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L'esegete del testo



di Abraham B. Yehoshua





Ritengo che in ogni opera letteraria, e forse anche in ogni creazione artistica, siano presenti due forze contrastanti che agiscono in direzioni diverse, ma che un loro giusto equilibrio sia ciò che dà a un’opera il suo valore particolare. Da un lato troviamo l’immaginazione sfrenata, la scintilla creativa, la capacità inventiva, le intuizioni e le idee innovative - sia in termini di contenuti sia di forme letterarie, linguistiche o strutturali. Tutti quegli elementi che conferiscono a un’opera la sua originalità, unicità e il diritto di pretendere l’attenzione dei lettori.

Dall’altro troviamo una forza costruttiva e organizzativa che impone a un’opera una struttura e un ordine logico, così da creare un senso di credibilità nei lettori e permettere che non solo si stupiscano dei suoi nuovi e fantasiosi contenuti, ma che li assimilino, provando un senso di identificazione.  Per chiarire le mie intenzioni vorrei portare ad esempio il racconto di Franz Kafka La metamorfosi, considerato a tutt’oggi uno dei classici più importanti del XX secolo e al quale sono state date centinaia di interpretazioni.

Ecco l’incipit del racconto:
Gregorio Samsa, svegliandosi un mattino da sogni agitati, si trovò trasformato, nel suo letto, in un enorme insetto immondo. Giaceva sulla schiena, dura come una corazza e, sollevando un po’ la testa, vide un addome arcuato, scuro, attraversato da numerose nervature. La coperta, in equilibrio sulla sua punta, minacciava di cadere da un momento all’altro; mentre le numerose zampe, pietosamente sottili rispetto alla sua mole, gli ondeggiavano confusamente davanti agli occhi».

L’idea iniziale, la scintilla creativa di questo racconto, in cui un uomo si sveglia una mattina e scopre di essersi trasformato in un grosso insetto, è audace, folle e ricca di significati (simbolici, sociali e altro ancora). Ma questa idea surreale avrebbe potuto condurre il racconto in tutt’altra direzione, creare situazioni insolite o ogni sorta di trovate strane e divertenti. Non poche opere letterarie e cinematografiche sono infatti andate un po’ troppo oltre sulla spinta di una immaginazione fervida e audace. Ma nella Metamorfosi, come in altri racconti di Kafka, la forza del reale e della razionalità non ha permesso alla fantasia di sbizzarrirsi. Kafka ha costruito in maniera credibile e logica una serie di eventi che si dipanano come conseguenza del bizzarro avvio del racconto (eventi già intuibili nella descrizione dettagliata e fedele dell’aspetto esteriore dell’insetto dopo la prima, sconvolgente, frase).
Proprio a causa della severità della forza costruttiva e organizzativa del racconto, che vuole imporre una struttura logica e garantire un necessario sostegno a un incipit irrazionale, si crea in esso quel giusto equilibrio che lo ha reso un classico della letteratura moderna.

Il tentativo di un’immaginazione fervida e audace di sorprendere il lettore, di sfidarlo, di trascinarlo in situazioni folli, di ricorrere alla casualità come forza trainante della trama, potrebbe infatti riservare brutte sorprese. Il lettore potrebbe divertirsi qua e là ma anche perdere fiducia nelle serietà dell’opera e soprattutto, nella maggior parte dei casi, faticare ad assimilarla e ad accettarla come conviene ai classici. Anche l’idea fantastica e assurda di Faulkner nel racconto Una rosa per Emily, in cui una donna anziana che ha segretamente ucciso il suo amante in un lontano passato e continua per molti anni a giacere accanto al cadavere in decomposizione, non avrebbe potuto avere un effetto tanto efficace sui lettori se la scoperta del cadavere dell’uomo, alla fine del racconto, non fosse stata preceduta da una prosa limpida, logica, descrittiva e psicologicamente credibile.

Nel mio ultimo romanzo La scena perduta ho cercato di affrontare e di dare espressione alle due forze presenti in un’opera letteraria mediante due diversi personaggi. Per raggiungere questo scopo sono ricorso all’arte cinematografica in quanto spesso è nella dinamica di un rapporto tra uno sceneggiatore e un regista che si riscontra un dialogo tra queste due forze. Nel mio romanzo la tensione tra i due protagonisti sfocia in un vero e proprio scontro che porta a una rottura e genera risentimento. Lo sceneggiatore è un giovane sefardita di bassa estrazione sociale, dotato di grande talento creativo e con idee coraggiose, sia a livello psicologico sia sociale. Per realizzarle, però, ha bisogno di un regista, di un uomo maturo con un solido background, capace di costruire e strutturare un’opera cinematografica così da garantirle credibilità, requisito che nei film è spesso molto più importante che in letteratura. Il rapporto tra questi due personaggi è al centro del romanzo, il quale descrive il processo di realizzazione di alcuni dei loro film.

Oltre al complesso rapporto tra queste due forze creative, il romanzo tratta di un altro importante argomento inerente alla comprensione di un’opera letteraria e artistica: i due artisti, lo sceneggiatore e il regista, si rendono conto di non poter essere gli esegeti delle proprie opere. In questo mio romanzo ho dunque rinsaldato la mia convinzione (sviluppatasi nel corso di lunghi anni) che un autore non è che uno degli esegeti del proprio lavoro e spesso nemmeno il più autorevole e profondo. Proprio perché un’opera racchiude una sostanziale duplicità (l’idea che l’ha generata e l’elaborazione di tale idea) talvolta il suo significato sfugge alla coscienza dell’autore, mentre un lettore attento, estraneo a essa, può forse comprenderne meglio le sfumature.


 

Parole chiave: letteratura

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