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La previsione storica



di Michele Marsonet







Chi parla di “ordine mondiale” viene spesso accusato di voler disegnare scenari irrealistici e astratti. Il timore è quello di tornare a una filosofia della storia di tipo speculativo, rappresentata nel secolo scorso in prima istanza da Oswald Spengler con il suo capolavoro “Il tramonto dell’Occidente”, e poi dagli inglesi Arnold Toynbee e Robin Collingwood. Il rilievo mosso a questi autori – che erano al contempo filosofi e storici – è la mancanza di prove empiriche atte a suffragare le loro tesi. Li si accusa, in sostanza, di concepire la storia come qualcosa di analizzabile in termini precisi grazie all’uso di una particolare chiave interpretativa. L’esempio più noto resta Spengler, che ci ha lasciato un grande affresco in cui la storia universale diventa un incessante susseguirsi di civiltà, ognuna delle quali nasce, raggiunge l’apogeo e poi declina sino alla scomparsa.
 
È facile spiegare il fascino che tuttora esercitano simili costruzioni intellettuali. Gli esseri umani hanno sempre cercato di trovare un significato univoco – un “disegno” – nel flusso apparentemente caotico degli eventi che li circondano. Difficile accettare l’idea che la storia non abbia senso alcuno, e che non esista una sorta di ordine in grado di determinare le nostre azioni. È importante altresì notare che, se una chiave interpretativa viene individuata, allora si realizza il grande sogno di poter prevedere il futuro. Un’ambizione che da sempre inconsciamente coltiviamo.
 
Sicuramente non è un mero vezzo da intellettuali. Isaac Asimov, il grande scrittore di fantascienza, diffuse l’idea nel grande pubblico parlando di previsione storica su base scientifica. “Cronache della Galassia” fu la prima parte di una saga costruita attorno al concetto di previsione scientifica della storia umana. Asimov infatti creò il personaggio di Hari Seldon, un matematico e sociologo inventore della “psicostoria”, nuova scienza in grado di prevedere e guidare il corso storico dell’umanità. Seldon si propone di ridurre al minimo indispensabile i periodi di transizione tra un’epoca storica e quella successiva, salvo arrestarsi di fronte alla forza del singolo individuo che cambia la storia.
 
Nonostante le critiche sopra accennate, non si è mai cessato di pensare la storia in modo globale e di interpretarla con schemi assai vasti. Oggi, per esempio, si torna a parlare del famoso volume di Samuel Huntington “Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale”, la cui prima edizione risale al 1996. Mentre in un primo momento l’opera del politologo americano venne stranamente fraintesa e fatta passare come un rinnovato tentativo di leggere la storia soltanto dal punto di vista occidentale, ai nostri giorni si sono meglio comprese le novità che il saggio propone. E una in particolare: le fonti di conflitto nel mondo del post-guerra fredda sono culturali e religiose, piuttosto che ideologiche ed economiche.
 
Anche Huntington, come già Spengler, individua alcune grandi civiltà, tra le quali quella occidentale occupa un posto di rilevo ma non è più dominante come un tempo. “Stimolato dal processo di modernizzazione – egli scrive – il quadro politico mondiale sta attraversando un processo di ridefinizione culturale. Popoli e paesi di uguale cultura tendono sempre più ad avvicinarsi, mentre popoli e paesi di diversa cultura tendono ad allontanarsi. Gli schieramenti nati dal credo ideologico e politico delle due superpotenze (USA e URSS) stanno cedendo il passo a schieramenti determinati da concetti quali cultura e civiltà. Sempre più spesso i confini politici vengono ridisegnati in modo da ricalcare quelli culturali: etnici, religiosi e di civiltà. Le alleanze tra paesi culturalmente affini stanno sostituendo i blocchi prodotti dalla Guerra Fredda, e le linee di faglia tra civiltà stanno diventando i principali punti di conflitto dello scacchiere internazionale”.
 
A sedici anni dalla pubblicazione del libro queste frasi suonano familiari, anche se nel 1996 lo erano molto meno. Alla ricerca dell’identità culturale non venne per decenni dato molto peso e, quando c’era, si manifestava in molti casi in modo clandestino. Ora si propone invece alla luce del sole, senza remore. Ed è, questa, una delle grandi contraddizioni del nostro tempo, forse la maggiore. Da un lato la globalizzazione che sembra non incontrare limiti, dall’altro la riscoperta delle identità culturali che si trasformano velocemente in rivendicazioni politiche e nazionali.
 
Altro fattore fondamentale per Huntington è quello religioso. E qui si entra nell’attualità, poiché non gli sfugge che il conflitto tra Islam e Occidente cristiano, e tra Islam e altre grandi religioni, rappresenta il vero nodo degli anni – per non dire dei decenni – a venire. All’epoca il Presidente americano era Bill Clinton, il quale sosteneva che l’Occidente non ha problemi con l’Islam in quanto tale, ma con gli estremisti islamici. Huntington tuttavia si accorge che si tratta di una distinzione un po’ rozza poiché “millequattrocento anni di storia dimostrano il contrario”. Essendo a suo avviso le religioni a costituire il fondamento delle civiltà, la conflittualità tra Islam e Cristianesimo è destinata a crescere, non a diminuire. “Valga, per le differenze, il precetto musulmano dell’Islam inteso come stile di vita che trascende unendole politica e religione in contrapposizione al precetto cristiano occidentale della separazione del regno di Dio da quello di Cesare”.
 
Una differenza davvero decisiva, e difficilmente superabile se non mediante una improbabile – allo stato dei fatti – separazione nel mondo islamico tra politica da un lato e religione dall’altro. Lungi dall’essere un’esaltazione dei destini magnifici e progressivi della civiltà occidentale, come da molti fu interpretato, il celebre libro di Huntington è in realtà una presa d’atto che il potere dell’Occidente è in declino. Da americano, il politologo di Harvard vedeva una sola strada praticabile per rallentarlo: una politica di stretta cooperazione tra Stati Uniti e partner europei “allo scopo di proteggere e promuovere gli interessi e i valori peculiari della civiltà occidentale”.
 
Pur rammentando che non esistono libri e analisi perfetti, e che quindi nemmeno il contenuto de “Lo scontro delle civiltà” va preso come oro colato, è indubbio che Huntington ci ha fornito tanti spunti per riflettere. Le sue tesi restano un punto di riferimento per tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Occidente.




Parole chiave: globalismo religioni occidente oriente

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