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Marxisti immaginari e maternità surrogata



di Matteo Santarelli











In questi giorni, Nichi Vendola e il suo compagno Ed Testa sono stati al centro di una polemica violentissima. La loro colpa, è quella di aver “affittato” l’utero di una donna per dare al mondo un bambino, che si chiama Tobia Antonio. Oltre alle accuse provenienti da chi pensa che la genitorialità gay sia contro natura, o pericolosa per lo sviluppo psichico del bebè, stavolta è emerso un nutrito coro di critiche da “sinistra”. Queste voci dichiaratamente marxiste hanno accusato Vendola di essersi reso complice della mercificazione del corpo femminile e dello sfruttamento irrefrenabile dell’essere umano. Due caratteristiche innegabili di un “sistema capitalistico avanzato”  che l’ex Presidente della Regione Puglia, in quanto sedicente uomo di sinistra, dovrebbe combattere invece di foraggiare.
 
Piuttosto che prendere le difese di Vendola e del suo compagno, e invece di disquisire sulle aggressioni verbali subite dai due neo-genitori, credo sia più interessante dare uno sguardo analitico alle accuse in se stesse. Accuse apparentemente lineari, semplici, efficaci, e che inoltre sembrano presentare un grande merito, oggi sempre più raro: tenere insieme l’analisi teorica e il sentire popolare, la testa e le viscere, la generalizzazione astratta e il caso particolare, il saggio scientifico e il pamphlet giornalistico. Due sfere spesso separate e distanti, per una volta unite in un unico giudizio critico. Davvero un evento storico per la sinistra contemporanea. Ma in cosa consiste esattamente questa accusa? Al di là delle varie formulazioni, la sua forma tipica può essere riassunta grossomodo così:
 
Vendola è incoerente e politicamente immorale in quanto ha comperato il corpo di una donna che viene da un paese povero  per realizzare un proprio capriccio. In questo modo, si è reso complice del processo capitalistico, che consiste nel trasformare tutto in merce, anche ciò che per sua natura è inalienabile e invendibile.
 
Come tutte le formulazioni sintetiche, questa accusa sottintende un vario numero di assunzioni teoriche e argomentative. Partiamo dal punto principale, ossia la definizione dell’atto sociale in esame nei termini di “compravendita” e  “sfruttamento”. Non serve essere scienziati sociali di primo rango per notare un fatto piuttosto curioso. È interessante infatti come in questa definizione non svolgano alcun ruolo ciò che i protagonisti della vicenda pensano della vicenda stessa. Poiché la mamma naturale ha donato il suo bebè in cambio di soldi, allora lo scambio in questione è una compravendita, e quindi è un caso di sfruttamento. Punto e basta. Nessuno ovviamente si è preso la premura di sapere cosa pensi la donna stessa di quanto accaduto. La sola presenza di un compenso economico – tra parentesi non precisato in alcun modo, né nella sua entità, né nella sua natura: rimborso per le spese di gestazione? Salario? Regalo? – trasforma la mamma surrogata in una venditrice del suo corpo e dei suoi “frutti”, impegnata in una transizione commerciale finalizzata al soddisfacimento dei capricci di una ricca coppia gay.
 
La completa sottovalutazione dei punti di vista soggettivi è un antico vizietto del marxismo più rudimentale. Nei decenni passati, moltissimi autori marxisti hanno lavorato al fine di superare questa debolezza e di costruire una modalità di comprensione del comportamento umano più complessa e più realistica – un esempio  su tutti: il testo di Thompson sulla formazione della classe operaia inglese del 1963. Un altro autore per certi versi vicino al marxismo come Pierre Bourdieu ha criticato l’attitudine dello scienziato sociale che forza le dinamiche e lo sviluppo delle pratiche sociali all’interno di una logica esteriore, costruita a tavolino, alla quale gli attori sociali dovrebbero obbedire ciecamente. Come dimostra il caso in esame, l’ignoranza volontaria dei punti di vista soggettivi e della singolarità del caso in esame comporta infatti gravi conseguenze a livello conoscitivo e, se permettete, morale. E’ bizzarro che nel 2016 una donna non possa in linea di principio partecipare alla definizione di un atto che la vede come protagonista. Perché mai interessarsi del suo punto di vista, quando un editorialista de “Il Fatto Quotidiano” o un blogger “marxista” ci hanno già spiegato “scientificamente” quello che è successo? Cosa può significare l’esperienza di una donna e il suo resoconto, se paragonata alle dinamiche inesorabili e impersonali del capitalismo?
 
Il più noto dei blogger di ispirazione marxista che nei giorni scorsi hanno svolto il ruolo dell’accusa nel processo mediatico a Vendola, ossia il filosofo Diego Fusaro, ha tuttavia richiesto che la donna fosse intervistata da giornalisti finalmente all’”altezza della situazione”, per capire se la venditrice abbia agito per spirito di “filantropia a pagamento”, oppure perché “non riesce ad arrivare alla fine del mese”. Si tratta forse del riconoscimento del fatto che la madre naturale di Tobia Antonio abbia un qualche potere nel definire l’atto sociale che la vede protagonista? Non proprio. In primo luogo, l’atteggiamento sondaggista di Fusaro – un pizzico in contraddizione con la sua esigenza di “giornalismo serio” __ lascia alla mamma soltanto due possibilità di interpretazione del suo comportamento: opzione a) filantropia a pagamento; opzione b) povertà estrema. Ma su quali basi è fondato questo aut-aut? Non ci è dato saperlo. Inoltre, non è chiaro a cosa possa servire un’intervista-sondaggio del genere, visto che il breve post di Fusaro da cima a fondo definisce senza accenno di dubbio la vicenda in esame come un caso plateale di sfruttamento. In soldoni, alla donna indonesiana si chiede soltanto di rispondere “sì” o “in parte” alle inattaccabili formulazioni dell’accusa.
 
Più in generale, queste argomentazioni ispirate a Marx rischiano di confondere le acque in modo piuttosto pericoloso. Assumendo una posizione apparentemente imparziale e oggettiva nei confronti degli eventi sociali, simili accuse finiscono per mettere sullo stesso piano situazioni in cui la “madre surrogata” dichiara di essere stata mossa dal desiderio di far partecipare altre persone alla gioia della paternità e della maternità – leggi l’articolo riguardante il Canada –, con altre ipotetiche situazioni in cui imprenditori della natalità fanno da mediatori tra occidentali capricciosi e povere donne costrette economicamente e moralmente a vendere la propria forza lavoro. Se nel primo caso c’è stata intenzionalità, gioia, felicità e soddisfazione,  e nell’altro terrore, rabbia, delusione e impotenza, non conta niente. Un osservatore esterno e imparziale ha già definito, commentato e giudicato i due casi includendo entrambi sotto un’etichetta comune: “compravendita”, “sfruttamento”.
 
Anche perché – e qua interviene la seconda assunzione arbitraria – come fa a non essere sfruttamento, visto che la mamma è indonesiana? In questo caso, l’accusa a Vendola è appesantita da un’aggravante: il colonialismo. Non solo il politico gay ricco di sinistra ha comprato un bambino, ma addirittura lo ha comprato da un’indonesiana. Se già è difficile pensare che una donna sia dotata del potere epistemologico di definire una sua propria azione, figuriamoci cosa succede nel caso di una donna proveniente dal sud-est asiatico, che in quanto tale dovrà per necessità teorica essere povera, sottomessa, muta e incapace di influire attraverso le sue idee e i suoi convincimenti nella definizione del corso degli eventi. Tuttavia, alla madre è perlomeno risparmiata l’onta dell’accusa morale. Essendo incapace di intendere e di volere, può essere chiamata in causa come testimone, forse come “complice” – così l’ha chiamata Vittorio Sgarbi in un post del 2 marzo__, più probabilmente come semplice mezzo per la soddisfazione del desiderio di due ricchi gay viziati. La sua inesistenza teorica la rende per definizione “non colpevole”. In un certo senso, l’accusa morale sarebbe stata preferibile, in quanto accusare moralmente una persona implica quanto meno una forma minima di riconoscimento. Invece neanche quello.
 
In terzo luogo, credo sia dovuta una parola sulla questione dello “sfruttamento”. In molti hanno chiamato in causa questo termine, rifacendosi alla definizione marxista del termine e utilizzando così il dibattito per scavalcare Vendola a sinistra. “Noi siamo più comunisti di lui: noi denunciamo lo sfruttamento capitalistico e la mercificazione totale, lui ne è complice diretto comprando un bambino – bene inalienabile – e sfruttando una donna”. Sarò sincero: io non capisco davvero cosa si intenda in questo caso per “sfruttamento”. In Marx il termine ha infatti un significato ben preciso: il padrone sfrutta l’operaio, in quanto il valore della merce prodotta attraverso il lavoro di quest’ultimo è superiore al salario corrisposto. Poiché nella prospettiva marxiana il valore consiste essenzialmente nel valore di scambio, e poiché quest’ultimo coincide con le ore di lavoro impiegate per la produzione di una certa merce, lo sfruttamento consiste in breve nel fatto che la merce prodotta dall’operaio vale 8 ore, ma il padrone gliene paga solo 4. Le quattro ore avanzate costituiscono il cosiddetto surplus, che poi verrà re-investito al fine di accrescere il capitale.
 
Anche ammettendo che nello scambio tra la coppia Nichi Vendola-Ed Testa e la mamma vi sia stata una componente economica, davvero non capisco in che senso si tratti di sfruttamento nel senso marxiano del termine, Forse i due ricchi occidentali hanno sottopagato la “lavoratrice” indonesiana, re-investendo il capitale accumulato rivendendo il bambino a un prezzo più alto? Forse hanno intenzione di vendere degli scoop a “Chi” e “Gente” in modo tale da accumulare ulteriore capitale, come vorrebbe una lettura rigorosa del termine “sfruttamento”? Ammetto di aver selezionato degli esempi disgustosi, ma sono gli unici che mi vengono in mente a partire dalle assunzioni teoriche dei difensori marxisti della sacralità della natalità, tanto ossessionati dalla “merce” e dalla “mercificazione” da dimenticare una delle definizioni più semplici proposte dal povero Marx.
Qualcuno risponderà: “si, ma come la mettiamo con i casi in cui un’agenzia transnazionale fa da mediatrice tra donne povere e ricchi occidentali, che magari si scelgono il figlio desiderato sul catalogo?”.
Ma è proprio questo il punto: la definizione del caso, del contesto, della situazione. Com’è possibile definire un determinato atto sociale, senza una riferimento a tutto ciò che lo determina e lo caratterizza: il contesto sociale specifico, le esperienze delle persone coinvolte, le loro giustificazioni, le loro valutazioni? Come insegna il già citato Thompson, gli operai inglesi non sarebbero mai diventati una classe, se non avessero provato l’esperienza di essere oppressi “in quanto operai”. Senza tutto questo, possiamo certamente parlare di “sfruttamento”, ma  con la stessa vaghezza terminologica con la quale posso affermare che chi utilizza la paternità di Vendola per guadagnare stima sociale attraverso i likes di Facebook, lo fa “sfruttando” il piccolo Tobia. Un po’ poco, per chi si dichiara sostenitore di un’analisi “scientifica” della società. Per non parlare del fatto che, come notato da Ida Dominijanni in un post del 4 marzo, l’ira maschile contro la natura mercificante della maternità surrogata sembra sottendere un’idea pura e totalmente disinteressata dei rapporti sessuali-riproduttivi “normali”.  Misconoscendo in tal modo come in essi vi possa essere “violenza, sopraffazione, nonché mercificazione”, così come  era “mercificato anche il rapporto sessuale fra il pater familias tradizionale e la moglie che sfornava bambini a ripetizione come una macchina.”
 
In breve, la definizione a priori dello scambio tra Vendola- Ed Testa e la madre naturale come una relazione capitalistica di sfruttamento deriva da una serie di assunzioni arbitrarie e, ripeto, pericolose. Pericolose, perché non permettono di fare distinzioni fondamentali ai fini dell’interpretazione e del giudizio che diamo su ciò che accade nel mondo. Se pensiamo che ogni relazione di scambio sia una relazione di sfruttamento capitalistico, parole come “sfruttamento” e “capitalismo” diventano indistinte, confuse, finendo così per non significare più niente. Il capitalismo diventa così un sistema totale, senza crepe, che non permette la formazione e l’esistenza di forme di scambio e relazione  alternative e irriducibili alla sua logica – pensiamo al dono, ad esempio. Se non teniamo in considerazione il punto di vista delle persone coinvolte, continueremo ad aspettare che arrivi la rivoluzione perché l’abbiamo trovato scritto in un blog o in un libro dell’800. Se pensiamo che il marxismo sia stato e sia ancora un foglietto Ikea che spiega come si montano le persone e come le si conducono al trionfo dell’umanità, facciamo cattiva pubblicità a una delle correnti intellettuali più importanti degli ultimi secoli.
 
Ma questo ai “marxisti” duri e puri – che tuttavia inciampano sulle definizioni elementari del primo libro del “Capitale” __ non importa niente. A loro basta una frasetta strappata da “Il Manifesto”, e la solita cattiva pubblicità a una corrente di pensiero grande e importante. Tanto poi alla fine del romanzo della storia il capitalismo si annienta da solo. Nel frattempo però con la macchietta del marxismo si guadagnano tanti likes e tante condivisioni. Forme contemporanee e quantificabili di remunerazione simbolica che, nel tanto odiato capitalismo contemporaneo, si trasformano spesso in remunerazione pecuniaria diretta. 




Parole chiave: maternità surrogata adozioni stepchild marxismo matteo santarelli

COMMENTI

Sono presenti 12 commenti per questo articolo

Guido (utente non registrato)
Non ho le idee tanto chiare come mi sembra in molti ce l'abbiano, ma di certo trovo in tutto questo dibattito quello che Pasolini avrebbe definito il "conformismo dei progressisti". Questa retorica irrita un po' per la superficialità, e da una parte e dall'altra, per la fumosità che la questione presenta, in aperta contraddizione con la prospettiva semplicistica con la quale si pretende di risolverla: sì/no. Cerco allora di vedere meglio e a me sembra che ci sia una cosa innegabile in tutto questo: uno scambio vi è stato e vi è coinvolta la moneta (non mi sembra che si tratti, fino a prova contraria, di uno scambio all'interno del paradigma del "dono", ad esempio). Anche eliminando la parola "sfruttamento", possiamo ammettere quindi di dover far ricorso allo scambio di natura economica che utilizza la moneta. In quanto scambio vi è necessariamente un bene da misurare, vi è una commensurabilità, una stima quantitativa da fare di elementi che, già per il fatto stesso di ammettere la possibilità della loro quantificazione, palesano un presupposto metodologico - la commensurabilità economica - dietro al quale vi è un quadro valoriale connesso al contesto culturale in cui lo "scambio economico" assume significato universale (la moneta come "segno"?) omologante e legittimante ogni altro scambio - anche quello dei corpi, o permettimi di andare un po' oltre, della "vita". Forse, ma non ne sono sicuro, si potrebbe per analogia fare ricorso alla nozione giuridico-assicurativa di "capitale umano", che indica quegli elementi propri della vita umana rientranti nella valutazione economica dei risarcimenti assicurativi. Ciò è comprensibile e legittimo in quanto legalizzato (vi sarebbe qui da fare un approfondimento sulla necessità di chiarire il nodo non così scontanto tra "legittimità-legalità" che invece viene assunto speso come non problematico nelle riflessioni su questi temi), in un contesto culturale ben preciso. L'affitto di un corpo, nel nostro contesto culturale, ha un prezzo, l'embrione pure, la vita umana in potenza pure: non stiamo parlando di merce, allora? Me lo sto chiedendo perché non riesco a capire, forse banalmente: la vita è un bene, ma i beni possono sempre essere merci? Mi sembra qui ci siano due modi diversi di vedere uno stesso oggetto (corpo o soggetto?) ma forse addirittura sono due modi diversi di "valutare", di "stimare", di "agire": sono due disposizioni comportamentali distinte che fanno riferimento a due abiti diversi.
Personalmente credo, comunque, che nella confusione del dibattito tra progressiti conformisti e conservatori eterodossi, si stia perdendo realmente il referente principale della questione, e lo dico parafrasando Pasolini: "c'è di mezzo la vita umana", e non nel senso di sacer, ma nel senso di "questa vita umana - questa singola, concreta vita umana" che si è trovata dentro "il ventre di questa madre". E trattandosi di una vita umana concreta andrebbe quantomeno presa in considerazione la possibilità di riflettere sulle condizioni di possibilità di una sua commensurabilità o incommensurabilità (prima ancora che economica e legislativa, concettuale). Senza timore, magari, di sembrare patetici, o moderatamente progressisti, nonostante il contesto.
il 9 Marzo 2016

Reinier (utente non registrato)
nessuna rivoluzione marxista ha mai raggiunto il 3o obiettivo di marx: una società senza soldi...

qualsiasi paese marxista (ussr, cuba, corea del nord) ha una banca centrale che è tranquillamente inserito nel club delle banche centrali mondiali guidati dai nemici del popolo...

vergogniamoci, compagnii!!!!

e adesso un sedicente comunista compra con soldi un utero per avere un bambino... mah...

il 9 Marzo 2016

Cecilia (utente non registrato)
Due domande:

Le domande sono due:   1) perché è vietata la compravendita di bambini già partoriti mentre è lecita quella dei bambini in fieri?   2) dato che la prostituta nigeriana che batte sulla Salaria è partecipe/consapevole, vuol dire che non è sfruttata?
il 9 Marzo 2016

Gianluigi Iovino
La penso come Guido: non ho le idee tanto chiare. Ergo è inutile ripetere quanto già da lui postato.
Non so, a volte ho la sensazione che si tenda ad analizzare una situazione in maniera talmente approfondita (sino a spaccare l'atomo) solo per darle una definizione ed una connotazione di oggettività e poi perdiamo di vista il problema principale, restringendo talmente tanto il campo d'azione visivo che alla fine osserviamo solo l'unghia del dito che indica la luna. E' come quando ci affanniamo a cercare un colpevole in maniera così intensa (ma direi ottusa) da trascurare la soluzione del problema cosicchè, alla fine, questo rimane.
Per come le vedo io le cose del mondo, credo che il punto focale sia talmente grande che non riguarda né la sessualità dei genitori, né se tale azione abbia dei risvolti marxisti e/o capitalisti, legali e/o illegali, gratuiti e/o prezzolati. Questi sono alcuni aspetti che, per quanto possano apparire importanti, per me lo diventano sono solo in maniera marginale. L'estrema sintesi è cercare di capire davvero cosa sia naturale e cosa no; cosa sia inviolabile e cosa no; se ci sia qualcosa di inviolabile ovvero no. Sarebbe a dire... renderlo convenzionale.
Ora, capire se la vicenda sia da annoverare in un attegiamento lesivo del pensiero marxista piuttosto che capitalista, con tutti i risvolti che può comportare, sarà certamente importante ma non risponde a quello che è a mio avviso il punto focale: atteso che allo stato attuale del processo evolutivo umano la procreazione "naturale" può avvenire solo dall'unione tra esseri di sesso differente, questo processo è ancora ammantato da un'alea di inviolabilità sì o no? L'essere genitore è un diritto inalienabile per ognuno di noi, nel senso che deve essere "garantito" a tutti, o dobbiamo accettare quella parte di "fatalità" che fa sì che non tutti abbiano la grazia di poterlo essere?
Se decidiamo che sia giusto agire secondo un'interpretazione estensiva allora tutto diventa possibile, tutto viene definito nella sua indefinitività e poi ci sbizzarriamo come vogliamo nella definizione del fenomeno marxista, capitalista, classista, luddista, sindacalista, comico e in qualunque altro modo umanamente possibile, possiamo anche discutere dei massimi e dei minimi sistemi. Basta solo una norma...
L'unica cosa che mi pare certa è che la sessualità dei genitori non determina l'infallibilità dell'essere genitore.
il 9 Marzo 2016

Mirella (utente non registrato)
Fuffa
il 9 Marzo 2016

Sandra Di Pietro
in questo mondo che è un misto di "mattatoio, scannatoio e manicomio" (Isaac Singer) , dove avvengono quotidianamente le più atroci nefandezze, noi occidentali amiamo discettare sottilmente di queste questioni, come se la sorte del mondo dipendesse da questo. Ah Platone quanto male facesti nell'insegnarci a disquisire!!!
il 9 Marzo 2016

Matteo Santarelli (utente non registrato)
Buonasera a tutti
grazie a Guido, Cecilia e Gianluca per le stimolanti questioni. 
Per quanto riguarda quello che dice Guido, e che riprende Gianluca, vorrei dire che i vostri dubbi sono anche i miei.  E' importante mettere dei limiti a ciò che è inviolabile e incommensurabile, per così dire. Tuttavia, ho il sospetto che non sia la presenza del denaro a violare questa incommensurabilità. Per questo la norma, il limite non credo vada messo lì. Ad esempio, non me la sento di mettere sullo stesso piano la vendita di un bambino preso su un catalogo, e le situazioni riportate nell'articolo canadese citato nel mio pezzo. Per questo dico che, in una simile situazione di incertezza, i punti di vista delle persone coinvolte sono importanti nel definire quello che succede.

Per Cecilia: è vero, hai ragione a fare questi due esempi. Però te ne faccio altri due che mi sembrano abbastanza eloquenti. Se è vero che è vietata la compravendita di bambini, allo stesso tempo è permesso l'affido. E' solo la presenza o l'assenza di una componente economica qualsiasi a fare la differenza tra i due casi? Non lo so, ma temo di no. Altro esempio: è vero, certe situazioni ci appaiono come situazioni di sfruttamento oggettivo, probabilmente lo sono. Però ti pongo una questione: pensi che il caso delle lavoratrici del sesso in paesi come l'Olanda sia uguale a quello delle prostitute nigeriane sulla Salaria? Pensi che siano entrambi casi di sfruttamento da mettere sullo stesso piano? Anche qui la questione è complicata, però ancora una volta i diversi contesti sociali e i diversi punti di vista mi spingono a pensare che siano diversi.
Grazia ancora per l'attenzione, buona serata.
il 9 Marzo 2016

Michela (utente non registrato)
Anche a me sembra che questi dibattiti politici interni siano più questioni "metateoriche" che, come risultato, spostano l'attenzione da quello che c'è in gioco al problema dell''ortodossia' del paradigma di riferimento per leggere il fatto. Certo, nelle teorie passano i significati, quindi mi sembra importante sollevare le incoerenze che vedi richiamate da molte parti, sforzandoti di fare chiarezza, per permettere un confronto, per quanto interno, meno confusionario. Sono d'accordo con te sull'importanza anche della prospettiva soggettiva per definire il carattere dell'atto sociale, e più in generale per evitare ogni epistemologia arrogante e acontestuale. So che non voleva essere questo il punto del tuo articolo, però, mi sembra che emerga in controluce quel che pensi di almeno una delle persone (la donna) che sono coinvolte nella questione -- o meglio, sulla convenienza di parlare di persone e non di automi, di ascoltare le persone coinvolte senza costringerle entro alternative concettuali obbligate (pur consapevoli di quanto siano incisivi la struttura economica e i legami sociali) -- mi chiedo, però, come si fa a salvaguardare anche per la vita quel 'potere epistemico' di definizione di cui parli? Cioè, non ti sembra che poi si ricada in ulteriori astrazioni e rischi di sopraffazione se non si tiene presente che si sta decidendo di chiamare alla vita un bambino? La sproporzionata attenzione che si sta dando agli adulti e ai loro desideri (con tutte le possibili obiezioni del caso) rispetto a questo bambino desiderato è davvero eloquente. Chi è il centro della questione? Questo desiderio di paternità e maternità, tenendo separate questioni di diritto, come ci costituisce poi nelle  concrete relazioni sociali in cui si realizza? Insomma, chi siamo e di quali desideri siamo frutto? E poi, che portata hanno questi desideri? Non posso fare a meno di pensare sempre a due fatti: che di parto si può sempre morire e che un bambino può non nascere sano. Che abitudine stiamo decidendo di assumere verso il prossimo e quindi verso noi stessi, verso la nostra origine? 
il 9 Marzo 2016

Matteo Santarelli (utente non registrato)
Ciao Michela
sì giusto, nel mio articolo manca la prospettiva del bambino, mi sono più concrentrato sulla questione dello sfruttamento. Però ammetto che si tratta di un  problema molto rilevante, sul quale riflettere. Ciò detto, mi vengono in mente alcune cose:
1) ogni volta che un bambino viene al mondo, dietro c'è un atto per così dire arbitrario, in cui lui/lei non ha voce
2) visto che il bambino/a ovviamente non definisce il suo punto di vista, è chiaro che noi adulti facciamo sempre delle teorie sul bene del bambino. Sarà bene per lui avere questi due nuovi genitori? Dipenderà il suo bene dal fatto che i due nuovi genitori adottivi hanno contribuito economicamente alla gravidanza? Sarà infelice perché cresciuto senza la propria madre naturale? Credo siano queste le domande che ci facciamo tutti per fare luce in una questione così oscura.
Un caro saluto
Matteo
il 9 Marzo 2016

Sandra Di Pietro
ahia!
il 10 Marzo 2016

Sonia (utente non registrato)
L'articolo prende in esame esclusivamente l'aspetto dello sfruttamento o meno della donna che gestisce una gravidanza per altri.Ma, a mio avviso, questo è solo un aspetto di una pratica, che proprio in sé ha bisogno di una seria e prrofondita riflessione che riguardi tutti i soggetti implicati, le motivazioni e naturalmente le conseguenze. Ho letto un interessante articolo, o intervista, non ricordo bene, di Massimo Fini che esamina questa pratica in tutte le sue implicazioni.
La risposta che lei da a Michela, mi ricorda, mi perdoni l'accostamento, quello che spesso si sente dire da certi adolescenti, in momenti di conflittualità con i propri genitori, che sostengono che non sono stati loro a chiedere di venire al mondo
Buongiorno
il 14 Marzo 2016

Matteo Santarelli (utente non registrato)
Buonasera Sonia
concordo pienamente con lei: questo articolo esamina solamente un aspetto di questa pratica, e solo questo vuole fare. Concordo pure che anche gli altri aspetti vanno approfonditi per avere un'idea generale su questa pratica così delicata. 
Le perdono l'accostamento, ovviamente, sebbene temo di non averlo colto in tutte le sue implicazioni.
Grazie per il suo contributo
Matteo
il 14 Marzo 2016

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