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Per vecchie librerie



Di Giovanni Spadolini




Per le strade delle librerie e delle case editrici di Firenze, un personale ricordo, perso e ritrovato, di Giovanni Spadolini, giornalista, leader del Partito repubblicano italiano, più volte ministro, primo presidente del Consiglio non democristiano della storia dell’Italia repubblicana e, infine, senatore a vita.
Il giovanissimo Spadolini formò la sua cultura nella grande biblioteca del padre Guido, pittore macchiaiolo. Il primo suo scritto che si ricordi apparve sulla rivista fascista Italia e civiltà vicina al filosofo Giovanni Gentile. Scrisse anche per la rivista fascista  La difesa della razza di Telesio Interlandi. Durante la Resistenza aderì alla Repubblica sociale italiana. Successivamente rivide le sue posizioni politiche, diventando l’intellettuale laico, liberale e repubblicano che tutti conoscono.

 

Quel tratto di via Martelli… Otto anni della mia vita, dal 1935 al 1943, dominati da quella strada, e da quelle insegne, e da quei frammenti di vita.
La chiesina di San Giovannino, di tradizione scolopia, di lontana rimembranza carducciana, con l’infallibile bancarella dei libri nel piccolo spiazzale anteriore. E poi dopo il cupo edificio scolastico che ospitava il liceo ginnasio  Galileo – antico convento laicizzato dalla destra storica e conservato con tutte le oscurità e i misteri della tradizione ecclesiastica – la prima libreria in cui si sia scontrata la mia adolescenza curiosa e cercante, cioè quella libreria  Giorni che ho tante volte evocato nei miei scritti, punto di incontro – lo scantinato umido e difficilmente accessibile – con i libri di Gobetti e di Salvemini, e le edizioni Bocca, e con quelle Corbaccio, e con la produzione letteraria e politica del primo venticinquennio del secolo.

E poi le altre librerie di via Martelli,  Petrai, raffinato ed elegante, poco dopo Giorni, davanti la libreria  Beltrami, la più aggiornata, la più  a la page, che era il luogo di conversazione per gli scrittori toscani dominanti in quella stagione letteraria (ricordo di aver visto dalla vetrina Papini, Palazzeschi, Soffici, Lisi). E poi rimontando su su la libreria  Marzocco che risuscitava il nome di un editore caro alla mia famiglia, il nome di Bemporad cancellato dalle infauste leggi razziali. E poi ancora sull’angolo di via Martelli con via dei Pucci la libreria  Del Re, più vicina alla cartoleria e alla produzione per scuole, così solida, così schiettamente borghese, così anche diffidente e un po’ paterna verso gli studenti che cercavano i quaderni più belli o gli atlanti più aggiornati.

Chi scrive queste pagine ricorda ancora la libreria  Bemporad di via del Proconsolo: una libreria grande e anche alquanto cupa, forse per il tratto di strada su cui si apriva. Quando entrai al  Galileo – proveniente dai cinque anni di scuole elementari agli Scolopi – la crisi della  Bemporad come casa editrice e anche come libreria era ormai entrata nella fase culminante. Enrico, l’editore che aveva lanciato il Pinocchio, l’editore che aveva stampato Salgari. L’editore che aveva diffuso  Il giornalino della domenica e creato un grande salotto letterario, l’editore coraggioso e curioso che aveva rispecchiato il costume dell’Italia liberale fino ed oltre l’irrompere del fascismo aveva dovuto cedere all’innovazione statolatria del libro di testo delle scuole elementari, che annullava la dialettica delle case editrici e creava l’intollerabile monopolio del regime.

Dal ’28 era cominciata la crisi della  Bemporad, che si era sviluppata nel corso degli anni successivi fino a culminare in una specie di nuovo ordinamento interno: prima che il piccone delle leggi razziali facesse il resto e obbligasse Bemporad rimasto dentro la sua casa editrice, sia pure con nuovi capitali e nuovi soci, a ripiegare nella solitudine che lo che lo accompagnò fino alla malinconica morte nella Firenze occupata dai nazisti nel marzo del 1944.
Enrico Bemporad, una delle più grandi case editrici italiana, o meglio dell’Italia unita, di cui un giorno dovrà essere tracciata la storia sotto la testata glosiosa  R. Bemporad e figlio (omaggio alla memoria paterna). Un catalogo degli anni ’35 con la copertina rossa, rimasto impresso nella mia memoria: i libri tutti elencati col puntiglio dei vecchi cataloghi, e taluni conservati coi prezzi degli anni Venti, e sempre legati dal filo di collane che nascevano e poi moorivano e poi venivano sostituite e di cui quel volume serbava traccia fedele. E ogni fine anno in casa l’almanacco Bemporad che entrava acquistato dal mio nonno come simbolo di una specie di compendio nazionale, di rendiconto enciclopedico della cultura e della politica del Paese.

La libreria  Marzocco si intreccia nelle memorie infantili col nome di Bemporad. Anche se la sua storia procede poi autonoma nel corso del cinquantennio e conosce tutte le grandezze e le amarezze della Firenze di questi cinquant’anni passa attraverso le distruzioni belliche, le speranze della Liberazione, la crudeltà dell’alluvione, il rimescolamento di classi e di ceti, di cui la città del giglio è stata essa stessa espressione. Libreria straordinaria per la ricchezza del suo patrimonio bibliografico, quasi sostitutivo di una grande biblioteca nazionale. E non a caso cara ai miei anni quaranta, ai miei anni di studenti del ginnasio superiore e del liceo – gli anni fra il ’39 e il ’43 – per la possibilità di acquistare libri anche vecchi che non esistevano più nelle altre librerie, per quella tenacia che allora scoprii – e che ho sempre visto mantenuta – a concepire la libreria sia come luogo delle novità sia come deposito rispettoso e deferente del già prodotto. Esattamente l’opposto dell’attuale industria culturale che macina tutto nel giro di poche settimane e distrugge i libri che lancia e li rende polvere e cenere nell’ambito di pochi mesi.

In questo momento ripenso a Eugenio Montale, impiegato della casa editrice Bemporad, prima di assumere la direzione del gabinetto Viesseux nella seconda parte degli anni Venti. E ripenso a quello che sulla Firenze degli anni ’35-’40 ha scritto Carlo Bo in un’immagine memorabile che mi riporta a quel tratto di via Martelli, a tutti gli incantesimi, a tutte le illusioni, a tutti i sogni, a tutte le speranze e anche a tutti gli errori della nostra prima giovinezza.
«Se ci piacesse un’immagine, diremmo – ecco le parole di Bo – che a Firenze, alla fine degli anni Trenta, si ritrovarono per un ideale convegno tutti i grandi scrittori del Novecento: allora non sapevamo che sarebbe stata l’ultima occasione di un incontro libero e fatto esclusivamente in nome della letteratura. Lo sappiamo oggi e con la forza e l’autorità del tempo possiamo aggiungere che quell’incontro non si è ripetuto».

Questo scritto era l’editoriale del 1993 della rivista  Firenze, oggi non più pubblicata. Nel consiglio di consulenza oltre a Giovanni Spadolini nella veste di presidente figuravano, fra gli altri, nomi illustri della letteratura italiana: Mario Luzi, Piero Bigongiari, Geno Pampaloni, Giorgo Saviane, Alessandro Parronchi nonché l’astrofisico Franco Pacini.

Parole chiave: librerie giovanni spadolini

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