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Più novorealista del re



Di Matteo Santarelli

Joseph-Kosuth, One and three chairs

Joseph-Kosuth, One and three chairs






La filosofia italiana ed il suo mondo sono stati scossi recentemente dall’avvento di una nuova corrente di pensiero grintosa ed aggressiva. Immaginiamo i visi disgustati di professori che hanno dedicato la propria vita alla metafisica del Seicento, i tremiti nervosi di mani che hanno toccato in esclusiva i manoscritti degli umanisti italiani quattrocenteschi, lo sguardo altezzoso di menti che hanno decostruito anche la supremazia oggettiva dell’Estathè al limone su quello alla pesca di fronte alle provocazioni del Nuovo Realismo.
 
Il manifesto del movimento, uscito nel 2011 nel pieno del completo marasma esistenziale italiano, ha suscitato in questi due anni invidie ed odi direttamente proporzionali all’inarrestabile copertura mediatica guadagnata dalla new sensation della filosofia nostrana. Corriere della sera, Sole 24 ore, Repubblica, forse anche la Gazzetta dello Sport hanno concesso grande spazio alle concezioni di Maurizio Ferraris sul mondo e sulla necessità di riprendere contatto con un sano senso della realtà, offuscato dalla sbornia relativista e post-a-prescindere che ha annebbiato le menti negli ultimi 40 anni.
 
Le reazioni del mondo accademico a questo successo di cassetta sono state prevedibilmente severe, talvolta sopra le righe. Gianni Vattimo, il padre del pensiero debole e relativo mandante morale dell’uccisione della realtà, ha definito il nuovo realismo “una vecchia operazione di marketing”, sconsigliando addirittura i lettori dall’andare in macchina con uno dei suoi più noti difensori, ossia Mario De Caro (qui). Il grande studioso Carlo Sini, interrogato sullo spessore filosofico del movimento, si è chiuso in un laconico: “Tutte cazzate”.  Infine, Corrado Ocone è andato per le vie leggere curando un testo intitolato “Il nuovo realismo è un populismo”.
 
Piuttosto che entrare nella disputa accademica per dare ragione a qualsivoglia disputante, è forse più interessante analizzare un fenomeno che appartiene alla quotidianità dei mass media italiani. Difatti, è innegabile come il nuovo realismo filosofico sia stato anticipato, anche se solo nominalmente, da un nuovo realismo giornalistico. Un gruppo di giornalisti italiani capeggiati da Marco Travaglio, pur fregandosene di Putnam, Peirce ed Aristotele, ha difatti da qualche anno dichiarato guerra ai nemici della realtà, identificati nella Casta e nel circuito di potere che la circonda e protegge.
 
È il 2006 quando Travaglio scrive i due saggi fondamentali “Le mille balle blu”, dedicato al cattivo rapporto che intercorre tra Silvio Berlusconi ed una certa concezione corrispondentista della verità, e  “La scomparsa dei fatti”, eloquentemente sottotitolato “Si prega di abolire le notizie per non disturbare le opinioni”. La tesi di fondo dei due lavori è semplice e lineare: i fatti sono le notizie. Al di là delle chiacchiere in politichese, esiste uno zoccolo duro della realtà che è compito del giornalista descrivere e riportare ai cittadini.
 
Purtroppo, in Italia i fatti non diventano notizie in quanto un sistema di potere corrotto ha deciso di calare una cortina di imbroglio a difesa delle false opinioni di regime. Dal 2006 ad oggi, il manifesto di Travaglio ha incontrato adepti nei giornali – nel 2009 viene fondato un fortunato giornale dall’emblematico titolo “Il Fatto Quotidiano” –  nei social network, addirittura nella politica, essendo i Cinque Stelle fortemente influenzati dalla filosofia esposta ne “La scomparsa dei fatti”.
 
Tuttavia, come ogni forma di realismo che si rispetti, anche il realismo giornalistico ha dovuto scegliere cosa inserire e cosa escludere dalla concezione della realtà difesa. Ad esempio, i cosiddetti “fisicalisti” sostengono che ciò che esiste propriamente è ciò che è descritto e spiegato dalla scienza fisica. Il filosofo di Harvard Hilary Putnam afferma che anche i valori etici  sono reali. I marxisti, com’è noto, identificano la realtà oggettiva con le drammatiche avventure del Capitale, scritto con la “C” maiuscola in segno di odio e rispetto allo stesso tempo. A differenza di queste complesse visioni del mondo, quello che d’ora in poi chiameremo il realismo dei fatti quotidiani identifica la realtà con i seguenti tre ordini di fenomeni:
 
1. le dichiarazioni dei politici – ciò che dice un sottosegretario è eterno e non può essere né redento né cancellato, un po’ come la verginità perduta delle ragazze secondo San Girolamo;
2. le cifre dell’OCSE e dell’Istat – in caso di incongruenza tra le due fonti va postulata immediatamente la malafede di almeno un funzionario di uno dei due istituti;
3. le intercettazioni telefoniche – intorno al 2007 Travaglio identificava questo terzo punto con le sentenze di giudizio in terzo grado. Tuttavia, la disonestà di alcuni giudici corrotti e l’evidente colpevolezza di alcuni orribili soggetti – vedi Schettino – già prima della sentenza di primo grado ha portato a questa fondamentale modifica.
 
La vecchia regola del giornalismo delle 5 W  – what, when, where, who, why – è stata così soppiantata da un nuovo assioma, che prescrive l’utilizzo esclusivo dei sopracitati tre ordini di fatti nella composizione di un articolo di giornale. L’esempio negativo per antonomasia in questo senso è rappresentato dagli editoriali di Eugenio Scalfari, che pure cita a volte i dati OCSE e le dichiarazioni dei ministri, sebbene in forma indiretta e non “virgolettata”, come invece sarebbe preferibile per una maggiore aderenza alla realtà.
 
Questa rigorosa formalizzazione  è stata ripresa ed applicata creativamente da liberi e privati cittadini. Un fenomeno di espansione e dispersione della norma originale, cha ha prodotto un vero e proprio “realismo giornalistico ingenuo”. Il folk-realism  in esame si distingue dall’originale in quanto sostiene una concezione realista delle fotografie, identificate immediatamente con i fatti e pubblicate a manetta su Facebook a testimonianza diretta delle malefatte della casta. Le foto normalmente ritraggono, o meglio rappresentano in modo corretto ed immediato buche nelle strade, macchine in mezzo alla strada, multe e fatte di cani.
 
Tra tutte le forme di realismo, quello sui fatti quotidiani ancora non ha trovato espressione e voce nell’accademia italiana. È vero, non si tratta di un movimento strictu sensu filosofico. Tuttavia, anche il post modernismo partì dall’architettura per poi colonizzare tutti gli ambiti dello scibile umano, anzi, dell’inscibile come direbbero i postmoderni. Non ci sorprenderemo il giorno in cui qualcuno prenderà il microfono arringando a favore del nuovo realismo sui fatti quotidiani. Noi l’avevamo dichiarato. Al che sorge tuttavia un dubbio: in ottemperanza al punto 1 dei criteri d’esistenza dei fatti, questa dichiarazione è da dichiararsi reale anche se non proferita da un politico?



Parole chiave: nuovo realismo maurizio ferraris mario de caro gianni vattimo

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