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Nel nonluogo comune



Di Eleonora Tamburrini

Pierluigi Olla, Donna alla finestra

Pierluigi Olla, Donna alla finestra







Da principio non so cosa si aspetti tutta questa gente. È ancora presto, ma Piazza della Libertà è piena: è venerdì sera, l’aria estiva promettente, la notte lunga da consumare. Però chi risale qui a Civitanova Alta per il Futura Festival in attesa di un grande ospite come Marc Augé sceglie: non può mica farlo mi dico, per passare il tempo indistintamente.
 
Lo penso e mi si disegna in faccia l’aria certa di chi negli anni ha letto i saggi giusti e qualche intervista all’antropologo francese; l’aria di quella che si sente così rassicurata nel suo disagio ogni volta che entra in un centro commerciale (certo costretta da qualche disgraziata congiuntura) e vedendo la folla venuta a passeggiare, può ripetersi ah, i non luoghi! Magra, spocchiosa consolazione sapere il nome delle cose, vedere la scienza umana che si fa luogo anche comune.
 
Marc Augé non delude: intervistato da Filippo La Porta regala un dibattito interessante e vertiginoso, che spazia dalle sorti del socialismo (sempre meno incline a un riscatto dalla barbarie) all’importanza di ricostruire un progetto educativo che parta dalla scienza e rifiuti gli apriorismi e le idee totalizzanti della fede o dell’ideologia.
 
D’altronde il suo ultimo libro si intitola “Futuro” per cui è evidente che Augé non intende confinarsi – non l’ha mai fatto completamente – in una critica di settore. Allora discutere delle dinamiche del baratto in Mauritania diviene occasione per riflettere sulle proiezioni romantiche che l’Occidente continua a costruire sull’Africa e la sua strutturazione sociale; ma è anche utile constatare che, di contro, il nostro è diventato un mondo fondato su una comunicazione ipertrofica che nulla ha più a che vedere con la relazione umana.
 
Per questo i tentativi di baratto che si evidenziano su piccolissima scala in Europa rappresentano per Augé un tentativo di restituire umanità a una pratica economica individualizzante e sterile; d’altro canto le nuove generazioni sembrano private di ogni diritto al futuro e i singoli, scollegati e fragili, cercano dal basso di imbastire le loro solitudini in un nuovo tessuto sociale (possibilmente resistente).
 
Ma l’antropologo non ha dubbi: solo l’educazione e la cultura diffusa possono offrire una sponda al cambiamento, a partire dalla lotta all’orientamento precoce, da una parificazione verso l’alto dei servizi scolastici offerti, da un ripensamento dell’università. In questo modo anche Internet diventa un ausilio potentissimo; altrimenti resta l’ennesimo non luogo, uno spazio senza tempo in cui chi è senza strumenti non solo non troverà nulla, ma si perderà, credendo, come un uomo primitivo con il suo dio di pietra, di aver trovato in esso la risposta che lo fa funzionare assieme al suo corpo sociale.
 
Con la cultura si può mangiare, ci dice chiaramente Augé, capovolgendo il triste assioma di un tristissimo ministro, a patto che non si ceda a un’immagine idealizzata del pianeta come “mondo-città”, in cui tutto è globale, raggiungibile, in nome di una comune valenza estetica e tecnologica assegnata alle cose. Nel frattempo infatti ciò che abbiamo è la città-mondo, la megalopoli reale crocevia contraddizioni, dominata dalla crisi e dall’esclusione sociale come pratica economica, attraversata da frontiere interne che designano una realtà urbana molto più rigida, immobile, differenziata dell’immagine ideale proposta dal mondo-città.
 
Credere alla prima idea non significa confidare nel progresso e nella tecnologia, ma averne fatto il placebo di un male collettivo che per Augé è l’assenza di relazione umana, in una società in cui le persone scompaiono: avviene tanto nei centri storici trasformati in prodotti turistici e non più luoghi di vita e identità degli abitanti quanto nella bacheca di un social network.
 
Impossibile restituire oltre la complessità e il respiro ampio di un incontro come questo: spiazzante, dichiaratamente utopico, utile secondo me a tenere sempre vivo un orizzonte cui tendere con ostinazione.
 
Sono interessanti anche gli effetti immediati sulla piazza. Mi resta comunque addosso fino alla fine il senso strano dell’atmosfera iniziale: sul palco il sociologo parla un francese bonariamente scandito e rarefatto in sentenze, è un oracolo senza averne l’aria. Intorno il folto pubblico seduto e attento, e ancora intorno la piazza, piena: il bar, il passeggio, la distrazione, il rumore. La città sembra andare avanti come nulla fosse e contrariamente a ogni mia supponente aspettativa è lì per caso: la ressa che circonda la platea passa, ascolta (poco), commenta svogliatamente col vicino, se ne va.
 
Chi è seduto nelle ultime file come me fatica a seguire, perde pezzi della conversazione tra Augé e La Porta, si accanisce a recuperare il bandolo del discorso smarrito tra lo scalpiccio dei passanti, il chiasso da bar, la smania del fare altro che si avverte tutt’intorno. Qualcuno si chiede se non siano questi incontri da teatro, o almeno adatti a luoghi più raccolti in cui recarsi con il desiderio e l’intenzione; qualsiasi ipotesi di risposta si perde nel grido di un altoparlante che annuncia lo spettacolo successivo in un tono perentorio da binario e treno in transito, sovrastando la voce di Augé che ammutolisce incredulo.
 
Allora capisco: la piazza è diventata per qualche attimo almeno una stazione, il non luogo eccellente: perché non prodotto contemporaneo eppure sempre riadattato, perché esterno alla città eppure parte di essa, crocevia di sconosciuti in attesa di eventi differenti e spesso inconciliabili, luogo scandito dal tempo e insieme atemporale, spazio di comunicazione ma non di relazione. Si consuma provvisoriamente un paradosso affascinante che mi fa persino dubitare del mio giudizio negativo sulla scelta della location; e mi convince, almeno in parte, che un vero intellettuale porterà sempre con sé un’aura di grandezza irriducibile, al di là degli errori di contesto e delle contingenze organizzative.
 
E davvero giganteggiano le risposte di Marc Augé dispensate agli attenti e ai curiosi, in questo orizzonte minimo, al cospetto delle contese di provincia fra festival passati e presenti; intanto dietro di me passa un signore che sentendo in una frase tutte insieme le parole verità-cultura-futuro, forse poco abituato, forse colto da vertigine o spavento, ghigna: “E poi non hanno i soldi per le buche nelle strade”. E se ne va.
L'Adamo, magazine



Parole chiave: marc augé antropologia

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