come il teorema dell’incompletezza di Gödel sul sistema aritmetico, per un motivo elementare: contiene sentenze vere ma che non sono dimostrabili. Lo spiega Piergiorgio Odifreddi, «…In altre parole, nel sistema [aritmetico] ci sono verità indimostrabili, esattamente come nei migliori processi di mafia». Nonostante le evidenze indimostrabili, così deve essere letto e interpretato il nuovo sistema mondiale.

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Parole chiave: francesco panaro matarrese recessione economia

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Guido (utente non registrato)
A Keynes rinfacciavano proprio i suoi modelli validi nel breve periodo, ma tanto in quello lungo “saremo tutti morti” rispondeva. Se dovessimo imputargli di non aver nemmeno previsto adeguatamente le esigenze di sviluppo del capitalismo (diciamo dal naufragio del vascello di Bretton Wood, per usare un’espressione che mi pare di ricordare venga adoperata da Antonio Negri in Impero) dovremmo proprio biasimarlo. A questo punto non oso nemmeno immaginare come dovremmo comportarci con i famosi intellettuali di cui parli, cosa dire dei neoliberisti e, soprattutto, di quelli muniti di sufficienti strumenti culturali antagonisti. L’intelletuale impegnato in politica, poi, se c’è stato, o s’è piegato allo stato di necessità oppure non è mai davvero emerso perché spazzato via dallo stato di necessità.
Anche apericena e sofficini, per quanto indice d’un certo degrado della vita umana, non sono altro che stato di necessità. L’esistenza della società basata su una vendita ben riuscita (come paradigma reale d’una dimensione, economica, sociale e antropologica) è una grande intuizione, forse banale come molte grandi intuizioni, di Karl Polanyi. Ora immaginiamoci cosa possa essere una società (globalizzata) in cui il denaro rappresenta non solo un’esigua percentuale di ciò che si può chiamare ricchezza, ma la cui dimensione dipende da una congerie sterminata di operazioni che legano presente e futuro in modo imprevedibile. In buona sostanza, ciò che io oggi possiedo, ciò su cui posso fare affidamento per me o la mia famiglia, dipende moltissimo dalla velocità con un cui un banco di pesci (magari spinti da un pescecane) si sposta verso acquisti la cui redditività si basa sul prezzo del petrolio o del frumento o d’altri beni di prima necessità in un dato momento futuro.  Che siano molti o pochi a fare incetta di petrolio o frumento è già un problema, se l’indice di quel determinato fondo sale o scende nel tempo è un altro problema, se alla fine sarà un grande o pessimo affare sarà l’ultimo problema. Tutto per il prezzo d’un bene al 2040! Ma allora qualcuno potrebbe anche affermare keinesyanamente: sarò morto a quell’epoca! E tutto ciò senza avere necessariamente comprato.
Il capitalismo funziona da tempo come gli stati, è scivolato nella spirale di un debito che non ha altra garanzia che la crescita che, però, non può più basarsi sul debito (nemmeno come forma capitalistica d'investimento).  Ha i secoli contati? Non saprei, ma il sistema di produzione feudale scalzò lo schiavistico e quello capitalistico il feudale (grosso modo) e nessuno, che mi risulti, ha mai progettato rivoluzioni ben riuscite contro un sistema di produzione. Però mi preoccupa la salute della democrazia, perché non c’è democrazia dove viene smarrito il potere di controllo del demos sui centri decisionali dell’esistenza; l’individuo è contento d’essere tutelato come consumatore (tanto è quello che deve limitarsi a fare per bene);  uno che sta con un piede in BanKitalia e uno nella BCE suggerisce che è meglio se io decido di farmi tassare la casa dove abito e dove se ognuno si comportasse da capitalista sarebbe davvero disastroso.
il 15 Ottobre 2011

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