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L'influenza del Campari nelle decisioni morali



di Jesse J. Prinz



Superate le tre righe fastidiose del politico
italiano dell’incipit di questo articolo.
Il resto è tutto da leggere





Immaginate di essere al bar con un amico. Decidete entrambi di ordinare uno spritz, ma voi lo prendete con l'Aperol e lui con il Campari. Poi viene fuori il solito discorso sulla vita sentimentale di Berlusconi. Chiedete al vostro amico cosa ne pensa dell'imminente matrimonio con Francesca Pascale e lui risponde di esserne inorridito. «Come può un uomo di settant'anni sposare una ragazza di venti?» esclama «È raccapricciante!». Voi però non credete che sia così tremendo per una coppia consenziente sposarsi, anche se c'è una grande differenza d'età. Sembra che voi e il vostro amico abbiate differenti valori morali per valutare quando una relazione è appropriata o no. Ma esiste anche un'altra possibilità: forse è soltanto il Campari. Il Campari è più amaro dell'Aperol e potrebbe aver reso aspro anche il vostro amico.

In uno studio che ho condotto insieme agli psicologi Kendall Eskine e Natalie Kacinik, abbiamo chiesto ad alcune persone di bere un bicchiere d'acqua o una bevanda amara (il Swedish Bitters). Le abbiamo poi interrogate sui loro valori morali: quelle che avevano bevuto la bevanda amara hanno dato giudizi morali più rigidi. Ma questo è solo uno degli studi più recenti che mostra che i giudizi morali sono determinati dalle emozioni. Ad esempio, sappiamo che i giudizi morali possono essere influenzati dal trovarsi in un ambiente sporco, da umori passeggeri, o dai suoni. In un altro studio con Angelika Seidel, abbiamo chiesto ai partecipanti di ascoltare musica rumorosa: i loro giudizi morali diventavano decisamente più negativi. Dal lato opposto, abbiamo scoperto che la musica allegra rende le persone più gentili: le persone sono più portate ad aiutare persone bisognose se gli si è sollevato l'umore. Altri ricercatori hanno scoperto che se si tiene in mano una tazza di caffè caldo gli altri ci appaiono più piacevoli e che quando si sente il profumo di dolci appena sfornati si diventa più generosi.

I risultati che provengono dagli studi psicologici sono più che semplici curiosità; riguardano le nostre vite. L'ambiente intorno a noi cambia continuamente. Siamo costantemente esposti a odori, sapori, rumori e vedute di ogni genere, che possono influenzare il nostro umore e determinare i nostri atteggiamenti morali. I giudizi morali sono una parte costante della vita umana: diamo giudizi sugli eventi in corso e sulla politica, ma anche sui nostri amici e sui nostri colleghi di lavoro. Credete che il vostro fidanzato vi abbia maltrattato arrivando in ritardo a un appuntamento? Che il vostro capo non ha dato giusto riconoscimento al duro lavoro che avete svolto oggi? Che il cassiere del bar è stato scortese? Che il mendicante all'angolo della strada merita un euro degli spiccioli che avete in tasca? I vostri atteggiamenti nei confronti di situazioni come queste possono mutare se sentite di sottofondo il rumore di un cantiere dalla strada o se state ascoltando della musica alla radio. Può perfino fare la differenza se scegliete di ascoltare i Metallica o Mozart.

L'influenza delle emozioni sulle decisioni morali può incidere sulla vita delle persone. In uno studio recente condotto a Israele da Shai Danziger, si è visto che i giudici emettono sentenze meno severe la mattina presto e dopo i pasti. Quando i giudici si sentono sazi e riposati, è più facile che lascino gli imputati fuori dalle prigioni. Nella vita di tutti i giorni, potreste avere una discussione con il vostro capo che può valervi il licenziamento o un litigio con il vostro compagno che può determinare la fine della vostra relazione. Questi scontri ci sarebbero stati se aveste mangiato di più a pranzo?

La lezione più importante di tutte è in realtà questa: le ricerche psicologiche ci dicono qualcosa sulla natura della morale. Perché mai cambiamenti emotivi dovrebbero alterare i nostri giudizi morali? La risposta più plausibile è che la base della morale stessa siano le emozioni. Questa idea ha un lungo corso nella storia della filosofia. Nel XVIII secolo, ad esempio, il filosofo scozzese David Hume suggerì che i valori morali derivano dalle emozioni, piuttosto che dal ragionamento. Arriviamo a credere che è sbagliato commettere un atto come l'omicidio perché l'omicidio ci riempie di rabbia e orrore. La bruttezza di un'azione viene dal cuore. In un mondo senza emozioni, niente sembrerebbe giusto o sbagliato, saremmo indifferenti a tutto. Le verità morali sono quindi proiezioni di ciò che abbiamo nel cuore verso il mondo. Hume paragonava la morale alla bellezza e al gusto. Le persone attraenti sembrano belle perché risvegliano le nostre passioni e le nostre emozioni estetiche. Il cibo e il vino hanno un sapore delizioso, o anche pessimo, a seconda di quanto siano in grado di stimolare il piacere del gusto. Con emozioni diverse, persone belle possono apparirci brutte e cibi deliziosi possono disgustarci.

Tutto ciò solleva un interrogativo importante. Se i valori morali derivano dalle emozioni, da dove vengono le nostre emozioni? Questa è un'area particolarmente attiva nella ricerca. Hume riteneva che possediamo una comune natura umana che ci fa prendere cura l'uno dell'altro. Insomma che siamo naturalmente atterriti dalla crudeltà e conquistati dalla gentilezza. Hume riconosceva che tendiamo però a preoccuparci più dei nostri amici e dei nostri familiari, ma sapeva anche che ce la caviamo meglio in un mondo in cui le persone si interessano agli estranei. Sosteneva quindi che la cultura è in grado di apportare forti miglioramenti alla natura umana e che lo fa condizionando le persone ad avere forti emozioni negative quando gli altri esseri umani subiscono dei danni, perfino se abitano nella città vicina o in un'altra nazione.

L'idea che la cultura possa plasmare le nostre emozioni è importante. Spesso la cultura alimenta l'odio più che l'armonia. Ogni paese è diviso da rivalità in campo morale. Alcuni di noi sono liberali e altri conservatori. Ognuno di noi pensa di possedere i giusti valori e che i suoi avversari siano sbagliati, non sufficientemente informati o addirittura privi di etica. La ricerca psicologica ci dice che i valori a cui si finisce di aderire dipendono da fattori che sono al di fuori dal nostro controllo. Solitamente le persone finiscono con l'adottare i valori dominanti della regione, del quartiere o dell'ambiente scolastico in cui sono cresciuti. La personalità può anch'essa influenzare i valori. Per esempio, lo psicologo David Bizzarro ha scoperto che le persone che si disgustano facilmente tendono a opporsi ai matrimoni omosessuali. Pensiamo che i nostri valori si basino sul ragionamento, quando invece sono il frutto di condizionamenti emotivi e del nostro personale temperamento. 

Ci sono importanti implicazioni che derivano da ciò. Dovremmo rispettare i valori degli altri, dovremmo non avere fiducia estrema nei nostri valori e dovremmo coltivare valori che consentono di vivere in pace e nel rispetto reciproco. E ovviamente, prima di fare i moralizzatori, dovremmo sempre mangiare bene.

Il sole 24 Ore. Traduzione di Elisabetta Sirgiovanni

Jesse J. Prinz è Distinguished Professor in Filosofia e Direttore del Committee for Interdisciplinary Science Studies presso la City University of New York. Conduce studi teorici e sperimentali sulle emozioni, la psicologia morale, l'estetica e la coscienza. È autore di cinque monografie di successo e di numerose pubblicazioni nell'ambito della neuroetica.


Parole chiave: jesse j. prinz david hume

COMMENTI

Sono presenti 6 commenti per questo articolo

Sandra Di Pietro
Le indagini statistiche riportate sembrano un divertente "fake", ma ho ritrovato le medesime indicazioni in un manuale per fotografi del primo novecento, nel quale si raccomandava al fotografo di far mangiare cibi dolci ai bambini prima della lunga posa fotografica, poiché in questo caso avrebbe assunto una espressione serena e sorridente ( corrispettiva  probabilmente di una disposizione d'animo più benevola).
il 4 Ottobre 2016

Sergio Givo (utente non registrato)
Credo che Jess Prinz sia uscito, giustamente, dai dipartimenti di filosofia. Ma poi è entrato nella cucina della pasticceria.
Nella cultura popolare ci sono tracce molto evidenti dei detti sul cibo che mette in buona predisposizione. A volte, un po' troppo spesso, dagli Stati Uniti, arrivano  "filosofie" che fanno molto bene al botteghino delle librerie. Ma, alla fin fine, ci lasciano di stucco, panna montata ad arte.
Ah, poi Prinz dalla pasticceria è rientrato in Dipartimento: la Sapienza tre anni lo ha invitato a parlare. Di crema pasticcera.
il 4 Ottobre 2016

Laura (utente non registrato)
Prinz ha messo nello shaker la realtà sociale di John Searle, un po', abbondante, di Hume, una spruzzata di finzioni da sondaggi sul campo... ed ecco fatto un filosofo che sembra uscito dal telefilm Fame, saranno famosi che andava in onda negli anni Ottanta in TV.
Il fatto preoccupante.
il 4 Ottobre 2016

Sandra Di Pietro
io trovo che l'articolo abbia più che altro un intento ironico
il 4 Ottobre 2016

Anarcronismo (utente non registrato)
Da dove saltano fuori i giudizi morali? E l'indignazione? E l'approvazione? Feuerbach, con abile giuoco di assonanze, prese le distanze da Hegel e aprì la strada del materialismo “semplicemente” sostenendo che l'uomo è ciò che mangia. Peccato che Marx, da lì a poco, cominciasse a beffeggiarlo senza nemmeno riservargli quel rispetto che è dovuto a un pensatore ancora ignaro della molto post hegeliana contrapposizione tra il Campari e l'Aperol, che se fosse stato l'Apeiron poi, ancora ancora ci si poteva lavorare su. Io non conoscevo l'autore del brano, gli scienziati citati e nulla so degli studi da loro condotti. Quello che so è che nei miei pranzi e cene successivi alla lettura ho riflettuto con metodo intorno a diversi argomenti scottanti. Qui cercherò d'essere breve, riferirò solo che gli spaghetti non m'hanno stimolato revisioni particolari delle mie opinioni in merito all'Unione Europea e nemmeno a quella tra persone dello stesso sesso – forse era il condimento che non si prestava abbastanza – e il polpettone con i fagiolini s'è dimostrato persino inefficace nel suggerire adeguate riflessioni circa l'ingombrante presenza del volontariato in una società che si evolve nella disintegrazione. Per scrupolo e serietà scientifica ho provato a invertire la problematica, ovvero a chiedermi qualcosa circa l'ingombrante presenza dell'individualismo in una società che si evolve nel volontariato, ma forse sono proprio i fagiolini che non sono indicati per questo tipo di speculazioni. Manco ci provo a rendervi partecipi della mia delusione allorché mi resi conto che anche l'ultimo boccone di cassata lasciava inalterato il mio giudizio sull'imminente quesito referendario. Qui, però, dovrò ritornarci su, perché mia moglie, che, d'accordo, non è una costituzionalista, ma le cassate le sa fare, ritiene che aver scartato la frutta candita abbia compromesso la mia capacità di valutare nel suo complesso tutto il portato dell'abolizione del CNEL. Cosa dovrò mangiare prima di recarmi al seggio? E soprattutto: devo decidere il pasto in base alle mie intenzioni attuali, che poi, a dirla proprio tutta, non variano molto a stomaco pieno o a digiuno? Certo se scegliessi dei cibi per il SÌ dovrei essere adesso deciso per il SÌ e lo stesso varrebbe per il NO, essendo assurdo, ritengo, programmare un pasto da SÌ pensando di votare NO o viceversa. Rimane il problema di cosa abbinare all'una e cosa all'altra soluzione, di quali cibi fare scorpacciate e quali evitare in prossimità del voto. E se poi al seggio, insieme alla scheda e alla matita, ci appioppassro pure due spritz freschi fresci uno d'Aperol e l'altro al Campari? Quale bere? E che combineranno gli astemi? Ovviamente il pezzo nasconde un trucco: mescola i giudizi morali di lungo periodo, diciamo frutto dell'esperienza d'una vita, a sentimenti che inducono a reazioni contingenti. Come si fa a tuonare un giorno contro le coppie gay e l'altro fare pure da testimone o celebrante solo perché abbiamo o non abbiamo ascoltato musica fastidiosa o assistito o meno all'ultima puntata di Porta a Porta? Il fidanzato scortese e strafottente seriale, poi, è cosa diversa, per intenderci, dal ritardatario episodico,
il 6 Ottobre 2016

Anarcronismo (utente non registrato)
Scusate, non m'ero accorto delle numero di parole.

che meriterà pure un po' di broncio all'arrivo, soprattutto se l'attesa s'è svolta al freddo, sotto un'acqua scrosciante e l'ombrello s'è rotto quando s'è schiantato su un muro per via della perdita d'equilibrio dovuta a un'insidiosa cacca di cane spalmata sulla suola. E magari avevate consumato un parco pranzo in uno di quei locali dove forse il risotto ricordava quello della nonna, ma lei non s'era mai arricchita somministrandolo. Non voglio nemmeno esprimermi, poi, sull'esito psicogastropenale dell'indagine condotta sul sistema giudiziario dello stato di Israele. Tuttavia un fondo di verità c'è, che sia inventato o meno il pezzo su riportato. Mi pare si sfugga ormai dal tentare letture ampie dell'esistenza e dell'esistente e ogni riflessione in merito ai nessi di causa ed effetto (che a volte sono addirittura impossibili da scovare, quando non è proprio inutile) si inceppa attorno all'immediatezza delle circostanze restituendoci un relativismo rozzo e volgare, un giustificazionismo che non spiega nulla e produce una collettivizzazione spietata ai tempi della morte della Nazione.
il 6 Ottobre 2016

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