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L’ultima notizia che ho di te è il sogno



di Francesco Panaro

Fotografia Giulia Del Punta

Fotografia Giulia Del Punta







Domenica.

    Non so ancora che cosa dirai della lettera di sabato sera e non lo saprò ancora per parecchio tempo, in ogni caso sono ora in ufficio, ho servizio di domenica (anche questa una strana istituzione, si sta qui e fatto è che altri lavorano per il servizio domenicale, dunque meno del solito, così anch’io); il tempo è grigio, ora pare che voglia piovere, ora la luce delle nuvole mi disturba mentre scrivo, insomma è come è, triste e pesante.

E se tu scrivi che ho piacere di vivere, oggi proprio non ce l’ho; che cosa me lo dovrebbe procurare, la notte di oggi, il giorno di oggi? In fondo lo ho ciò nonostante (ritorna, continua a venire, di tempo in tempo, o buona parola), ma ben poco alla superficie. Mi piaccio anche poco, sto qui seduto davanti alla porta della direzione, il direttore non c’è, ma non mi stupirei che uscisse e dicesse: “Lei non piace neanche a me, perciò la licenzio”. “Grazie” risponderei “ne ho urgente bisogno per un viaggio a Vienna.” “Vedo” direbbe lui “adesso mi piace di nuovo e ritiro il licenziamento.” “Ahimè” obietterei “allora non posso partire.” “Ma sì” direbbe lui “perché ora di nuovo non mi piace e la licenzio.” E sarebbe una storia senza fine.

Oggi per la prima volta, credo, da quando sono a Praga, ho sognato te. Un sogno verso il mattino, breve e grave, mentre ero ancora preso dal sonno dopo una brutta notte. Ricordo poco. Tu eri a Praga, passavamo per la Ferdinandstrasse, al l’incirca dirimpetto a Vilimek in direzione del lungofiume, non so quali tuoi conoscenti passavano per il marciapiede opposto, noi ci voltavamo a guardarli, tu parlavi di loro, forse si parlava anche di Krasa (il quale non è a Praga, lo so, mi informerò del suo indirizzo).

Tu parlavi come al solito, ma nelle tue parole c’era qualcosa di inafferrabile, come un rifiuto non identificabile, io non ne feci cenno, ma imprecai contro di me esprimendo con ciò soltanto la maledizione che gravava sulle mie spalle. Poi eravamo in un caffè, probabilmente nel Caffè Unione (era infatti sulla nostra strada), un uomo e una ragazza erano seduti al nostro tavolino, ma non riesco assolutamente a ricordare chi fossero, poi c’era un uomo che somigliava molto a Dostoevskij, ma giovane con barba e capelli nerissimi e così tutto, per esempio le sopracciglia, e molto pronunciate le protuberanze sopra gli occhi.

Poi c’eravamo tu e io. E nulla tradiva i tuoi modi allontananti, ma l’allontanamento c’era. Il tuo viso – non potevo distaccare lo sguardo da questa tormentosa stranezza – era incipriato, ma fin troppo visibilmente, senza alcuna abilità, forse era anche accaldato e così ti si erano formati sulle guance disegni di cipria, mi pare ancora di vederli.

Continuamente mi chinavo per domandarti perché ti fossi incipriata; appena ti accorgevi che stavo per domandare, chiedevi affabilmente – non si notava infatti l’allontanamento – “Che cosa vuoi?”. Io invece non riuscivo a domandare, non osavo, eppure intuivo in qualche modo che quella cipria doveva essere una prova per me, una prova decisiva, capivo che avrei dovuto domandare e volevo anche farlo ma non osavo.

Così il triste sogno mi passava addosso come un rullo. Mi dava fastidio anche l’uomo alla Dostoevskij. Il suo comportamento verso di me era simile al tuo ma un pochino diverso. Quando gli domandavo qualcosa era molto gentile, comprensivo, chino in avanti, sincero, ma quando non sapevo che cosa chiedere o dire – e ciò avveniva ogni momento – si traeva indietro di scatto sprofondava in un libro, non prendeva più nota del mondo e meno ancora di me, scompariva dentro la barba e i capelli. Non ricordo perché ciò mi fosse insopportabile, continuamente – non potevo fare altrimenti – ero costretto a tirarlo a me con una domanda e continuamente lo riperdevo per colpa mia.

(…); un tale mi disse un giorno che nuoto come un cigno, ma non era un complimento. Ma è anche eccitante. Mi sembra di essere un gigante che con le braccia distese tiene il pubblico lontano da te – il compito è difficile, egli deve tener lontano il pubblico, ma nello stesso tempo non vuol perdere nessuna tua parola e nessun secondo della tua vista – questo pubblico probabilmente matto, arcistupido e oltre a ciò femmineo, che forse esclama: “Dov’è la moda? Dov’è dunque questa moda? Ciò che abbiamo visto finora è soltanto Milena“. Soltanto, Tutto il resto?

Tant’è vero che ho preso tutto il resto del mondo come Munchhausen gli affusti di Gibilterra e l’ho buttato nel grande mare. Come? Tutto il resto? E mentire? Non sai mentire in ufficio?

Ecco, sono qui, il tempo è torbido come prima e domani non avrò lettere e il sogno è l’ultima notizia che possiedo di te. Franz sbagliato, F. sbagliato, Tuo sbagliato

Franz Kafka, Lettere a Milena



 

Parole chiave: franz kafka francesco panaro

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Daniela (utente non registrato)
spesso il sogno è l'unica integrazione della realtà

il 20 Dicembre 2014

Sandra (utente non registrato)
Che fortuna per. milena aver incontrato Kafka. E' diventata immortale.
il 22 Dicembre 2014

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