uncommons

village

1.132 views


La vana esperienza della parola



di Valeria Dattilo


Crown Fountain, Jaume Plensa

Crown Fountain, Jaume Plensa



Si bestemmia il nome di Dio, perché tutto ciò che si possiede di lui è appunto il suo nome. Solo pronunciandone il nome è possibile raggiungere Dio, sia per commuoverlo che per benedirlo.


È con questa definizione sintetica ma molto efficace che uno dei grandi linguisti del Novecento, Emile Benveniste, tenta di chiarire la natura ambigua del giuramento, il suo dare conto della possibilità sempre aperta di non mantenere la parola data, come nel caso dello spergiuro, facendo riferimento alla bestemmia intesa non come “asserzione diffamante nei confronti della religione o della divinità” ma esclusivamente come un processo di parole che “consiste nel sostituire il nome di Dio con un oltraggio”, o meglio come un’esclamazione, ossia una parola che ci si “lascia scappare” sotto l’impeto di un sentimento vivo e repentino, brusco e violento, come la stizza, il furore o il disappunto.

Come nel giuramento, ciò che caratterizza la bestemmia non è tanto il contenuto significante del messaggio trasmesso, ma la relazione che si istituisce tra la parola pronunciata e la potenza invocata, in entrambi i casi, il nome di Dio, come emerge nel suo studio su La blasfemia e l’eufemia, osservazioni che Benveniste sviluppa per un colloquio organizzato dal Centro Internazionale di Studi umanistici di Roma nel 1966 su L’analisi del linguaggio teologico. Il nome di Dio:

"Al di fuori del culto, la società esige che il nome di Dio sia invocato in una circostanza solenne, il giuramento; esso infatti è considerato un sacramentum, un appello al dio, testimonio supremo di verità, e un ossequio al castigo divino in caso di menzogna o di spergiuro. Si tratta del più grave impegno che l’uomo possa contrarre e della più grave mancanza che possa commettere perché lo spergiuro non ha a che fare con la giustizia degli uomini, ma con la sanzione divina: per questo il nome di Dio deve figurare nella formula del giuramento".

Queste ricerche ritrovano vigore e una fresca attualità nel bel testo di Giorgio Agamben, Il sacramento del linguaggio. Archeologia del giuramento (2008), uno dei pochi o forse l’unico in Italia ad aver interpretato l’esperienza del giuramento come esperienza antropogenetica della parola sacra. Egli, infatti, definirà il giuramento come “un’istituzione enigmatica, insieme giuridica e religiosa, che diventa intellegibile solo se la si situa in una prospettiva che chiama in causa la stessa natura dell’uomo come essere parlante e come animale politico”. E aggiunge: “l’antropogenesi, non è infatti un evento che si possa considerare compiuto una volta per tutte, ma è sempre in corso, poiché l’homo sapiens non cessa mai di diventare uomo, non ha forse ancora finito di accedere alla lingua e di giurare sulla sua natura di essere parlante”.

Parole che fanno eco alle analisi condotte da Benveniste, il quale aveva già messo in luce, nel Vocabolario, questo stretto legame tra il giuramento e il sacro, evidente in particolar modo nel termine sacramentum, termine che a sua volta implica la nozione di rendere sacer, indicando bene la natura vincolante del giuramento alla parola sacra, ossia, “il fatto di impegnarsi in modo solenne con l’invocazione di un dio”.

Come, nelle parole di Benveniste, il giuramento è inteso da Agamben come esigenza da parte dell’animale umano di mettere in gioco nella lingua e, precisamente, nell’esperienza performativa della parola la sua stessa natura: “Proprio perché, a differenza degli altri viventi, l’uomo per parlare deve mettersi in gioco nella sua parola, egli può, per questo, benedire e maledire, giurare e spergiurare”, come emerge nelle analisi condotte da Benveniste a proposito della differenza descritta in Problemi I fra il linguaggio verbale, un linguaggio che non è fatto semplicemente da parole e regole grammaticali, e le altre forme di comunicazione, che si contrappongono decisamente alle lingue umane e che il linguista francese riassume nei seguenti termini: “Della lingua che parliamo noi facciamo usi infinitamente vari, [...]. Possiamo dire qualsiasi cosa e possiamo dirla come vogliamo”.

Ossia, l’uomo non si è limitato ad acquisire la lingua come uno strumento di comunicazione tra gli altri ma ha fatto della lingua il suo punto di forza, in quanto è in grado di mettere a bando la potenziale proliferazione infinita di enunciati che non conosce di per sé alcun limite e al contempo il suo tallone di Achille in quanto proprio in questa generazione infinita di enunciati prodotta dallo stesso linguaggio c’è il rischio sempre imminente che tale proliferazione renda il nostro discorso un vaniloquio infinito, esponendo la nostra specie ad una paralisi e rendendo più complicato il nostro adattamento al mondo.

Ma il carattere che definisce il vivente nella sua lingua, il soggetto nella sua parola, sembra emergere in primo piano proprio in ciò che Benveniste definisce la funzione enunciativa, caratteristica che secondo Agamben riguarda in particolar modo il processo di antropogenesi: “Altrettanto e, forse, ancor più decisivo deve essere stato, per il vivente che si è scoperto parlante, il problema dell’efficacia e della veridicità della sua parola, cioè di che cosa potesse garantire il nesso originario fra i nomi e le cose, e fra il soggetto che è diventato parlante – e, quindi, capace di asserire e promettere – e le sue azioni.

Per un tenace pregiudizio forse legato alla loro professione, gli scienziati hanno sempre considerato l’antropogenesi come un problema di ordine esclusivamente cognitivo, come se il diventare umano dell’uomo fosse soltanto una questione di intelligenza e di volume cerebrale e non anche di ethos, come se intelligenza e linguaggio non ponessero anche e innanzitutto problemi di ordine etico e politico, come se l’homo sapiens non fosse anche, e magari proprio per questo, un homo iustus”.

Riflessione che solleva un’interessante domanda filosofica: l’uomo è ancora in grado di giurare, cioè di stabilire quella giusta commettitura fra le parole e le cose, legandosi così alla sua lingua? Oppure, come lascia intuire Agamben, oggi si assisterebbe ad un vero e proprio scollamento tra la parola pronunciata, le cose e le azioni umane riducendo il vivente ad una realtà puramente biologica, a nuda vita, in cui l’esperienza della parola diventa sempre più vana e non è più efficace del canto degli uccelli e in cui qualcosa come una sfera pubblica o un’esperienza politica diventa sempre più precaria?

Parole chiave: filosofia benveniste agamben giuramento

COMMENTI

condividi

Feed

   

archivio

accedi


Se non l'hai ancora fatto, registrati!
Hai per caso dimenticato la password?
benvenuto   Puoi accedere o registrarti.

gli ultimi articoli in village

rubriche

ultimi commenti

gli ultimi articoli pubblicati

i più letti

tag cloud

CHI E' UNCOMMONS Uncommons è © 2014 proprietà riservata Tramas Web