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La brillante università italiana



di Michele Marsonet






Ha destato grande scalpore una ricerca del CUN (Consiglio Universitario Nazionale) che rileva un netto calo degli iscritti alle università italiane. In dieci anni 58.000 studenti in meno. Come se – aggiunge il CUN – fosse sparito un intero ateneo delle stesse dimensioni della Statale di Milano.

In realtà non è una grande notizia e neppure una novità. Il sottoscritto e molti altri hanno pubblicato numerosi articoli dedicati a questo problema, notando che gli iscritti stanno diminuendo con ritmo costante anno dopo anno. Ora che il numero globale è stato calcolato la crisi appare in tutta la sua evidenza.

Com’era lecito attendersi la demagogia ha subito fatto capolino. Di chi la colpa? Solo ed esclusivamente dei professori, ovvio. Le cause vanno ricercate nel nepotismo, nella mancanza di selezione, nel fatto che in tanti casi i docenti considerano la loro cattedra una sorta di sinecura, poco o punto curandosi degli studenti.

I giornali continuano a ripetere che le classifiche mondiali vedono le università italiche agli ultimi posti, scordando però di ricordare che dette classifiche sono in gran parte elaborate in Cina. Mentre ai cinesi di solito attribuiamo patacche, in questo caso – chissà perché – vengono considerati autorità assolute.

Lungi da me il proposito di negare le storture dell’università italiana. Farlo sarebbe folle, e i problemi sono troppo evidenti. Siamo tuttavia sicuri che il danno sia stato fatto solo dal corpo docente?

A me pare proprio di no, e sottolineo che buona parte della responsabilità va invece addebitata a una classe politica che, a differenza di quanto avviene in altri Paesi – Germania in primis –, non si è mai occupata in modo serio dei problemi dell’istruzione, includendo in tale termine anche quella primaria e secondaria.

E’ un fatto curioso poiché, da noi, i docenti universitari hanno sempre avuto una presenza rilevante nei partiti e nello scenario politico in genere. Salvo spesso lasciare a personaggi improbabili e di dubbia competenza la responsabilità di guidare il ministero che si occupa di scuola e università.

Ora siamo alle prese con la riforma Gelmini, a suo tempo magnificata quale ottimo strumento di razionalizzazione dell’offerta formativa. Sono state cancellate le Facoltà, da sempre responsabili del coordinamento delle attività didattiche. Con la scusa – ridicola – che non è razionale separare la didattica dalla ricerca, tutte le responsabilità sono passate ai Dipartimenti, i quali non hanno gli strumenti per occuparsi in modo serio dei problemi didattici.E infine sono spuntate le Scuole, con compiti di coordinamento che nessuno, finora, è riuscito a chiarire con precisione.

Si noti, inoltre, che l’irresponsabilità dei politici chiamati a legiferare in materia è equamente divisa tra tutte le parti politiche. Non è insomma questione di destra, sinistra o centro. Sono tutti coinvolti, e la legge Gelmini venne varata da Camera e Senato con un largo schieramento bipartisan.

Aggiungiamo il progressivo invecchiamento del corpo docente e le enormi difficoltà di reclutare nuovi insegnanti. I fondi sono in costante diminuzione. L’ultimo governo, nel quale sono (o erano) presenti ben tre rettori oltre a molti professori, ha tolto la bellezza di 300 milioni di euro al Fondo di Finanziamento Ordinario, principale fonte di entrata degli atenei italiani.

Il risultato è che molte università sono sull’orlo del default, che sicuramente ci sarà in assenza di provvedimenti immediati. Manca inoltre una programmazione degna di questo nome, destinata a coordinare l’offerta formativa con le esigenze del mercato del lavoro.

Ci si lamenta della disordinata proliferazione di atenei e di sedi decentrate del tutto inutili. Ma chi li ha voluti, se non i politici desiderosi di avere una sede universitaria sul territorio da essi “controllato”? Che poi i politici in questione siano spesso anche professori nulla toglie alla constatazione di cui sopra.

Basta, quindi, con la demagogia. I docenti riconoscano le loro colpe ma lo facciano anche i politici. Magari dicendo una buona volta se il nostro Paese ha ancora bisogno dell’università pubblica, o se si punta invece a un modello diverso.

In quest’ultimo caso occorre avere le idee chiare ed essere assai precisi. Luca Cordero di Montezemolo ha affermato che l’Italia ha bisogno di meno Facoltà e più centri di eccellenza. Ma che vuol dire, di grazia? Con slogan di questo tipo non si risolve alcunché: si aumenta soltanto la confusione.



Parole chiave: crisi dell'università cun gelmini

COMMENTI

Sono presenti 3 commenti per questo articolo

Marta Bianchi (utente non registrato)
un'analisi molto chiara di quanto sta accadendo all'università italiana. un bell'esempio di consapevolezza con uno sguardo attento dall'interno.
il 5 Febbraio 2013

Umberto (utente non registrato)
La riduzione delle iscrizioni credo sia attribuibile maggiormente alla contrazione del mercato del lavoro intellettuale piuttosto che all'Università in sé.
Il male dell'Università. poi, é complesso, antico. In gran parte, però, credo si possa ricondurre alla "lottizzazione" che poi altro non é se non la morte della meritocrazia. La contrazione dei finanziamenti ha il suo ruolo naturalmente, ma probabilmente , non é la causa principale delle difficoltà dell'insegnamento Universitario la cui nascita precede la crisi economica. E' difficile comunque  fare di ogni erba un fascio, perché abbiamo anche dell Università eccellentissime. Credo che in primo luogo si debba agevolare il ricambio, mettere alla "testa" della muta dei "cani" che abbiano voglia di correre, ancora foolish and hungry.....    
il 6 Febbraio 2013

Umberto Simoncelli
  Sono stato universitario, laureato,  peone, specializzando, specializzato, professore a contratto, ho lavorato a Londra in ambiente universitario, oggi medico ospedaliero, e, quindi,  parlo con cognizione di causa. Quando si parla di “ male dell’Università” si compie una  generalizzazione: più vasta e sensibile la nostra osservazione, più aspecifica  la nostra analisi. Non tutto è in declino, non dovunque in Italia. Non esiste proporzionalità diretta tra ricchezza e  qualità dell’insegnamento, come ci insegnano le università dell’Est, povere e buone (questo, piuttosto, è vero per la “ricerca” scientifica, ma i due discorsi non collimano), né la cattiva Università si misura con il calo degli iscritti. La cattiva Università produce tanti dottori ignoranti piuttosto che pochi dottori dotti. Il calo delle iscrizioni  è dovuto alla prospettiva certa della futura disoccupazione intellettuale insieme al sempre più arrancante supporto economico dalle famiglie impoverite. Tra i mali dell’Università annovero, in ordine sparso: la lottizzazione (in pole), il nepotismo, la scomparsa della meritocrazia, l’insufficiente rinnovamento, il declassamento del “valore” cultura , e, non da ultimo, la mancanza di osmosi con la Società Civile. Negli stati di cultura anglosassone, con l’eccezione,forse,  di una certa America “wasp”,    questo non accade e l’Università è parte davvero viva del tessuto sociale in cui è integrata, o così mi è parso. In Italia gli universitari si comportano come una setta di illuminati, confezionano un loro linguaggio esoterico, sono non raramente refrattari al confronto “intellettuale” ( ma anche non-intellettuale, ordinario, alle faccende del common-people) , un poco spocchiosetti, culturalmente snob,  e sembrano afflitti da un complesso di accerchiamento da cui genera una volontà di reciproca protezione-isolamento, con effetto boomerang.  L’Università dovrebbe essere la punta di diamante della Società da cui è virtualmente separata  da una porta scorrevole che si spalanca ogni volta che qualcuno, deliberatamente, le passa davanti. Abbiamo tutti imparato che in un contesto sociale improntato sul liberismo economico il principio del bene e del male nelle sue varie declinazioni non funziona; la carota verso cui la Società claudicante volge la testa e, faticosamente, protende la mano è la convenienza. Guardiamo dunque “avanti” e recuperiamo un sano spirito medievale,  improntato al corporativismo delle arti e dei mestieri, dove l’Università ritorni ad essere “Il Laboratorio” e la fucina della maestria, pronta a rispondere, da un lato, con tempestività, alle esigenze reali del paese (immaginazione, progettazione, industrializzazione, razionalizzazione della produzione, controlli, feedback, confronti, previsioni, analisi di mercato, decodificazione della domanda – lettura e non creazione dei “bisogni”-, modulazione dell’offerta, onestà intellettuale, fantasia, creazione artistica, mediazione e diffusione culturale….)  e, dall’ altro, sempre vigile su di sé, pronta a cogliere accenni di deriva tanto più difficili da correggere quanto più tardivamente scoperti. In merito, infine, alle responsabilità, il discorso è difficile perché il male si è cronicizzato: i “ politici” certamente, chi altro? Con doverosa menzione al –nefasto- interscambio dei ruoli che possiamo, simpaticamente, racchiudere in questa metafora: un ragazzo sposa una ragazza sperando che non cambi, e questa , invariabilmente, cambierà; una ragazza sposa un ragazzo sperando che cambi e questo, invariabilmente, non cambierà.. Cordialmente.
il 27 Febbraio 2013

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