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L’oscurità del libro



di Pietro Verri

Foto Antonio Perrone

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Un libro in cui di seguito vi fosse una serie contigua di idee tutte sublimi e fitte, non potrebbe essere mai un libro piacevole, se non l’aiutasse l’oscurità. Questa oscurità obbliga il lettore a interporre uno spazio per meditare attentamente onde poter intendere il pensiero dell’autore. Frattanto il lettore soffre e per la fatica che è costretto di fare e per l’impazienza d’intendere. Se questo dolore non è indiscreto, viene rapidamente a cessare coll’intelligenza della proposizione; così le cose troppo fitte, se non ha lo spettatore il tempo di diradarle riescono sempre di poco pregio.

È un’arte sagacissima quella di lasciar fare qualche cosa allo spettatore e di servire di occasione puramente alle sensazioni ch’egli eccita sopra sé medesimo. Alcune reticenze d’un oratore fanno il medesimo effetto, come la figlia di Attilio Regolo di cui ho parlato di sopra, coprendosi il volto colla mano del padre in atto di baciarla. Quel volto celato lascia in libertà la fantasia d’ogni uomo di figurarsi la fisonomia la più bella, la più addolorata che ciascuno può immaginare. Quindi ognuno risvegliando le idee più analoghe a sé medesimo, agisce sulla propria sensibilità in un modo assai più energico di quel che farebbe, se l’oratore, il pittore, il poeta, ecc. volessero agire in dettaglio essi medesimi e determinare l’impressione.

La reticenza di alcune idee intermedie consola altresì l’amor proprio del lettore, e gli fa cessare quel sentimento di paragone che ordinariamente è doloroso, quando leggendo un buon libro si diffida di poterne fare altrettanto. Ma troppo mi svierei dall’argomento che mi sono proposto, se volessi entrare più addentro coll’immaginazione fra questi ridenti oggetti; e ritornando al soggetto del quale ora io tratto, parmi che lo scopo d’ogni buon artista sia quello di spargere le bellezze consolatrici dell’arte in modo che vi sia intervallo bastante fra l’una e l’altra per ritornare alla sensazione di qualche dolore innominato, ovvero di tempo in tempo di far nascere delle sensazioni dolorose, espressamente e immediatamente soggiugnervi un’idea ridente, che dolcemente sorprenda e rapidamente faccia cessare il dolore.

Quest’arte riesce anche nella civile società. L’uomo più amabile è quegli il quale sa in noi calmare i dolori morali che portiamo con noi, e per dimenticare i quali ricerchiamo la società. Se quest’uomo fosse sempre dolce e compiacente, riuscirebbe noioso per la stessa uniformità; ogni dialogo con lui diverrebbe insipido e breve perché senza contraddizione; la stessa lode ci lascerebbe insensibili, e non sarebbe più l’uomo amabile. Esso stuzzica in noi e risveglia qualche leggiero dolore, move qualche contraddizione delicata, c’inquieta industriosamente, e interpone a questi piccoli mali degli inaspettati contrassegni di stima e di amicizia, che dolcemente ci colpiscono.
Pietro Verri, Discorso sull’indole del piacere e del dolore




Parole chiave: pietro verri francesco panaro matarrese

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