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Lo spettro del complottismo



di Fausto Pellecchia

Edward Biberman, Conspirancy

Edward Biberman, Conspirancy






Parafrasando l’incipit  ironico del Manifesto del partito comunista, si potrebbe  introdurre il nostro tema più o meno così: «Uno spettro si aggira  per l’Europa: lo spettro del complottismo (…). È ormai tempo che i complottisti  espongano apertamente in faccia a tutto il mondo il loro modo di vedere, i loro fini, le loro tendenze». Nonostante la comparsa crescente di gruppi che, in nome del superamento dell’alternativa novecentesca destra/sinistra, si ispirano al “rossobrunismo” di una sedicente coincidenza ‘sociale’ tra opposti estremismi – sembra, tuttavia, altamente inverosimile l’annuncio-manifesto di un “partito” complottista. Esso comporterebbe infatti un progetto politico definito, conseguente all’abbandono di un’ermeneutica dell’infinito sospetto, nella quale ogni asserto può improvvisamente capovolgersi nel suo contrario. Ermeneutica che, appunto, ne costituisce il nucleo essenziale e irrinunciabile.
 
Analoga alla degenerazione del culto in rituale superstizioso, il complottismo – di cui abbondano le tracce nei social network –  è, infatti,  una sindrome patologica della politica dei tempi di crisi.  Vi si celebra il fantasma ipostatico di un ordine cospiratorio onnivalente,  quasi succedaneo gnostico della teoria dell’intelligent design sul piano cosmologico, attraverso il quale le forze occulte del Male dominano l’intera sfera degli eventi storici. Recentemente la teoria del complotto si è manifestata a ondate successive. Si va dalle responsabilità del Pentagono nell’attentato dell’11 settembre 2001, ai piani segreti delle lobby dei gay e/o dei massoni e/o degli ebrei; fino al culmine toccato dall’interpretazione negazionista della Shoa, secondo la quale essa sarebbe stata ispirata da un complotto sionista per legittimare la successiva creazione dello Stato d’Israele in territorio palestinese. Nell’Egitto attuale, dopo la fine di Mubarak, si è diffusa l’idea di un complotto svelato dall’esercito nazionale nel 2012 che è sfociato nel processo intentato contro le Organizzazioni Non Governative occidentali: la cospirazione della commissione Trilaterale, il complotto iraniano-israelo-americano, sotto la regia del Mossad, per la spartizione dell’Egitto, costituiscono un’ossessione dalla quale è stata contagiata l’intera popolazione.
 
Oltre all’estrema fragilità delle prove e all’occasionalità delle testimonianze invocate, il complottismo si caratterizza per la straordinaria mobilità nella distribuzione dei ruoli tra vittime e criminali e per la mefistofelica preveggenza degli esiti attribuita ai protagonisti degli eventi. Grazie ad essa, diventa possibile immaginare tanto una strategia orchestrata dal Pentagono ai danni delle sue proprie strutture, quanto che Netanyau, Ahmadinejad e Obama si riuniscano segretamente intorno a un tavolo con lo scopo di complottare contro le velleità di grandezza dell’Egitto. Nei plot del delirio di cospirazione, che si svolgono nei camerini o nei retroscena della cosiddetta “versione ufficiale”,  la vittima apparente veste improvvisamente i panni del potente manipolatore nell’atto di infliggersi volontariamente ferite e umiliazioni al solo scopo di poter  puntare l’indice accusatorio sul suo presunto aggressore, trasformato in  capro espiatorio. La regia occulta degli eventi è affidata unicamente ai servizi segreti e alle società clandestine, quali veri padroni del mondo. Resta tuttavia in sospeso la questione decisiva: se le “teorie del complotto” non hanno fondamento o presentano prove ambigue e fragilissime, come spiegare la loro persistente fascinazione, la loro diffusione e la loro imprevedibile insorgenza?

Il fatto che gli ebrei (peraltro anch’essi diventati co-autori della mitopoiesi cospiratoria) siano rimasti a lungo il bersaglio privilegiato delle teorie complottiste potrebbe dipendere paradossalmente proprio dall’inappariscenza e dall’anonimato della loro forma di vita: poiché nulla contraddistingue esteriormente la comunità ebraica e ne rende possibile il riconoscimento, la si può immaginare onnipresente, sia pure in forme anodine e inafferrabili. L’ebreo diventa così la pagina bianca sulla quale si possono proiettare agevolmente tutti i fantasmi e i deliri di persecuzione.
 
Mutatis mutandis, l’analisi della superstizione religiosa offre un paradigma concettuale che si può applicare con successo anche alla comprensione del complotto. Tuttavia  il termine  “teoria” non sembra appropriato per la visione complottista: il complotto, in quanto tale, sfugge all’ordine dei concetti e delle leggi teoriche. Se esiste, ad esempio, una teoria marxista della politica che tenta di ricondurne i meccanismi di funzionamento ai processi sociali (lotte di classe) che agiscono  alle spalle degli individui che le attualizzano e ne esprimono i fenomeni di superficie, non c’è, al contrario, una “teoria” del complotto, poiché il complotto ha esattamente la funzione di confermare, ovunque e comunque, la costante presenza dei ben noti responsabili  del male del mondo. Diversamente da quelle che Ricoeur identificò come filosofie del sospetto (Marx, Nietzsche e Freud), il complottismo trasforma infatti il sospetto in prova inconfutabile dell’immancabile recidiva del solito pregiudicato.
 
Al pari del Dio gnostico, che ha imprigionato l’uomo nella materia per degradarlo in un essere a lui inferiore, per il complottista esiste un unico Oppressore diabolico che si incarna in diverse figure. Al di là del principio del dominio e della sopraffazione, perseguito con l’astuzia luciferina di invisibili strategie, non esiste alcun meccanismo da comprendere, ma  solo  colpevoli da smascherare. Denunciare intenzioni e mire sopraffattrici dietro l’apparente complessità del divenire storico è una pratica  che rimanda ai dispositivi ideologici della superstizione, il cui fondamento, secondo Spinoza, consiste nell’ignoranza delle cause surrogata dalla ricerca dello scopo; ovvero, nei termini del complottismo,  dalle possibili risposte alla domanda “cui prodest ?
 
Nella celebre appendice alla prima parte dell’Ethica, Spinoza scrive: “tutti gli uomini nascono ignari delle cause delle cose e tutti hanno appetito di cercare il proprio utile, della qual cosa sono consapevoli. Da ciò segue in primo luogo che gli uomini ritengono di essere liberi perché sono consapevoli delle proprie volizioni e dei propri appetiti, mentre non pensano neppure per sogno alle cause dalle quali sono disposti ad appetire e a volere, perché ne sono ignari. In secondo luogo,  segue che gli uomini compiono tutte le loro azioni in vista dell’utile che appetiscono; perciò avviene che cercano sempre di conoscere soltanto le cause finali delle cose compiute e si acquietino non appena le hanno udite.” Così, prosegue Spinoza, nella spiegazione di un evento imprevisto [“ad esempio: se da un tetto è caduta una pietra sulla testa di qualcuno uccidendolo”], anziché ripercorrere la molteplice congiuntura delle cause che l’hanno determinato e acquietarsi nella consapevolezza della loro accidentale concomitanza, la superstizione finalistica non smetterà di rincorrere all’infinito il senso dell’evento per appagarsi soltanto con l’intenzione della volontà di chi l’avrebbe provocato: dinanzi alla paziente enumerazione delle cause dell’evento, i seguaci della dottrina finalistica “non cesseranno di chiederti le cause delle cause, fino a che non ti sarai rifugiato nella volontà di Dio, cioè nell’asilo dell’ignoranza”.
 
La superstizione religiosa è intrinsecamente teleologica (tutto esiste in vista di un fine, una tegola cade sulla testa per punire l’individui) e antropocentrica (questo fine delle azioni della natura è sempre, neppure a dirlo, l’uomo). I complottisti sostituiscono ai meccanismi economici le finalità dei potenti, e credono che l’ordine del mondo giri intorno ad essi. Il sospetto del complotto è, in fondo, il ristoro di un narcisismo che ha subito la ferita dell’oppressione e rigetta perciò preventivamente l’esame di realtà. Come il superstizioso, il denunciatore di complotti aborre il dubbio metodico dello scenziato (che ai suoi occhi appare come una tecnica di dissumulazione).  Preferisce sostituire alla questione complessa « che cosa fonda l’oppresione ? », la domanda semplificatrice « chi è l’oppressore ? ». Così, al posto dei meccanismi e dei dispositivi attraverso i quali si dispiegano i rapporti di potere, i complottisti collocano le intenzioni nascoste del Grande Manipolatore.
 
Naturalmente, non si può negare l’esistenza di autentici complotti: gli uomini quotidianamente progettano, credono, calcolano, concertano strategie per modificare l’andamento delle cose e, dunque, spesso organizzano effettivamente cospirazioni per scopi inconfessabili. Pertanto se il complottismo afferma che una volontà potente segue un piano prestabilito, può in effetti appoggiarsi su testi e discorsi che ne provano l’esistenza. Tutto ciò è perfettamente accettabile e verosimile. Chi teme il pericolo mussulmano leggerà come prova i deliri nazionalisti diSayyid Quṭb, così come l’ossessione di coloro che demonizzano le mire imperiali  del Grande Capitale non avrà che da ascoltare le folli ambizioni dei manager delle multinazionali per trovarvi conferma. Ma altrettanto folle sarebbe negare che esiste una distanza infinita tra i discorsi e i fatti, tra la libertà di immaginare o l’ostinazione nel volere e la capacità di realizzare i propri disegni: il fossato che li separa si chiama “realtà”, ed è questa la misura storica a cui il complottismo si sottrae per principio. L’intenzione non basta a costruire l’azione, né la finalità che l’azione persegue equivale alle  sue conseguenze e ai suoi risultati che, invece, possono volgersi nella direzione contraria o sviarsi lungo percorsi imprevisti.
 
E’ interessante notare che uno dei primi filosofi ad essersi interessato a questa attitudine politica, è Karl Popper ne La società aperta e i suoi nemici. Egli definisce così il complottismo :
«È l’opinione secondo la quale la spiegazione di un fenomento sociale consiste nella scoperta di uomini o di gruppi che hanno interesse al prodursi di un fenomeno (talvolta si tratta di un interesse nascosto che deve essere rivelato in anticipo) e che hanno pianificato e cospirato affinché esso si produca».
 
Popper si è soffermato sulle forme laiche della superstizione. La sua analisi più nota concerne le ideologie che tendono a spiegare la totalità del reale attraverso  teorie “non falsificabili”.  Nella sua critica alla teoria psicoanalitica della rimozione – che pure nasce da un sistematico fraintendimento dei dispositivi inconsci analizzati da Freud – Popper evidenzia analogie con il meccanismo della spiegazione superstiziosa della natura. Come gli umori variabili di Poseidone possono spiegare tutti gli stati del mare, così il ritorno del rimosso si manifesterebbe tanto nell’accettazione preventiva dell’interpretazione analitica quanto nella resistenza ad essa che si esprime nel rifiuto e nella negazione: se il paziente, anticipando l’interpretazione dell’analista, afferma “Lei domanda chi possa essere la  persona del sogno. Non è mia madre”, “noi – commenta Freud –  rettifichiamo: dunque è la madre. Ci prendiamo la libertà nell’interpretazione di trascurare la negazione e di cogliere il puro contenuto della associazione”. La negazione è uno dei meccanismi del ritorno del rimosso:  una presa di coscienza, spiegava Freud, del contenuto rimosso,  che non equivale alla sua accettazione, ed anzi certifica  la persistenza in atto del meccanismo della rimozione. Questo tipo di peripezie dialettiche, secondo Popper, si ritrova nel complottismo che spiega, con la medesima interpretazione, tanto le manifestazioni dell’entità cospirante quanto la loro assenza.
 
Così, colui che in Egitto demonizza i Fratelli Mussulmani dà come prova dirimente sia la loro presa del potere dopo la rivoluzione del 2012 che la loro assenza di potere dopo la rivoluzione nazionale del 1952, orchestrata da Nasser. È sufficiente sapere che Nasser era Fratello Mussulmano affinché il complotto si riveli finalmente alla luce del sole. Come il superstizioso legge la natura come insieme di segni delle intenzioni divine, il complottista legge gli avvenimenti come la lenta realizzazione del complotto. La rivoluzione di Nasser era una prima tappa nell’ascesa al potere dei Fratelli Mussulmani, poiché Nasser (che pure ha represso assai duramente i Fratelli Mussulmani) era anch’egli un Fratello Mussulmano…
 
Come la superstizione aveva l’effetto morale disastroso di fare in modo che gli uomini, lavorino innanzitutto per perpetuare la loro disgrazia, il complottismo ha questa conseguenza politica disastrosa  che gli uomini perseguano di fatto la loro oppressione, proprio mentre credono di operare per il loro benessere e per la loro libertà. Negando tutto il potere delle istituzioni visibili, il complottismo rigetta la vita politica nei ripostigli delle società occulte e dei servizi segreti. Sicché, ridotta a rappresentazione allegorica, la scena politica viene abbandonata e con essa tutto il potere dell’azione politica si risolve in un ripetuto, quanto disperato,  tentativo di sabotaggio del piano preordinato dai Poteri occulti . Il complottismo si rivela così, da ultimo, come il narcisistico lenimento teorico per i fallimenti della prassi: una compiacente panacea per sopportare il male di vivere.





COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Lostilelibero (utente non registrato)
Già, l'ennesima panacea per lenire l'horror vacui e continuare bellamente a darsela a bere. A me pare oltretutto che tale complottismo sia addirittura ingiustificato razionalmente, se vagliato da un briciolo di buonsenso (se almeno si avesse il coraggio "morale" per potersi smarcarsi appieno da quei palliativi e da quei preservativi "atti" a rassicurare). Mi scuserete, ma io non vedo in giro geni tali da giustificare la riduzione di ogni sedicente azione complottista ad un unico uomo o ad un'equipe di. Si sovrastimano alcuni fattori per far tornare infine i conti: la persistenza della volontà di verità nietzscheana genera mostri!
il 25 Marzo 2014

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