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L'uomo che giovineggiava con la vita



di Francesco Panaro Matarrese



Sapeva di non scrivere sciocchezze. E lo dichiarava. E non si perdeva in loschi giri di parole travestite. Tutte le righe che ha scritto erano sopra le righe. Quasi una regola rigida. Era un bestione fiorentino intrattabile e di bestialità gliene sfuggivano in moltitudine. Per capire la dimensione dell’uomo, dello scrittore, del poeta bisogna leggere le prime righe dell’introduzione al suo libro Buffonate, che lui, Giovanni Papini, titola Imbonimento: «Una voce che non viene dal cuore mi dice che il titolo da me scelto volontariamente per questo libro di sciocchezze dovrebbe essere il titolo generale delle mie opere complete. Questa, almeno, vorrebbe essere l’opinione di quelli che sentono troppo il mio valore per rassegnarsi a dire bene di me. Ma io, coraggioso e sfrontato (…) accetto volentieri il banale insulto e lo pianto sopra l’opera mia come un segno di vittoria. Davanti alle funebri boiate dei nostri ebanisti letterari io sono superbo di fabbricar anche un po’ di buffonate».
 
Lo dichiarava l’insolente Giovanni Papini, andava a simpatie, e la sua vita letteraria è stata un congruo pamphlet. Però non è questione di sole affinità. Una delle querelle più caustiche nacque dal suo articolo La novità di Vico, una recensione del libro La filosofia di Giambattista Vico di Benedetto Croce, che è il più poderoso scritto negativo pubblico che Papini fa al filosofo napoletano del Novecento. Agli inizi del secolo si era avvicinato al pragmatismo americano, segnando l’allontanamento da Croce o per dichiarare una vicinanza non esistita, nello stile papiniano brillante e un po’ rovinoso. L’articolo di sedici pagine pubblicato sulla rivista L’anima verso la fine di dicembre del 1911 provocò una lettera risentita di Croce. È il 30 dicembre. 
 
Napoli, 30 dicembre 1911
Cariss.(imo) Papini,
In questi giorni scriverò al Laterza, offrendogli e raccomandandogli il vol. del Puini. Lessi il vostro articolo sulla Novità di Vico; e sicuro che mi dispiacque!
Mi dispiacque perché mi parve uno scherzo di cattivo genere: e ciò ho detto in una recensioncina che uscirà nella «Critica». Mi dispiacque anche personalmente, perché (certo, senza metterci intenzione) mi avete trattato come una persona di mala fede, che voglia darla a bere alla gente. E, scusate, io ho molti difetti e molte pecche, ma quella pecca lì, no. Vi pare che io possa provare antipatia pel gran nome di Galileo? E se quel nome, che è nel vol., non è nell'indice, non vi è venuto in mente che la schedina sia stata dispersa o sia rimasta attaccata alla precedente nella trascrizione per la stampa? Trascrizione che, tra l'altro, fu fatta dal mio amico D.(otto) Vinciguerra, che cortesemente volle aiutarmi.
Caro Papini, io vi conosco ormai da molti anni e vi ho sempre voluto bene. Ma mi duole che non vi risolviate a smettere certe abitudini di letteratura à surprise, che non giovano alla serietà della cultura e del pensiero italiano.
Abbastanza si è scherzato e giovineggiato: ora bisogna che ognuno faccia quel tanto di bene che le proprie reali attitudini gli consentono. Demolire Vico? Ma voi stesso sentite, in fondo alla vostra coscienza, che è un proposito vano. Perché perdere tempo in questi giuochi di prestigio? A benefizio della platea?
Non abbiatevi a male di questa sfuriata, e prendetela come un augurio di capodanno.
Una stretta di mano dal Vostro
 
Vero, a Papini piaceva giovineggiare e sorprendere. Ma la sua recensione al libro non era una leggerezza qualsiasi. C’era, certo, la stroncatura a Vico nella maniera cara a Papini – qualche anno più tardi, in una “scheggia” del 1954 scriverà: «Giambattista Vico divenne intelligente soltanto dopo una tremenda caduta giù per le scale» – e c’era anche la messa al bando della manipolazione che Croce faceva del pensiero vichiano.
 
L’accusa di Papini è che Vico è stato «ridotto alla gloriosa ma, infine, umile parte di precursore di Croce; – che si abbia qui, insomma, il Vico di Croce e non già il Vico della storia… Il Vico della storia, il Vico vero è uno solo: è quello che ci resta intero, o quasi, nell’insieme delle opere sue; nelle parole da lui tracciate; nei ricordi che abbiamo della sua vita esteriore. Questo Vico vero e unico va cercato dunque in Vico stesso, nelle opere di Vico e non già in un qualsiasi libro su Vico».
 
Papini rivela il gioco di ridurre Vico a preparatore ignaro del pensiero di Croce, un anonimo precrociano in attesa di essere risucchiato dal buco nero del passato. Per conoscere Vico, diceva Papini, bisognava leggere le sue parole e non quelle dei suoi adepti, perché non c’è bisogno di mediatori. La risposta della gran testa riccioluta è più veloce che mai. È il 3 gennaio del 1912, quattro giorni dopo la lettera risentita del filosofo napoletano.
 
Firenze, 3 gennaio 1912
Caro Croce, la vostra lettera mi sorprende assai. Non capisco assolutamente come voi potete chiamare «cattivo scherzo» la mia recensione del V.(ico) a meno che voi non abbiate l'abitudine di chiamare cattivi scherzi tutte le cose che vi dispiacciono.
Ma, in questo caso, la vostra opinione non è affatto divisa da altri, i quali, anzi, hanno visto in quel mio primo articolo un discreto contributo alla storia delle idee vichiane.
Dove mai ho detto che voi volete imbrogliar la gente? Le lacune storiche del vostro libro saranno dovute a dimenticanze, a troppa parzialità verso il vostro eroe non già a malafede ed inganno e questo non penso né ho scritto. E dove ho annunziato di voler atterrare il Vico? Io ne riconosco volentierissimo la grandezza (e anche nell'articolo mio son le prove) e soltanto reagisco non contro di lui ma contro l'eccessiva lode di novità che gli fate. Se nella recensione che mi annunziate direte quel che avete scritto a me sarò costretto a rispondervi apertamente e pubblicamente. Voi parlate di letteratura à surprise e di giovineggiamenti eccetera. A me non par davvero che il mio articolo sia fantastico o romantico o paradossale come quelli che facevo otto o dieci anni fa. Io ho riassunto fedelmente alcune parti del vostro libro, riportando anche le parole precise, e ho contrapposto alle vostre opinioni molte citazioni testuali antiche e moderne, italiane e straniere. Voi potete, se mai, dimostrarmi che quelle citazioni non bastano o non calzano o che malgrado tutto Vico rimane il filosofo più nuovo dell'universo ma non avete il diritto di parlare di «scherzi» o di «giuochi di prestigio». Per quanto, in fatto di giochi di prestigio, l'esempio venga spesso dall'alto: dai filosofi. Scusate la franchezza e vogliatemi bene lo stesso. Vostro

 
Chi ha letto Papini sa del suo linguaggio senza via di scampo, virulento. Amava poco l’umanità. Ogni piccola contraffazione umana gli procurava avversioni spesso non mitigabili, insanabili. Nel primo capitolo di Poesia in prosa dichiara tutta l’antipatia per il genere umano: «Cogli uomini non c’è da far bene. Alla mia età, col pessimo naturale, coi vizi che non riesco a levarmi di dosso, col gusto che c’è al giorno d’oggi per i latticini e il tabacco leggero, non mi salvo. Mi tocca a star solo».
 
È nel suo orto di campagna che scopre i suoi veri amici, le «bestie non commestibili e neppure convertibili» come il rospo, il serpone, lo scorpione, la ghiandaia giovanina…, esseri che in fin dei conti non hanno voce, e forse per questo amabili perché non hanno da rimproverargli i suoi giovineggiamenti.
 
L’avversione per il genere umano diventava odio quando si riferiva ai filosofi. Non tutti i filosofi. La sua stima più profonda andava a William James, al suo Pragmatismo, che contribuì a farlo conoscere ed apprezzare in Italia con diversi scritti critici importanti. Il filosofo americano ne aveva molta stima, ne riconosceva ufficialmente il genio e ringraziava per la diffusione delle sue idee. Erano tempi in cui l'Italia era nel fermento di bolge intellettuali fatte di tanti pragmatismi quanti erano i pragmatisti. 
 
Ma in tutti gli altri esseri pensanti, dai classici ai moderni, Papini non ci vedeva nulla o quasi, spesso nemmeno un fico secco, per usare una lontana sottospecie del suo linguaggio linguacciuto. Di Kant nel Crepuscolo dei filosofi dice di non essere «sicuro ch’egli sia un grande filosofo e, perfino, ch’egli sia sempre filosofo. Badate che la sua fama stessa è sospetta: chi potrà dire quanto v’ha contribuito la réclame tedesca e l’ignoranza latina?». D’altra parte, dice Papini, non è più un filosofo, ma la Filosofia. Tutti ne parlano ma realmente sono in pochi a conoscerlo, è come un tempio su un’alta montagna che tutti vedono da lontano e nessuno visita.
 
«Kant è un borghese, cioè uomo piccolo, mediocre, prudente, poco amante di avventure e d’estetica. È un uomo che ha qualcosa da salvare e da limitare: salvare la vita dal male e la scienza dallo scetticismo, separare il mondo pratico dal conoscitivo, la ragione dall’esperienza. Salva la scienza, cioè il mondo del relativo, del fenomeno, del determinismo, ma col suo noumeno salva anche il mondo dell’assoluto, della libertà, dove Iddio e l’anima potranno dormire i loro sonni tranquilli e mettersi sempre a disposizione dei bisogni morali. E come da borghese prudente egli ha salvata la scienza e la metafisica, così da conciliatore accorto egli riesce a salvare insieme il sensismo degli empiristi e l’innatismo dei razionalisti»; epica la definizione di noumeno: albergo misterioso dove Kant ha fatto nascondere i fuggiaschi della metafisica.
 
E se per Papini Kant era un borghese piccolo piccolo, attento a salvare la capra che è nella filosofia e il cavolo nel cristianesimo, non poteva non suonare di santa ragione, come lo definiva lui,  il Cristo, l’Alessandro, il Dante, il Napoleone tedesco del pensiero, Hegel. «Per anni creduto un Dio, circondato di discepoli, ma nessuno ha pensato di paragonarlo al mago Merlino. Non vi pare che la sua potrebbe chiamarsi una filosofia da negromante o una dottrina da incantatore? Parlando male, scrivendo peggio, non facendosi capire e dicendo di non essere capito, egli è riuscito a compiere lo strano portento di essere il re del pensiero del suo tempo e del suo paese».
 
Di Hegel, truffatore onesto, Papini dice che è stato un grande artista che ha costruito un sistema audace, grandioso, non una capanna paurosa nascosta sotto le mura, ma un torrione che si azzarda verso il più alto dei cieli, se non oltre, una «torre superba e mirabile di una assurda bellezza, di una estetica dell’impossibile. È fatta con nulla, soltanto di parole e di parole, e sembra che sfidi le tempeste e aspetti l’eternità».
 
Hegel è per Papini il gran mago di Svevia che ha compiuto il miracolo che nessun Merlino aveva osato, facendo reale la grande aspirazione romantica: «Novalis sognava una poesia che non dicesse nulla: Hegel, senz’altro, ha fatto tutta una filosofia che non contiene nulla e non dice nulla».
Era alto un metro e novanta, pronto alla polemica letteraria, come un pugile di strada con i pugni sempre in guardia, Papini. Un piantagrane per alcuni. Per Gramsci, in una polemica con il filosofo del diritto Arnaldo Volpicelli, Papini era un «polemista “puro”, il boxeur di professione della parola qualsiasi».

Nella prefazione, che avverte con finta disonestà intellettuale di leggere, Papini dichiara che il Crepuscolo non è per niente un libro di buona fede, anzi è uno stagno nel quale vi ha lanciato ingiustizie, insolenze, contraddizioni, violenze varie… «Posso permettermi questo cinismo intellettuale in quanto credo che il mio libro sia ciò che molti altri, più sapienti e più garbati, non sono. È uno dei prodotti della mia liberazione da molte cose di cui ho sofferto – è il tentativo, in ispecial modo, di liberami della filosofia e dei filosofi».  
 
Ma oltre alle lodi di William James, bisogna aggiungere la stima di Borges – «Sospetto che Papini sia stato immeritatamente dimenticato» – che ha amato forse più di tutti l’opera a partire da quel racconto pragmatista chiamato Strane storie dello Specchio che fugge.
 
Ecco, infine, l’uomo, lo scrittore, il critico, l’attaccabrighe, l’eterno giovinastro Giovanni Papini descritto, forse involontariamente, dalle sue parole, da sé stesso: «… L’unico segreto perché l’anima non muoia – e non corrompa il corpo con la sua corruzione – è di rimanere fedeli alla propria giovinezza». Egli sapeva di quale pasta fosse fatto, e in alcuni scritti lo rivela, dice sì, se fosse stato un po’ più accorto nelle polemiche letterarie e filosofiche, fosse stato più equilibrato, avesse avuto un po’ più di tatto con  le montagne sacre sarebbe stato più rispettato, forse. Ma lui non era, non si sentiva un borghese così piccolo da stare attento al particolare, intento a zappettare l’orto delle relazioni umane, era così, una naturale macchina indomabile.
 
Nel diario di memorie La bambina guardava Viola Paszkowski Papini, figlia dello scrittore, descrive una visita all’amico Prezzolini a Roma nel marzo del 1924. Dopo la cena il padrone di casa volle mostrare un attrezzo strano che riproduceva “suoni e voci che venivano da lontano”, doveva essere il primo incontro di Papini con la radio: «…Prezzolini col viso solenne ti infilò sulla testa una cuffia simile a quelle dei telegrafisti, e tu ti burlavi di lui, sbeffeggiavi il suo strumento sghignazzando, dicevi che era una truffa, che sentivi solo gracidare, fischiare, starnazzare. Tu, caparbio, per puntiglio, o forse per il gioco di contraddirlo, o di sbollire un poco il suo entusiasmo per quella scoperta, seguitavi a corbellare».
 
Non salvava nessuno e non salvava nemmeno sé stesso. Nel Peristilio datato “Ognissanti del 1955” della Loggia dei busti lo dichiara con usuale chiarezza: «Ma io non mi salverò, nonostante tutto, dalla mia antica fama di feroce veterano dell’antropofagia letteraria». Chissà, forse la descrizione migliore di ciò che Papini è stato l'ha riassunta involontariamente nell’incipit di Cesare e Augusto scrittori: un uomo di macigno e di ferro e allo stesso tempo di nebbia e di vento, padrone dei fatti maschi e delle parole femmine.

Leggi anche I miei cari amici

Parole chiave: francesco panaro matarrese papini kant filosofia hegel

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