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Pessimista, ottimista, pragmatista



Di Michele Marsonet








Poche correnti filosofiche hanno goduto in Europa di cattiva fama quanto il pragmatismo: dalla maggior parte degli studiosi, infatti, esso è stato considerato come espressione paradigmatica dello spirito profondamente utilitaristico degli americani.
 
Condensato nel famoso – e assai poco compreso – detto di William James: “Il vero è solo ciò che conviene nel nostro modo di pensare”, e ridotto quindi a una parodia di se stesso, il pragmatismo è diventato per generazioni di intellettuali europei la manifestazione evidente della “rozzezza filosofica” degli Stati Uniti.
 
Negli ultimi  decenni, tuttavia, si è cominciato a comprendere che un simile quadro era il frutto sia di grossolani fraintendimenti, sia di un senso europeo di superiorità intellettuale che non appare, allo stato dei fatti, giustificato.
 
Poco a poco la rivalutazione delle grandi figure del movimento pragmatista – William James, Charles S. Peirce, John Dewey – ha preso piede, e oggi viene loro riconosciuto di aver anticipato molte delle idee che attualmente vanno per la maggiore in filosofia della scienza, filosofia del linguaggio, etica e metodologia delle scienze sociali.
 
Si sono ad esempio scoperte notevoli assonanze tra le tesi dei pragmatisti ed il pensiero del secondo Wittgenstein, un fatto sul quale il filosofo statunitense Hilary Putnam insiste giustamente, mentre una lettura attenta induce ad affermare che il celebre fallibilismo popperiano non è poi così originale, se è vero che lo spirito che lo informa si ritrova pari pari in opere a lungo trascurate quali Saggi sull’empirismo radicale di James e Logica: teoria dell’indagine di Dewey.
 
Il pragmatismo liquida come priva di senso la ricerca della verità o certezza assoluta, ma non trascura quella dell’oggettività, e cioè come si possa stabilire quale, tra le molte possibili soluzioni di un problema, è oggettivamente migliore.
 
Si pensi, per esempio, al modo in cui  acquisiamo le nostre credenze. Le convinzioni che intratteniamo circa il modo in cui è strutturata la realtà, e quindi le nostre rappresentazioni, percezioni e teorie, formano un sistema articolato.
 
Come ci comportiamo, tuttavia, quando si manifesta una credenza nuova, tale da non essere facilmente conciliabile con quelle precedentemente sostenute? La classica risposta pragmatista ha un carattere darwiniano, e si basa sul concetto di “lotta per la sopravvivenza”. In altri termini, quando si presenta una nuova credenza noi cerchiamo di inserirla nel nostro sistema.
 
Se il tentativo ha successo non vi sono difficoltà. Qualche volta, tuttavia, sono possibili dei cambiamenti radicali, per cui preferiamo conservare la credenza nuova abbandonando il resto del sistema. Si verifica quindi una lotta incessante per la sopravvivenza tra teorie, idee e visioni del mondo, e in questa lotta hanno la meglio quelle più adatte (nel senso che ci consentono di meglio spiegare e comprendere la realtà circostante).
 
Perché – si chiedono i pragmatisti – certe credenze si rivelano più importanti di altre? E per quale motivo tra i vari livelli in cui si articola la realtà alcuni appaiono più rilevanti? La risposta viene, ancora una volta, dalla teoria della selezione naturale.

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Parole chiave: pragmatismo filosofia james peirce dewey

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Livio Cech (utente non registrato)
Scrive: "Ma questa sorta di oggettività “debole” è, secondo i pragmatisti, tutto ciò che abbiamo a disposizione e, pertanto, da essa siamo costretti a partire." E già prima "Il pragmatismo liquida come priva di senso la ricerca della verità o certezza assoluta, ma non trascura quella dell’oggettività, e cioè come si possa stabilire quale, tra le molte possibili soluzioni di un problema, è oggettivamente migliore." E' per questo che definisco i miei 'cosiddetti' simili quali bipedi. E' che non sanno che Uomo è il minuscolo punto ove l'Universo sa di se stesso, il luogo della propria autocoscienza. E la cosa rimanda ad una dimensione che definiamo spirituale e che è la Realtà o anche detta la Verità. Ora negare una ricerca del genere significa, per chi ha aperto gli occhi, segare il ramo sul quale si sta seduti. Cosa è che, fra varie atre mimagini, ci parla del nostro stato attuale ed anche degli accadimenti futuri quamdo di notte sogniamo? E cosa è che crea un senso di malessere quando, pur avendo tutto, non si è soddisfatti? E cosa è che ispira quel violento volgare popolano ( e delinquente ) di Michelangelo Merisi, detto Il Caravaggio, a creare opere quali la 'Conversione di s.Paolo, quasi che fosse una scena intagliata dalla lama della luce, se non lo Spirito. Ma siamo sempre lì: gli scientisti, al quinto piano, non hanno l'orizzonte di chi ha salito le scale interiori per giungere al dodicesimo. E non possono capirlo... i loro occhi, effettivamente, testimonano un orizzonte minore. Beh, da un certo punto di vista hanno anche ragione essi. :)))
 
 
 
il 7 Gennaio 2013

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