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L'inquietudine



di Fausto Pellecchia

disegno di Franco Matticchio

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Da tempo la cronaca dell’attuale crisi socio-economica ci fa assistere impotenti ad un inarrestabile stillicidio di suicidi. L’ultimo, in ordine di tempo, quello dell’operaio disoccupato Nicola Carrano che si è impiccato  ad Albanella, in provincia di Salerno. Nonostante il provocatorio manifesto funebre della famiglia ne annunci la morte “per colpa dello Stato”, è abbastanza certo che non ci sarà sulla stampa e nei talk show televisivi quella straordinaria messe di preoccupati commenti e di taglienti analisi che, per settimane,  si sono soffermati sul clamoroso gesto di Luigi Preiti, il disoccupato cinquantenne, che ha sparato ad altezza d’uomo dinanzi a Palazzo Chigi ferendo due carabinieri:  un atto di velleitaria violenza, nel quale l’esasperazione e l’impotenza suicidaria si è rovesciata in aggressione criminale.

D’altra parte, gli stessi luoghi-simbolo del potere politico furono già lugubre scenario di “suicidi di Stato”, ai quali i media di regime dedicarono solo qualche commento di circostanza. Nell’ agosto 2012, Angelo Di Carlo, operaio disoccupato e attivista militante si toglie la vita a piazza Montecitorio. Nell’ottobre dello stesso anno, Florin Damian, autotrasportatore di origine rumena, improvvisamente licenziato e vittima di mobbing e di discriminazioni razziali, si trasforma in torcia umana davanti al Quirinale, dopo aver pubblicato un disperato video-appello rivolto al Presidente della Repubblica. 

Qual è l’errante radice che alimenta queste differenti forme di disperazione, grida strozzate di una sofferenza sociale  letteralmente indicibile, e proprio perciò tanto devastante da trovare solo nell’ auto-soppressione l’unica forma di denuncia? Il riferimento alla crisi economica e politica può apparire come un’indicazione di contesto storico  imprescindibile, ma intrinsecamente insufficiente.

Anche la disperazione sociale della Grande Depressione del ’29 si espresse con un’ondata di sucidi che colpì la grande borghesia: banchieri, capitani d’industria, manager, si gettavano dall’alto dei grattacieli per non assistere all’imminente catastrofe delle loro società o alla rovina dei loro patrimoni. L’ immagine di  investitori finanziari che precipitano dai piani alti degli edifici di Wall Street è rimasta nell’immaginario collettivo come il simbolo stesso della crisi.

Niente di tutto questo, però, assomiglia alla disperata desolazione del presente. Sembra piuttosto che nella pratica del suicidio sia intervenuta una triste staffetta verso il basso della scala sociale,  che ha trasferito la pulsione suicidaria alle classi subalterne, espulse e/o marginali  del mondo del lavoro: operai e impiegati licenziati o cassintegrati, disoccupati ed esodati,  pensionati, artigiani e piccoli imprenditori strozzati dalle spire del credito bancario e dai ritardi della pubblica amministrazione.

E’ come se i morsi della catastrofe e la conseguente angoscia per l’umiliazione subita e per la perdita di immagine – di ciò che un tempo si chiamava ‘onorabilità’ –  si fossero accaniti sulle vittime designate del sistema economico-finanziario che ha prodotto la crisi, piuttosto che sui suoi spericolati manovratori. La vergogna sociale, sciogliendosi da ogni nesso con il senso di colpa, si abbatte così, paradossalmente, proprio su quei soggetti che da sempre sono le figure più esposte e , di certo, le meno responsabili della crisi del capitalismo finanziario. Questa scissione, che isola la vergogna da ogni possibile imputazione di colpevolezza e la eleva a sentimento epocale, può essere interpretata, nelle arrischiate sperimentazioni che caratterizzano il laboratorio politico italiano,  come un discrimine emozionale per  distinguere il passaggio dalla prima alla “seconda” Repubblica (scandito dai processi di Mani pulite) dall’attuale transizione verso la “terza” Repubblica.

Già durante la crisi di Tangentopoli del 1992-93, costellata da una processione di scandali e da alcuni suicidi “eccellenti”, la vergogna fu la tonalità emotiva più diffusa. Essa funzionò, allora, come un’arma che, opportunamente sottratta ai cittadini e debitamente spuntata, la stampa e i media di regime finsero di rivolgere contro i ceti dirigenti, proprio per impedire che la protesta e l’indignazione diventassero rivoluzione civile.

Questo tipo di  vergogna “imposta” come stigmatizzazione sociale, così frequente all’epoca di Tangentopoli, ricorda il rimprovero con il quale i genitori cercano di reprimere e contenere l’indecente voluttà con cui i bambini molto piccoli tendono a manipolare i loro escrementi. In entrambi i casi, essa induce al riconoscimento della colpa ed è preludio di espiazione e perdono. È il presupposto emozionale per la successiva integrazione attraverso il pentimento, e quindi costituisce un’esperienza socializzante e riparatrice che è ben documentata nella storia della religione e del diritto.

Non a caso, espiazione e pentimento funzionarono, dopo Tangentopoli, come elemento di restaurazione sociale. Del resto, l’esclamazione “vergogna!”, “dovresti vergognarti!” che, nei gruppi di discussione improvvisati o nei pubblici dibattiti, funziona per azzittire l’interlocutore non appena i toni si surriscaldano,  enuncia soltanto la  sanzione di una colpa che l’altro si rifiuta preventivamente di riconoscere e di elaborare. Anche se nessuno che tenti di “svergognare” l’altro  si aspetti che questi interrompa davvero il suo discorso e risponda con un silenzioso atto di contrizione, tuttavia sembra che chi per primo riesca a pronunciare la formula, abbia trovato l’argomento dialetticamente vincente.

Questa vergogna, soltanto prescritta e minacciata , è oggi sopravvissuta a coloro che avrebbero dovuto provarla: si è trasformata in una verità impersonale, che cade su tutti e su nessuno, come proclamò, nella sua autodifesa in Parlamento, uno dei politici più potenti della fine della prima Repubblica. E’ un fatto, del resto, che chi se ne senta toccato, ricorra solitamente alla formula impersonale : “È una vergogna!”, “Che vergogna!” e assai raramente la assume per intero su si sé, enunciandola in prima persona. Per questo, essa ha la forma di un meta-sentimento: vergogna del fatto stesso di provare vergogna. Per questo, la sua espressione più congrua si compendia in un impenetrabile silenzio.

Ma, pure quando, dislocandola opportunamente nel ricordo del passato,  la persona riesce a dichiararla e a raccontarla come propria esperienza vissuta, le espressioni più ricorrenti ne evidenziano l’immane potenza destrutturante e desocializzante: “morire di vergogna”, “sprofondare dalla vergogna”, “avrei voluto sotterrarmi per la vergogna”, ecc.

Nel terribile corso della crisi odierna, nella quale la vergogna si è insediata ormai stabilmente nell’ esperienza quotidiana delle coscienze più indifese e più offese della società, nessuno più trova le parole per denunciarla - e tanto meno la sfacciataggine di intimarla all’altro. Una silenziosa e violenta stigmatizzazione sociale hanno compiuto per intero la loro parabola umiliante, trasformando i fallimenti economici, sociali ed esistenziali in disumanità.

La definizione più semplice ed esauriente della vergogna, infatti, elaborata nell’ultimo decennio da sociologi e filosofi (come  Bernard Stiegler e Serge Tisseron) la riconduce all’angoscia di essere espulsi dall’umano verso il non-umano. Essa sarebbe  la spia d’allarme che segnala il rischio imminente di precipitare nell’abisso dell’inumano. La ‘verecondia’ – se con questo termine si designa la facoltà di essere investiti dalla vergogna – mostra perciò che l’appartenenza all’umano non è un’evidenza garantita una volta per tutte, ma un elemento intrinsecamente precario, che va sostenuto e protetto dalla ricorrente minaccia di autodissoluzione. Il soprassalto di vergogna che induce al suicidio annuncia la brusca rescissione dei nodi interpersonali e sociali che supportano l’identità di ciascuno, ovvero la perdita, a volte simultanea, dell’affetto dei familiari, della propria cerchia di relazioni e dei legami che ci uniscono alla comunità di appartenenza.

Se, pertanto, chiediamo come mai gli uomini pubblici appaiano spesso incapaci di provare vergogna, anche quando sono presi con le mani nel sacco, in flagrante indegnità morale, mentre le figure incolpevoli, che sopportano in silenzio tutto il peso della crisi, siano sopraffatte dalla vergogna e preferiscano murarsi nella solitudine e nell’isolamento, la risposta è fin troppo scontata:  è solo nei primi, infatti, che i legami sociali di appartenenza, la solidarietà di classe (alimentata da complicità e da connivenze), agiscono ancora come potenti elementi di immunizzazione emotiva e di integrazione sociale.

Nei più sconvolgenti traumi psicologici e sociali, sono proprio le vittime delle violenze estreme, piuttosto che i carnefici che le hanno fomentate e provocate, ad essere sopraffatte dall’angoscia di aver toccato il limite dell’abiezione, di aver valicato la frontiera tra l’umano e l’inumano, fino al punto di non riuscire neppure a darne testimonianza, se non attraverso un catastrofico acting out : un’estrema autoaffermazione che si realizza attraverso l’autoannullamento. Il suicidio diventa l’unico riscatto possibile dell’umano nel punto in cui esso vacilla e precipita verso l’inumano.

L’attuale frequenza dei suicidi nei soggetti più esposti alla crisi rimanda, certo, a concrete condizioni politiche e culturali. Da un lato, la rapida destrutturazione dei partiti di massa, con il loro radicamento territoriale, e il simultaneo declino delle organizzazioni sindacali, hanno privato quei soggetti sociali di ogni forma di riconoscimento e di  condivisione dei processi collettivi, abbandonandoli alla precarietà e alla singolarità letteralmente “irrappresentabile” della propria condizione di vita, e dunque all’autoemarginazione. Dall’altro, il contesto della rivoluzione manageriale in nome dell’efficienza “globale” e dell’ “avanzamento per merito”, ci sollecita ad oltrepassare costantemente i limiti individuali, nella rincorsa al raggiungimento del top di autorealizzazione.

Così, quando sopraggiunge il sentimento della propria inadeguatezza dinanzi all’imperativo sociale di performatività, ognuno si sente rinviato a se stesso contro se stesso, ed è indotto ad addebitare l’insuccesso  alle proprie insufficienze, piuttosto che alla spietata intransigenza del sistema nel quale si trova inserito. Il trionfo del mito individualistico, attraverso il quale si attua il dominio dell’ideologia dell’autorealizzazione, esige, paradossalmente, il logoramento e l’esaurimento della propria umanità: chi non arriva a superarsi, ad essere performativo, non solo subisce una tacita condanna all’esclusione, ma è spinto ad interiorizzarne il verdetto fino a punirsi con il suicidio.

Perché questa “vergogna che uccide” possa diventare una “vergogna che salva”,  è necessario ritrovare i modi e le forme per uscire dal silenzio stremato dell’impotenza, per tentare di “confessarla” pubblicamente e, dunque, “rappresentarla” politicamente in una narrazione collettiva che la universalizzi. Solo così, da timore e tremore dinanzi alla caduta nell’inumano, la vergogna può trasformarsi, come raccontava Primo Levi riferendosi ai sopravvissuti di Auschwitz, nella “vergogna di essere uomini”: una vergogna che viene da lontano e che, tuttavia, si deve e si può provare a nominare apertamente nei nostri discorsi. Se essa diventasse un “comune sentire” ed orientasse la nostra prassi, si spezzerebbe ogni vincolo con il sistema di potere che la impone e la trasmette pervasivamente.

Del resto è una tale “vergogna dell’umano” che, come notava Gilles Deleuze, ci sorprende ogni giorno, ”dinanzi alla volgarità di pensiero troppo grande, dinanzi a una trasmissione di varietà, dinanzi al discorso di un ministro, dinanzi alle chiacchiere dei ciarlatani. Essa è una delle motivazioni più potenti della filosofia che ne fa immancabilmente una filosofia politica” (Pourparler, tr.it. Quodlibet, Macerata, 2000). Ed è appunto questa forma di vergogna che, collettivamente elaborata, può diventare, secondo gli auspici del giovane Marx, l’inizio di un esodo dalla gabbia umiliante del presente: “ La vergogna è una sorta di ira che si rivolge contro se stessa. E se un’intera nazione si vergognasse realmente, diverrebbe simile al leone, che prima di spiccare il balzo si ritrae su se stesso” (Lettera a Ruge, marzo 1843).



Parole chiave: crisi economica suicidio

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