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La mente non è solo nella testa



Di Arnaldo Benini

Illustrazione di Franco Matticchio, particolare.

Illustrazione di Franco Matticchio, particolare.







Secondo il «modello della mente estesa» (Mme), scrivono i filosofi Michele Di Francesco e Giulia Piredda, «I fenomeni mentali pur essendo perfettamente naturali ... hanno luogo solo nel cervello: vi è un senso chiaro e basato sull'osservazione empirica per cui talvolta ha senso dire che essi si estendono al di là del confine del cranio e della pelle». Il Mme nega «tanto che la mente sia fuori dal mondo, quanto che essa sia (sempre) dentro il cervello... Il ruolo di corpo, ambiente fisico e sociale ...diviene almeno altrettanto rilevante di quello delle strutture neurali». Il Mme rifiuta quindi «l'identificazione ontologica ed epistemo-logica di mentale e cerebrale».
 
Senza esagerazione il Mme può essere considerato, sostengono gli autori, «come il più radicale tentativo di ridefinizione del concetto di mente dai tempi di Cartesio in poi». Mente estesa non significa che la mente si estende nel mondo alla ricerca di cose e d'eventi, ma che una parte dei meccanismi della mente lavora non dentro, ma fuori «dal cranio e dalla pelle». La domanda "importante" è allora «Dove finisce la mente e dove comincia il resto del mondo?». Il «resto del mondo», in cui la mente si estenderebbe, è diverso dal luogo pieno di rumori, colori e odori in cui i meccanismi cognitivi del cervello (cioè della mente) ci fanno vivere.
 
Il resto del mondo è un silenzioso e grigio contenitore di molecole senza odori, sapori, colori e temperatura, d'atomi e molecole in vibrazione e di campi elettromagnetici, che i meccanismi cognitivi del cervello trasmettono alla coscienza come luce e buio, colori, suoni, musica, odori, temperatura. La coscienza che abbiamo del resto del mondo dipende dal funzionamento dei meccanismi cognitivi del cervello. Ictus del cervello possono distorcere il senso del tempo fino alla sua scomparsa temporanea o definitiva, lasciando la persona in una timeless life impossibile da concepire.
 
Una lesione circoscritta del lobo parietale destro può provocare un disorientamento spaziale per cui il paziente non sa più dov'è e dove andare. Una lesione della parte inferiore dello stesso lobo provoca la scomparsa della rappresentazione mentale della metà sinistra del corpo e del mondo, come se non fossero mai esistiti, anche se vista e udito e aree sensitive primarie funzionano normalmente. Un difetto di sviluppo di una frazione di millimetro della corteccia cerebrale della parte superiore del lobo parietale destro provoca, già dall'infanzia, l'insofferenza verso la propria gamba sinistra. Solo l'amputazione di un arto sano ripristina l'identità del corpo e porta sollievo.
 
Questi sono esempi della fragilità dei meccanismi della mente. Che cosa sappiamo del nostro corpo e del resto del mondo oltre a ciò che ci fanno conoscere i meccanismi cognitivi del cervello? Niente. Se il mondo e il senso del nostro corpo sono prodotti dalla mente, dove e come può essa estendersi fuori dai meccanismi nervosi che la producono? Il libro traccia la storia delle controversie filosofiche suscitate dai lavori dei filosofi Andy Clark e David Chalmers sulla Extended Mind, con presentazione di sostenitori, critici e oppositori.
 
«La mente umana», dice Clark, «se deve essere intesa come l'organo fisico della ragione, semplicemente non può essere vista come confinata nell'involucro biologico. Di fatto essa non è mai stata soggetta a tale vincolo o restrizione. Ma questo antico inizio ha acquistato progressivamente energia con l'avvento dei testi, dei PC, degli agenti software... La mente è sempre meno nella testa». E ancora: «...noi diverremo simbionti umano-tecnologici: sistemi che pensano e ragionano, le cui menti e i cui io sono distribuiti tra cervello biologico e circuiteria non biologica».
 
David Chalmers, in una conferenza, raccontò dello sgomento da cui era stato colto per aver smarrito il telefonino: era come se avesse perso una parte della mente. La metafora non era felice, perché il telefonino è prezioso solo se c'è una mente che lo crea e l'inserisce nei meccanismi cognitivi, non se è smarrito e inattivo. Avesse avuto anche solo un barlume di coscienza, avrebbe cercato da solo la strada per tornare al suo posto. Ciò vale per le protesi, descritte nel libro, che aiutano pazienti paralizzati: le protesi sono strumenti che funzionano solo se la mente li crea, li guida e li controlla. Alison Abott ha ammonito che possiamo pensare di aiutare persone paralizzate con braccia e gambe robotiche, ma solo dopo aver capito la sensibilità propriocettiva, grazie alla quale la mente crea il senso del corpo, perché le protesi devono simulare i meccanismi della mente, e non viceversa.
 
Il libro si propone di individuare «i nuclei filosofici più significativi della mente estesa, per capire fino a che punto i dati empirici forniti e i ragionamenti proposti ci permettono di parlare di una genuina estensione della mente nel mondo». Si tratta di «approfondire ...gli argomenti filosofici (corsivo nel testo) a favore di Mme e valutarne...la validità». A "dati empirici" non si fa cenno. Il presunto evento della mente che si estende fuori dai meccanismi nervosi non ha riscontri scientifici.
 
L'unica citazione di un testo scientifico riporta il pensiero di Eric Kandel, uno dei maggiori neuroscienziati viventi, il quale, circa il rapporto fra mente e resto del mondo, dice che «Il cervello non elabora... una replica del mondo esterno, quasi fosse una macchina fotografica tradizionale. Ma costituisce una rappresentazione interna degli eventi fisici... Perciò il fatto che le nostre percezioni ci appaiano come immagini dirette e accurate del mondo è il risultato di un'illusione».
 
Al dato della mente che crea il mondo in cui viviamo è contrapposta l'"eloquenza" del filosofo Alfa Noë con argomenti del tipo: «La nostra capacità di mantenere nel tempo un contatto percettivo con l'ambiente ...non è riconducibile (AD) un'immagine della scena nel nostro cervello; si tratta piuttosto di una questione di accesso. (…) L'idea (…) secondo cui ciascuno di noi non sarebbe altro che il proprio cervello (…) somiglia all'immagine fantastica di un'orchestra che suona da sola». Gli strumenti suonano perché i cervelli dei suonatori li fanno suonare. E chi e che cosa se non loro? Il filosofo sembra ignorare le ricerche sui meccanismi nervosi della volontà. E ancora: «(…) Il mondo non è una costruzione del cervello, non è un prodotto dei nostri sforzi coscienti. La mente cosciente non è dentro di noi: essa rappresenta una forma di attiva sintonia con il mondo, un'integrazione realizzata».
 
Con questa disinvoltura si può proporre qualsiasi ipotesi, anche se contraddice due secoli di ricerche. Il neuro-scienziato Giorgio Vallortigara, alla luce d'esperienze fra le più sofisticate sui meccanismi della conoscenza, sostiene ben altro, e cioè che «Trucchi e scorciatoie fanno del nostro mondo percettivo non un'approssimazione a come il mondo è davvero, ma a come sia più conveniente rappresentarlo. Un teatrino, una grande illusione. La nostra prigione». (La mente che scodinzola, Mondadori Università, 2011, pag. 10). Per capire la mente, ammonisce Patricia Churchland, bisogna capire il cervello. La mente estesa è la tautologia della mente che si estende nel mondo che essa stessa crea. Il Mme, dicono gli autori, ha «fornito importanti stimoli filosofici»; può essere, ma non aiuta la mente che si studia a capire sé stessa.

(Il sole 24 Ore. Recensione a La mente estesa. Dove finisce la mente e comincia il resto del mondo? Di Michele di Francesco e Giulia Piredda)




Parole chiave: alfa noë eric kandel david chalmers mme mente

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