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La mercificazione della morale



di Fortuna Ekutsu Mambulu*

Zygmunt Bauman (Foto UOC Universitat)

Zygmunt Bauman (Foto UOC Universitat)

Far leva sulla mercificazione e la commercializzazione dei bisogni morali degli individui per mantenere a galla l'idea di una crescita illimitata dell'economia è una mistificazione della realtà, rischiosa per la sopravvivenza dell'umanità.

È questo, in sintesi, il messaggio lanciato domenica 5 giugno, in chiusura del Festival di economia di Trento, dal pensatore e sociologo polacco Zygmunt Bauman. Durante la sua lectio magistralis all'auditorium S. Chiara, dell'Università di Trento, Bauman ha espresso grandi preoccupazioni sull'attuale tendenza che vede il mercato proporsi quale canale sostitutivo per il soddisfacimento delle esigenze morali.
 
Una tendenza, questa, sostenuta da ingenti investimenti pubblicitari, ma, soprattutto, dall'attuale scansione della vita lavorativa. Vent'anni fa, ha rilevato l'oratore, il 60% delle famiglie americane si ritrovava la sera per condividere, insieme, momenti relazionali. Ora le cose sono cambiate: solo il 20% ha mantenuto questa tradizione, essendo aumentate le ore di lavoro e sparito il confine che divide i tempi lavorativi dai momenti di vita privata.
 
Secondo Bauman, questo stato di cose ha generato una cattiva coscienza che le persone cercano ora di mitigare con le proposte del mercato. Più grande è il senso di colpa creato dalla scarsa manifestazione di affetto, più le persone cercano di colmarlo elargendo, ad esempio, regali costosi ai propri cari. Per il pensatore polacco, questa nuova trovata del mercato è pericolosa. Alimenta la corrente di pensiero secondo cui è possibile che l'economia continui a crescere illimitatamente, visto che è illimitata la natura delle esigenze morali che si propone di soddisfare.
 
Bauman ha smontato quest'ultimo assunto rilevando come sia assurdo basare l'indefinita crescita del Pil sulla vendita di prodotti o servizi che, benché soddisfino bisogni illimitati, dipendono dallo sfruttamento di risorse appartenenti a un ecosistema limitato. Com'è possibile, si è chiesto lo studioso polacco, continuare a credere nell'indefinita crescita della produzione e dei consumi in un mondo dove il picco della produzione mondiale del petrolio è stato raggiunto nel 2006?
 
Il momento della verità è vicino, dice Bauman, secondo cui, per uscire dal vicolo cieco della crescita senza freno, la società mondiale deve effettivamente abbracciare la via della sostenibilità (economica, sociale e ambientale), pensando amorevolmente alle generazioni future. Da qui l'augurio che avvenga un cambiamento di prospettiva nel sistema di governance mondiale il quale, per rilevare la sfida, dovrebbe cominciare a guardare al lungo periodo, invece di mantenersi in una logica di breve periodo basata sulla necessità di ottenere un consenso politico irresponsabile ed egoista.

L'ospite d'onore dell'ultimo giorno del Festival di Trento si è inoltre augurato che l'avidità smithiana, che ha guidato per anni il pensiero economico occidentale, non continui più a essere considerata come motore della prosperità individuale e collettiva. L'idea secondo cui volere di più per sé genera ricchezza anche per gli altri deve essere sostituita da azioni basate su effettivi rapporti umani, che, di genere, consumano poche risorse e non sono funzionali né alla crescita della produzione né all'aumento dei consumi.
(*Fortuna Ekutsu Mambulu è redattore di Afriradio/Nigrizia Multimedia)


Parole chiave: sociologia consumi

COMMENTI

Sono presenti 8 commenti per questo articolo

Fernanda Zanier (utente non registrato)
In piccola parte condivido, ma palando per i milioni di italiani che non hanno un lavoro sicuro quando va bene, credo si debba riflettere su altro, che non la cattiva coscienza, La disgregazione di cui parla fa parte di un bisogno di sopravvivenza non accompagnato da un incremento di consumo, ma di felicità incolmabile,  legata al non consumo di oggetti inaccessibili a molti. Il voler di più per se stessi è insito nella nostra natura, non produce ricchezza ma ingiustizie sociali. 
Non siamo di fronte ad una crisi economica questa è piuttosto la conseguenza di un assenza di morale sociale filogenetica, Non so se mi sono spiegata.
il 9 Giugno 2011

Milly (utente non registrato)
quando io dico le stesse cose mi dicono che sono un'anima romantica e che non capisco nulla di economia.... quasi una "figlia dei fiori"... un po' fuori tempo!! e io che pensavo di essere sempre in anticipo!!
che Bauman intervenga al festival d'economia di Trento dicendo le stesse cose mi lusinga immensamente....
ma non sarà che qualche testina bacata si permetterà di dire che in fondo è solo un "sociologo".....
come se il pensiero avesse limiti stretti e solo gli economisti potessero "pensare" di economia!!!!
e infatti si vede come ci hanno ridotti!!!
hanno costruito un'enorme macchina, che ormai viaggia da sola, si danno un gran da fare a tenerla insieme e nemmeno si accorgono che non sono affatto in grado di guidarla... e che ci sta trascinando tutti nel baratro!!!
imbecilli!!
pensano di poter vendere di tutto con la pubblicità.... all'infinito!!
imbecilli e miopi!!!
lo sviluppo sostenibile otre a farci vivere meglio tutti, in un ambiente più sano, in una società meno stressante e anche più pacifica, sul breve termine creerebbe anche un maggior numero di posti di lavoro rispetto alle loro strategie da squilibrati  (ci vuole poco visto che riescono solo a licenziare a raffica maree di persone allargando sempre più la forbice sociale!!) e quindi, aumenterebbe anche il numero dei consumatori dei loro inutili prodotti...
mentre loro creano solo disoccupati!!!!
ma con chi pensano di poter commercializzare i bisogni morali???
ad una sempre più risicata minoranza di ricchissimi??
imbecilli, miopi e incapaci!!!
con le loro attente strategie hanno distrutto la classe media!!!
esattamente quella che gli dava i maggiori introiti!!!
quanto alla mercificazione dei beni morali è già in atto da decenni...
e non funziona!!!!!
per non parlare dell'assurda ricerca della felicità chimica... ancora peggio!!!
spero solo che la gente cominci a pensare con la propria testa, invece di farsi rincretinire dalla pubblicità, e capisca che solo quei pochi economisti che condividono il pensiero di Bauman (ed esistono!!! persino negli USA!!!) sono degni di essere ascoltati, per il bene dell'ecosistema e di tutta l'umanità....
compresi gli economisti imbecilli
il 10 Giugno 2011

Pio Antonio Caso
Mi chiedo: qual'è la morte "migliore" che riesca a dare senso a una "vita" vissuta all'interno di "questo" o quell'altro" sistema economico? Una morte che soddisfi la "morale" comune e non faccia dire, come nel finale di una commedia di Eduardo De Filippo, a un passante: "Non ha saputo vivere e neanche morire”. Morire per radiazioni nucleari è meno eroico se anziché essere uno di quei pochi tecnici impegnati a interrompere l'incendio nelle centrali, si è soltanto un abitante di un villaggio vicino? Morire di sete e fame perchè anoressici alla ricerca dell'aspetto sociale migliore è meno alla moda se si è un bambino africano? Morire sul lavoro per non aver rispettato delle regole di Sicurezza è meno rilevante del morire dopo una vita di lavoro in un ambiente ad alto tasso di inquinamento? Morire per un vizio che ci da piacere è meno solidale ed equo del morire per portare agli altri pace e democrazia, quegli altri che considerano la nostra morale e il nostro piacere frutto del Male? Forse un uomo libero sceglie di morire perchè colpito da un fulmine durante un temporale, oppure perchè il cuore non regge il ritmo di un amplesso col partner amato, oppure cercando un riscatto gratificante donando la propria vita nel tentativo di salvarne un'altra. Qual'è la morte che libera l'uomo dalle proprie vergogne, qual'è la morte che nobilita la vita, qual'è la morte che ci permetterebbe di trovare la pace della nostra anima psichica, quella che ci individua e distingue? Qual'è la morte “laica” che non ha debiti con nessun Dio invisibile? Come muore un Uomo?      
il 10 Giugno 2011

Fernanda Zanier (utente non registrato)
Rispondo a Pier Antonio: Come muore un uomo? Mi verrebbe da dire che dipende dai soldi che ha in tasca, alcuni affogano in mare, per inseguire non un sogno ma solo per cercare una vita migliore.. 
Forse non è una risposta al tuo interrogativo, ma pare manchi in molti la capacità di morire con dignità; forse è questo che fa la differenza e che dipenda dal senso che tu stesso hai dato alla tua vita, quanto l'hai rispettata, quanto sei stato dignitoso con te stesso nei momenti difficili; come muore un uomo non dipende  da quanti soldi hai nella bisaccia, ma dal rispetto che hai avuto verso te stesso in vita. Allora la morte, anche la peggiore nobilita in quel attimo tutta tua vita, e non è più una sconfitta.
il 10 Giugno 2011

Giacomo Galletti (utente non registrato)
Mi fa piacere che Bauman, pensatore tanto fine quanto cacofonico risulta il suo nome proprio, abbia sposato la causa dell' "oltre Pil" (o de-PIL-azione, secondo alcuni). 
In fondo c'era da aspettarselo. 
Che il PIL come "misura di tutte le cose" fosse inadeguato l'aveva già ribadito addirittura Beppe Grillo (!) in tempi non sospetti col celebre esempio del ponte che crolla (a cui corrisponde un aumento del Pil per ricostruirlo).
Poi è arrivato Sarkozi, che ha messo al lavoro una commissione di cervelloni trascinata dall'economista Stiglitz, con Sen e altri pezzi da novanta tra cui, unico italiano, l'attuale presidente dell'Istat Giovannini. Risultato: viene proposto un anno e mezzo fa un set di indicatori per misurare la "ricchezza" di una nazione a scapito del PIL. Tutto molto bello ma poi a quanto mi risulta non s'è andati molto avanti.
Però ora c'è Bauman, che ha la capacità di creare concetti a forte impatto oserei dire addirittura "poetico" (in realtà lui è famoso per prendere concetti consolidati e liquefarli...), ma è uno che riesce ad indirizzare con le parole più di quanto gli altri facciano riportando i numeri.
Parlare di "commercializzazione dei bisogni morali" è un'azione molto più forte e incisiva che parlare di un ponte che crolla o proporre indicatori che di per sé, per quanto utili possano essere, rimangono aridi e alieni al senso comune specie in paesi dove la cultura statistica di fatto non esiste.
E così ci vuole la zampata del genio, e chissà non si metta in moto un nuovo giro d'opinioni...

l'11 Giugno 2011

Francesco Panaro
 Quasi tutto parte da Nicholas Georgescu-Roegen, padre della bioeconomia e padre della decrescita. Serge Latouche, ha rispreso quest'ultimo concetto, facendone cavallo delle sue battaglie politice ed economiche... Poi se ne sono aggiunti altri, anche italiani... 
l'11 Giugno 2011

Giacomo Galletti (utente non registrato)
Ah giusto... la Decrescita Felice!
l'11 Giugno 2011

Guido Repetto
Bauman lo trovo assai stimolante, ma a me, tuttavia, non pare che vi sia una qualche novità in questa visione del mercato. Il mercato come logica dell’esistenza ha un in se questa propensione da sempre. È come se seguisse il comportamento dei gas rispetto al volume disponibile: va a diffondersi in esso “naturalmente”. Ora, questo volume è rappresentato proprio dalle nostre stesse esistenze forgiate dal mercato. È come un circolo chiuso dentro una spirale aperta. Quello delle coscienze,  dei valori, della morale non è un terreno vergine che il mercato scopre, ma il terreno da lui stesso prodotto, esso non conquista la morale, la utilizza mentre necessariamente la sforna calda ogni mattina.
l'11 Giugno 2011

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