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Lo scrittore contro la sua volontà



di Massimo Rizzante

Claudio Parmiggiani

Claudio Parmiggiani

Massimo Rizzante con Juan Goytisolo, Milan Kundera e Carlos Fuentes al tramonto a Marrakech al Café de France. Impossibile non tirare nella conversazione I sonnambuli di Hermann Broch. E intorno la piazza con i suoi venditori di denti, cantastorie, danzatori estatici e incantatori di serpenti si trasforma in uno degli ultimi spettacoli del mondo. Grazie a Massimo Rizzante per questo articolo.





Place Djemaa el-Fna, Marrakech. È autunno. Il sole sta per tramontare, ma fa ancora caldo. Il vento comincia ad alzarsi e la piazza con i suoi venditori di denti, cantastorie, danzatori estatici e incantatori di serpenti si trasforma in uno degli ultimi spettacoli del mondo. Sono seduto al Café de France con Juan Goytisolo, lo scrittore spagnolo che da anni vive a Marrakech. Tutte le sere Juan dà appuntamento qui ai suoi amici. Di solito il gruppo è formato da gente del luogo. Persone che Juan conosce da tempo. Non sono intellettuali.
 
C’è un poliziotto, un barbiere, una guida turistica… e Alì, un bellissimo adolescente, uno dei tanti componenti della sua vasta “tribù”, come lui la chiama. Juan scambia qualche battuta in arabo. Ma questa sera, immerso come sono nella quinta correzione delle bozze della riedizione dei Sonnambuli di Hermann Broch, non riesco a trattenermi dal coinvolgerlo. Del resto, per questa riedizione, ho voluto che fossero presenti con un loro scritto Milan Kundera e Carlos Fuentes, due grandi amici di Juan Goytisolo.
 
Tutti e tre, come Hermann Broch, appartengono a quella che Carlos Fuentes ha chiamato «la tradizione della Mancha»: una tradizione romanzesca che non «desidera soltanto riflettere la realtà, ma creare un’altra realtà, una tradizione inaugurata dal Don Chisciotte di Cervantes, proseguita dal Tristram Shandy di Sterne, dal Jacques il fatalista di Diderot e, in un XIX secolo latinoamericano dominato dal realismo, in modo sorprendente dal Brás Cubas del brasiliano Machado de Assis». Kundera, Fuentes e Goytisolo sono poi, a loro volta, allievi di Broch.
 
Tutti e tre, ciascuno a suo modo, sono infatti figli di quell’«azzardo» modernista che ha permesso al Broch dei Sonnambuli di concepire il romanzo come un luogo di massima integrazione di forme (“romanzo polistorico” lo chiamava Broch) e di aprire la strada alla sua musicalizzazione (penso soprattutto a Huguenau e il realismo, terzo romanzo dei Sonnambuli, dove racconto romanzesco, novella, poesia, reportage, saggio si intrecciano dando vita a una vera e propria polifonia contrappuntistica). «Credo che tu abbia ragione, afferma Juan.
 
E proprio per questo la trilogia dei Sonnambuli è, per la storia del romanzo moderno, molto più importante de La morte di Virgilio, l’altro capolavoro di Broch, sebbene quasi tutti siano convinti del contrario». «È quello che scrive anche Kundera nella sua prefazione citando Hannah Arendt. La Arendt, amica dello scrittore viennese durante il suo esilio americano, scrisse un saggio intitolato Scrittore contro la sua volontà (1955) dove si sofferma per una sola volta, e con molte riserve, sui Sonnambuli.
 
Kundera afferma che forse il giudizio dei critici che vedono nella Morte di Virgilio “l’apogeo” della creazione di Broch, è stato influenzato dal “pathos” di alcune sue confessioni dove egli parla dell’opera come di un addio all’arte del romanzo e di una “preparazione alla sua stessa morte”. Del resto il Broch del 1945, per il quale, in seguito agli orrori nazisti la letteratura era diventata sempre più inattuale e superflua, non era più il Broch del 1928, anno in cui cominciò a scrivere I sonnambuli (che terminò nel 1931).
 
Dopo aver abbandonato la professione di ingegnere e la fabbrica paterna, si era messo di nuovo, a quarantadue anni, a studiare. Solo che la filosofia e la matematica, sue grandi passioni, non riuscivano più a soddisfarlo». «Vuoi dire a soddisfare le aspirazioni metafisiche dell’uomo? Fuentes – continua Goytisolo – nella sua postfazione, scrive giustamente che per il Broch dei Sonnambuli la cosa più importante era comprendere in quale misura la Storia – che per Broch è intesa come “disgregazione dei valori” – si incarna in un individuo.
 
Ma la parola “Storia” per Broch non ha solo una dimensione descrittiva, ma esistenziale e spirituale: ogni personaggio – Pasenow, Esch, Huguenau – è “l’espressione abbreviata” della molteplicità della vita, di quello che Broch stesso chiama “stile”». «Sì. Per il Broch dei Sonnambuli se la filosofia come la scienza, con tutta la loro “oggettività”, sono impotenti a descrivere quella che Broch chiama “la nuova oggettività” della sfera affettiva – che è il campo del romanzo –, così neppure la Storia lo interessa veramente. I sonnambuli non è un affresco, ma mostrano, come afferma Kundera, alcune possibilità dell’esistenza europea: “A Broch non interessa una storia reale che (per caso) ha avuto luogo. Egli non desidera scrivere un ‘romanzo storico’. Ciò che lo affascina è la forza sotterranea, invisibile, che plasma le persone e i loro pensieri”. E, d’altra parte, è questo che dà senso al titolo del romanzo: tutti i personaggi dei Sonnambuli non riescono mai a spiegarsi fino in fondo perché fanno quello che fanno, perché pensano quello che pensano, perché dicono quello che dicono. Camminano come sonnambuli sul cornicione della realtà».
 
«Ciò implica – continua Juan – che la stessa concezione del personaggio subisce una trasformazione, va oltre la caratterizzazione psicologica e oltre una dimensione strettamente storica. Un po’ quello che ho fatto con il mio Paesaggi dopo la battaglia, o quello che hanno messo in pratica Fuentes con Terra nostra e Kundera con La Vita è altrove e altri romanzi…». «Sia Kundera che Fuentes lo ribadiscono nella prefazione e nella postfazione: l’osservatorio dell’autore si colloca più in alto di quello di un Balzac, di un Mann: “nel cielo della storia europea”, afferma Kundera. Per cogliere l’essenza dell’ufficiale Joachim von Pasenow, il protagonista del primo romanzo, Broch, ad esempio, risale indietro di secoli e, attraverso il motivo dell’uniforme, lo illumina alla luce di quanto in Europa era successo dopo che le sacre uniformi dei sacerdoti della Chiesa avevano smesso di regnare sugli uomini.
 
Così come per cogliere l’essenza di Esch, il protagonista del secondo romanzo, Broch si mette a osservare il suo personaggio dalla profondità dei secoli, in particolare dall’epoca della ribellione di Martin Lutero contro la Chiesa di Roma. Si tratta di una delle più grandi sfide estetiche che il romanzo moderno si sia dato… E che tu, Kundera, Fuentes, Rushdie, Bolanõ e pochi altri avete accolto… Sai, Juan, alla fine della trilogia, ho scelto alcuni frammenti tratti dalle Lettere scritte da Broch durante la stesura del romanzo in cui l’autore, rivolgendosi soprattutto al suo amico ed editore Brody (Rhein-Verlag), commenta la costruzione etica, la situazione estetica e la composizione della sua creazione romanzesca». «Hai scoperto qualcosa?».
 
«A parte la coscienza dell’originalità di quello che stava facendo (“Se un’impresa del genere riesce si potrebbe parlare in fin dei conti di una nuova forma di letteratura”), si scopre un Broch molto attento anche ai dettagli più concreti. Il 5 ottobre 1930, per il lancio pubblicitario del romanzo, prega il suo editore “di non stabilire nessuna comunanza” tra Svevo e lui “sulla base dell’appartenenza alla cultura austriaca”. Non che La coscienza di Zeno gli sia sembrato un romanzo poco importante. Tutt’altro. Solo che Broch preferisce che la sua opera sia legata a un contesto sovranazionale (Joyce), piuttosto che sia classificata in un contesto minore («la cultura austriaca», Svevo) o ridotta a un contesto nazionale e linguistico (Hofmannsthal).
 
Per ultimo ho posto un frammento di una lettera indirizzata da Broch alla moglie di Brody, sua attenta e affettuosa lettrice (Broch è stato sempre, nel corso della sua vita, molto sensibile al giudizio intellettuale femminile). Giunto al termine della sua fatica, incalzato dai problemi economici (“io sono comunque obbligato a guadagnare”) e dal dubbio che le forze dell’irrazionale, (che vengono “sempre più alla luce”), non possano più essere racchiuse in una forma in grado di cogliere il mondo nella sua “totalità” (altra parola-chiave del vocabolario brochiano), ci lascia, pur nel timore e nelle difficoltà, il suo credo più profondo, e forse oggi più disatteso o dimenticato: “scrivere un’opera letteraria – afferma Broch dopo aver ultimato I sonnambuli – è voler ottenere la conoscenza per mezzo della forma e una nuova conoscenza non può essere colta se non attraverso una forma nuova”. Che ne pensi, domando a Juan, mentre lascia il Café de France e la tribù dei suoi amici lo saluta portandosi una mano al petto, è un buon finale?». «Speriamo – si congeda con un sorriso Goytisolo – sia un nuovo inizio!».




Parole chiave: hermann broch i sonnambuli carlos fuentes milan kundera juan goytisolo

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