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Le vere similidee



di Francesco Panaro

Giovan Battista Moroni, Il sarto. Particolare

Giovan Battista Moroni, Il sarto. Particolare







Non è un diadema, ma la scheggia del fondo di una bottiglia di birra di vetro verde messa contro il sole: l’effetto delle rifrazioni è talmente ricco che non può far sorgere dubbi sulla sua autenticità.




La domanda è: perché leggere nuovi libri, quelli che le case editrici sfornano tutte le settimane? Ma non è stato già tutto scritto con una forma e un modo che nessuno oggi riuscirebbe a fare? – mi accorgo ora, scrivendo, che una domanda non basta. Leggere romanzi di oggi, che affollano le librerie, secondo me, e molti come me, è una pura perdita di tempo, ma questo è un mio parere, personale. Per Virginia Woolf, invece, dedicarsi alla lettura dei romanzi del suo tempo era un modo per esercitarsi alla critica, ad allenarsi a dare un giudizio su qualcosa di estraneo al personale lavoro, le serviva. Ma i tempi della Woolf non erano – non lo sarebbero stati ancora per molto – avvelenati dalla qualità e quantità editoriale di oggi.

La domanda è da porre anche per altri generi. Perché, secondo voi, l’odierna saggistica, la scrittura accademica, la produzione della galassia universitaria sia quella fatta dai professori che dagli studenti-studiosi sarebbe migliore dell’odierna narrativa? Non so, ho come una vaga impressione che tutto sia una sequenza ordinata o meno, di note alle note a margine dei testi dei filosofi precedenti, tutti si copiano a vicenda, filosofi morti e filosofi vivi. E nessuno più riesce a distinguere i filosofi vivi da quelli morti. Whitehead in un certo senso aveva un'opinione un po' troppo ristretta: «Tutta la storia della filosofia occidentale non è che una serie di note a margine su Platone».

Mi immagino un pensatore di oggi, giovane, con o senza cattedra, vecchio e già affermato, (ora procedo per metafore antiche) che si avventura per strade più o meno comode, in  mezzo alla natura ma passeggiante per tranquille strade di campagna, che scruta il punto giusto dove mettere i propri passi per agevolare nel migliore dei modi la sua futura professione, senza perdere di vista l’orizzonte davanti a sé, la lunga strada bianca che dovrà seguire per tutta la vita per fare carriera. Scavalcare il muro a secco ammantato di rovi, che limita la propria riflessione, per alcuni può essere una pratica da avventurieri, per altri, la maggior parte, è mettersi contro qualcuno o qualcosa o, semplicemente, non avere forze necessarie per tracciare altri, nuovi argomenti.

Leggo autori italiani e stranieri (non mi riferisco alla narrativa), li osservo in ciò che scrivono nei loro libri o negli articoli pubblicati sulle prestigiose riviste internazionali, li guardo nei loro quarant’anni ed oltre – definiti dall’establishment giovani filosofi: fino alla fine dell’Ottocento e inizi del Novecento a quarant’anni i pensatori, anche quelli più sottostimati, avevano rivoltato il mondo del pensiero precedente al loro ed erano ormai vecchi per l’anagrafe – e mi sembrano come quei cercatori di funghi che tutti gli anni tornano nel luogo rinomato dal quale, è certo, non torneranno indietro a pagine di taccuino vuote.

Mi sembrano tutti affannati su sudati incartamenti di qualche altro filosofo, alla ricerca di un porcino sfuggito al (ri)cercatore precedente, di una pietra preziosa da riportare nel proprio saggio, per scoprire a distanza di tempo che non è un diadema ma la scheggia del fondo, del culo di una bottiglia di birra di vetro verde, messa nella giusta posizione contro il sole. L’effetto delle rifrazioni che se ne ricava è talmente ricco che non può far sorgere dubbi sulla sua autenticità. Come una borsa targata con l’etichetta vera similpelle. Certo è che a me la vera similpelle piace – senza esagerare, perché la sostanza ripropone una  cultura che non si emancipa... –  perché sono vegano, antispecista ecc. Ma non mi piacciono le vere similidee.

C’è un giovane filosofo anglosassone che colma la produzione del suo pensiero suonando la chitarra elettrica e pubblicando le sue esibizioni musicali in Youtube. Un’arte aiuterà l’altra, e viceversa. I suoi concertini simil rock anni Sessanta/Settanta, i suoi capelli lunghi, arruffati e biondi aiuteranno la vendita dei libri che pubblica? Chi mai potrà saperlo. Servirebbe un Bob Geldof, un David Zard, un Bono Vox per tirare avanti il caravanserraglio della filosofia, come facevano qualche decennio fa con la musica pop e rock per raccogliere soldi per il cibo For Africa.

Una giovane amica filosofa italiana è stata invitata a scrivere un capitolo che sarà pubblicato in un annale di Oxford, invito e materia prestigiose, credetemi. Quando le è stata comunicata la notizia da Oxford lei ne ha dato notizia pubblicamente: “Ho appena firmato il contratto per scrivere…”. Il campo della filosofia non è come quello della ricerca scientifica – gli scienziati non si adeguano a quel genere di frivolezze, almeno quelli che conosco io e sono tanti: testa china ad osservare come funziona la natura delle cose che non si vedono ad occhio nudo, a lottare per avere fondi per salvare qualche vita… – dove nessuna rivista ti mette sotto contratto in anticipo per un articolo che forse, probabilmente o la maggior parte delle volte, non pubblicherà (anzi, da qualche tempo devi essere tu scienziato a pagare la rivista per vedere pubblicato il tuo lavoro, naturalmente dopo aver ceduto tutti i tuoi diritti al publisher).

Prima di un’eventuale pubblicazione l’editore della rivista scientifica sottoporrà il tuo lavoro a complesse letture fatte dai mafiosetti del genere, specialisti chiamati referee, tutti nemici di tutti, o tutti amici di tutti, dipende dalle cordate, che generalmente sono tre, leggono il lavoro e non si dovrebbero conoscere l’un l’altro. Se i giudizi saranno buoni e il lavoro non necessiterà di altri aggiustamenti – sì, fanno questo le riviste scientifiche –, nel frattempo qualche referee si godrà i risultati per proprio tornaconto, bloccando la pubblicazione fino a quando non avrà pubblicato un suo articolo sulla questione in causa.

E se quell’amica filosofa italiana invitata da Oxford a scrivere quel capitolo di libro dovesse scrivere qualcosa di non aderente agli standard di quella università? Cosa succederà, dato che nella comunità dei filosofi usano poco e raramente i sistemi stretti di referaggio come nell’ambito scientifico? Niente paura, chi ha presentato la giovane studiosa ad Oxford prenderà la sudata carta e farà le correzioni in rosso e blu: questo lo puoi dire, quest’altro no. Questo va bene al sistema occidentale, anglosassone, e tutto il resto non è filosofia.

Qualcuno ha dimenticato Spinoza, il quale si rifiutò di accettare la cattedra dell’università di Heidelberg. Ora, non per fare semplici moralismi, ma solo per una questione etica. Baruch Spinoza non accettò di fare l’accademico perché non poteva capire in che dimensione, entro quali limiti quella università – come tutte le altre, fra l’altro – avrebbe accettato  la libertà di pensiero, visto che gli avrebbero impedito per contratto che la religione costituita di quel paese, l’Olanda, non doveva essere importunata.  In un passo della sua risposta all’università scrive:

« ... Perciò, dovete sapere, illustre signore, che non aspirando io a più elevata posizione mondana, di quella in cui mi trovo, e per amore di quella in cui mi trovo, e per amore di quella tranquillità, ch'io penso non poter assicurarmi altrimenti, devo astenermi dall'intraprendere la carriera di pubblico insegnante...».

E continuò contento a spinozare (il termine è di Hegel, filosofare è il suo significato) guadagnandosi da vivere con l’umile lavoro di tornitore di lenti da vista. Di giorno lavorava duramente, mangiava un’inezia di intrugli d’avena e roba simile – ve li consiglio, sono buonissimi –, non sopportava la sciatteria nel vestire… Poi a sera, dopo aver finito di tagliare lenti tutto il giorno e forse rimuginato un po’ di filosofia, tornava a casa al buio evitando le pozzanghere e la cacca dei cavalli sulla strada. Nella sua disadorna stanzetta, a lume di candela, pensava e scriveva. E cosa scriveva.
Capito, amici?





Parole chiave: baruch spinoza francesco panaro friedrich hegel virginia woolf david zard

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