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Selvaggiaggine



di Francesco Panaro

Agata Olek

Agata Olek




Un muratore di Ibiza racconta che dieci anni fa, prima dell’invasione dei turisti, gli abitanti erano gentili, affabili, vi invitavano a mangiare da loro, lasciavano la casa aperta giorno e notte; ora la chiudono a chiave, sono diventati egoisti, vi rivolgono a malapena la parola, sono chiusi e sospettosi, e  mangiano meglio. Ma che  vivano meglio, che siano più felici, è dubbio. Prima guadagnavano poco, ma non avevano bisogni; oggi ne hanno molti, che devono soddisfare. Così lavorano molto di più di prima, si stancano, si ammazzano di fatica, ma, così come i turisti, non possono riposare. Il  silenzio è scomparso dall’isola: notte e giorno gli aerei la sorvolano, e il loro fracasso è il prezzo che gli indigeni pagano per aver ottenuto il privilegio di mangiare a sazietà. I guasti della «civiltà» sono così evidenti che si ha ritegno a segnalarli ancora.
È un passo del Taccuino di Salamanca che il filosofo e scrittore rumeno Emil Cioran scrisse durante il suo soggiorno a Ibiza nel 1966.




Diario delle piccole cose anonime
Siamo noi ad avere bisogno della natura, non il contrario.
Érik Rohmer


“A matre et filia aeque disto”: equamente distante dalla madre e dalla figlia. Non si pensi  malvagiamente ad un intrigo amoroso di un gaglioffo fiorentino equamente diviso fra una giovane donna e la madre di lei.
Chi saliva da Firenze verso Fiesole a piedi o chi scendeva da Fiesole verso Firenze era a metà strada. E la  matre non è Firenze, come viene facile pensare, bensì la più antica Fiesole. E Firenze era la filia. Viaggiare, camminare a piedi riserva molte sorprese al viandante. Come questa scritta che è ancora lì, immobile, scolpita nella pietra del muro di cinta della villa muta, uno spartitraffico. Sorprese che non possono essere riservate a chi usa motociclette e tutti quei mezzi che accorciano le distanze e che allontanano la possibilità della conoscenza delle piccole cose.
 
Salendo per la ripida e stretta Vecchia fiesolana che da San Domenico porta a Fiesole, ci sono molte case, una appoggiata all’altra. Però non è corretto descriverle così, case, perché sono giardini che circondano casini di campagna, gli uni appoggiati agli altri. La maggior parte sono ville, nel Settecento erano abitate dalle famiglie fiorentine durante la villeggiatura estiva. Ma proprio all’inizio della Vecchia fiesolana, abbandonato il frastuono del traffico dei motori a scoppio, sulla sinistra, villa Albizzi sembra dare il benvenuto, senza clamore, con una insegna scolpita nel marmo per ricordare che qui nell’autunno del 1775 venne rappresentato l’Idolo cinese  di Giovanni Paisiello, su libretto di Giovanni Battista Lorenzi. Un’opera comica che ebbe molta popolarità a Napoli. All’epoca, il grande successo convinse re Ferdinando IV ad allestire a Palazzo Reale lo spettacolo per le celebrazioni dell’arrivo di Maria Carolina D’Austria, sua consorte, e Giuseppe II. E’ un peccato che il medaglione in terracotta raffigurante l’avvenimento sia andato distrutto. Vandali, forse, o incuria dei padroni.
  
È verso la fine della ripida strada che un friso anonimo riserva un’anonima sorpresa. È il muro di cinta scrostato, poco alto, di un giardino di una casina, anch’essa settecentesca. Lo strato più superficiale dell’intonaco lascia intravedere quello immediatamente sottostante, più vecchio, che mostra i graffi dei granuli dell’impasto trascinati da una cazzuola settecentesca: le curve, le ellissi, le spirali dicono che è stata guidata dalla mano di un muratore, di un artista. La data incisa nella malta fresca con un punteruolo certifica l’anno di fattura, 1780, a cifre latine. Poco più che un decennio più tardi il mondo occidentale sarebbe cambiato con la Rivoluzione francese.
 
Ma sono proprio questi limiti – il riservare sorprese di questi muretti forse anche belli per il loro essere tetro, questo lavorio dell’uomo che ha cambiato tutto quello che c’era da cambiare – che tengono i viandanti, i camminatori lontani dalla natura. Le delimitazioni continue che gli esseri umani si sono sforzati di ergere contro tutto. Contro la flora, contro la fauna. Alberi anemici in giardini che sembrano ricoveri, ospedali per piante moribonde, tristi. Nonostante il verde delle fronde, le piante hanno qualcosa di bianchiccio, facce polverose in ospedali abbandonati.
 
Tutto il fervore del costruire. Gli uomini vogliono lasciare traccia del loro passaggio, rendere immortale la loro esistenza anche con i muri intorno alle piante. Il giardino all’italiana è la tomba della flora, il circo domatore che costringe la natura a geometrie superflue. Qui non si troveranno animali se non qualche sonnecchiante micio casalingo con la zampa penzolante dal muretto.
Percorrendo anche una piccola strada fuori mano, con case signorili che sembrano abbandonate, si pensa di essere nella natura incontaminata. Le persone si sentono rinfrancate da una passeggiata in campagna dove la mano degli uomini è presente in maniera considerevole.
 
Per uno strano, illogico capovolgimento il concetto di natura  sembra che si sia allargato a quelle cose che naturali non sono. In realtà è vero il contrario, si è talmente ristretta l’idea di natura che la vista di una masseria, di terreni coltivati a vite o ulivi, viottoli e muretti a secco bassi o alti si pensa che questa sia natura. Che un campo di girasole o di granturco sia una  foresta selvaggia. Gli esseri umani ormai scambiano per natura campi arati, alberi in fila lungo una stradina, le costruzioni. Cosi è cambiato il modo di pensare, di percepire le cose, tacitamente. Improvvisamente una casa con giardino in campagna è diventata  natura.
 
Henry David Thoreau riporta l’esperienza di alcuni viaggiatori di ritorno da un lungo viaggio nella steppa dei Tartari,  «Nel riavvicinarsi alle terre coltivate, l’agitazione, la confusione, il tumulto della civiltà ci opprimevano e ci soffocavano; ci sembrava che l’aria mancasse e temevamo di dover morire per asfissia da un istante all’altro».
 
C’è un gusto che ha divorato tutti: si pensa di essere immersi nella natura visitando luoghi, campagne e colline con un’impronta umana evidente. E questo ad ogni sguardo su ogni scorcio. Eppure, la sopravvivenza delle città dipende dalla natura circostante. Eppure, la mano degli uomini sulla natura è sempre presente. Lasciando la città, andando verso fuori, a piedi, oltrepassata la periferia e poi allontanandosi ancora verso la campagna non si riesce più a scorgere la natura, quella natura non toccata dagli esseri umani.
 
Le strade, andando  fuori, sono un alternarsi continuo di muretti, e case, e giardini. Eppure la città ha poca possibilità di sopravvivere senza la natura. Perché la sua vita dipende da quello che ha intorno. La sopravvivenza delle città, dei villaggi dipende dal comportamento, dall’onestà degli esseri umani, della politica. Le città possono vivere solo se hanno una  corona naturale intorno. La fertilità dei campi, per l’agricoltura, dipende da quanti boschi e foreste hanno intorno. Perché è da quegli spazi selvaggi che le terre coltivate prendono l’humus. Da quelli, però, non dipendono solo i frutti della terra.
 
Da tutto ciò, dalla natura selvaggia o comunque incontaminata, dipende anche la fioritura di filosofi e poeti, pittori e scultori: «Da questo tipo di terreno sono sorti Omero e Confucio e gli altri come loro, e da distese selvagge come queste giunge il Riformatore che si nutre di locuste e di miele selvatico». È ancora Thoreau che parla. Se si vogliono proteggere gli animali selvatici, evitare la loro estinzione è necessario garantire lo spazio vitale, ossia boschi e foreste dove vivere e riprodursi liberamente. Dello stesso  habitat hanno bisogno gli esseri umani per rigenerarsi, per rigenerare il proprio corpo, per riempirsi gli occhi di ciò che non è opera di altri esseri umani. Nella natura, dalla natura le persone possono trarre la rigenerazione.
 
Gli economisti locali e mondiali, i politici odierni hanno saputo solo imitare senza intelligenza, e per niente interpretare, lo spirito di ciò che ha permesso alle antiche civiltà di diventare tali: «Le grandi civiltà – la Grecia, Roma, l’Inghilterra – sono sorte sul terreno imputridito delle antiche foreste primitive, e da esso hanno tratto nutrimento. Esse sopravvivono sin tanto che la terra non si esaurisce. Povera cultura umana! – È sempre Thoreau – Ben poco si può sperare da una nazione che abbia esaurito la propria matrice vegetale e che si sia costretta a far concime delle ossa dei suoi padri, dove il poeta si nutre solo del proprio grasso superfluo, e il filosofo del proprio midollo».
Economia e cultura, oggi, sono ripiegate su sé stesse, smarrite in un labirinto, intente a consumare.
 
Sarà per questo che oggi gli esseri umani non producono intellettualmente nulla di nuovo. Rinchiusi a rimuginare, a ruminare quello che i predecessori hanno scritto. Non sono in grado di mettere nero su bianco niente di originale, di originario a partire da ora.
 
Non c’è molto da dire su chi deve leggere questo scritto, che sicuramente non è per chi ama la vita comoda, fra bibite ristoratrici e piscine o caldi caminetti che si possono solo sognare sulle riviste.  Nemmeno per gli assorti nell’ipad, o iphone, nella connessione continua con l’aldilà del sapere a buon mercato, quello comune. Quasi quel   senso comune dell'amica del papà di Flaubert, il quale scriveva a nove anni, in una lettera dall'ortografia traballante: «...siccome c'è una signora che viene da papà e ci racconta sempre delle sciocchezze le scriverò». Anzi, non del senso comune, ma del sapere povero di spirito, che promette ad ogni riga condivisa  sui socialnetwork  – di cui poco si sa l’origine – una rinascita non tramite il primo Illuminismo, nemmeno quello, ma tramite l’illuminazione di due parole, una frase fuori dal proprio contesto che folgora per un attimo, fa immaginare di aver trovato la chiave della propria sopravvivenza e poi chiude la porta.
 
Che gli esseri umani debbano camminare continuamente per tenere sotto controllo, conoscere i propri labirinti e trovare una via d’uscita, una porta intelligente, o una porta furba, per gli oziosi? Ossia, che gli esseri umani debbano pensare, per ipotizzare un cammino il più possibile naturale per tutti gli esseri? Potrebbe essere così, camminare, mettere la strada sotto i propri piedi, per facilitare il pensiero.

Il camminare non può essere preso come una pratica orientale abbracciata dagli occidentali che passano parte della loro vita a cercare, appunto, una illuminazione. Camminare per avere un risultato è come elargire una somma al commerciante per ottenere una merce, è quanto ci possa essere di più facile. Ad attendere l’illuminazione, con occhi spalancati, s'incorre nella disavventura del naturalista appostato dietro il cespuglio: mentre attende la visione, nel momento in cui batte le palpebre si lascia sfuggire la lepre. Non ci sono strade comode che portano ad una saggezza superiore, non ci sono tracciati per vite ovattate, insonorizzate, in cui il corpo si fa più leggero e i piedi non toccano più per terra.
(Continua)

«Dunqua io, lo quale aio vedute cose de moita memoria per la loro granne escelenzia de novitate in questo munno, lasseraie passare queste cose come senza alcuna scrittura?»
Anonimo Romano, Cronica. Vita di Cola di Rienzo


 Lupi, Sally Matthews

Lupi, Sally Matthews


Parole chiave: francesco panaro città esseri animali esseri umani natura

COMMENTI

Sono presenti 6 commenti per questo articolo

Marina Caprioni (utente non registrato)
sono il viandante della lunigiana, attraverso i boschi di notte. Odio i giardini italiani preferisco il giardino inglese è più democratico, le piante spontanee vengono curate con la stessa dedizioni di quelle coltivate. Le piante ornamentali vengono lasciate libere di inselavatichiersi. ti posto sotto un pezzo di una mia nota:
 Accellero il passo, terrorizzata, trattenendo il fiato, per fuggire nella notte amica. Finalmente terra, alberi, insetti! Passo sotto fronde tenebrose accarezzando pietre e ciuffi d'erba con i piedi, torno animale, sento ogni odore, rumore, sento il mio respiro, il mio sangue che scorre, i miei tendini agili, i miei muscoli possenti. Salto fossi e i grilli cantano per me. Non ho paura del buio, degli animali, dell'infinito oltre le stelle, sono un tutt'uno in armonia col cosmo.  Salgo la rampa del forte di corsa come una sentinella, faccio il giro delle mura a passo di ronda quando una piccola ombra nera mi ferma il passo, interrompe il mio delirio eroico e cerca un incontro. Lui gatto nero, fuggente dalla cattiveria degli uomani, io donna nera, fuggente dalla bruttezza degli umani. Mi saluta e mi segue, ci accampiamo sul vecchio muro di cinta, io sdraiata supina a guardare le stelle, lui sotto il tetto delle mie gambe flesse, a scrutare la macchia. Si sente protetto dalla stupidità e crudeltà dei miei simili, e mi ricambia, vegliandomi da altri animali, bello e fiero come una pantera. Siamo rimasti un'ora in silenzio, ho cercato le stelle, ringraziato Dio per quest'atto di stima, poi sono scesa e lui mi accampagnato sino al bivio della strada asfaltata.  
il 29 Novembre 2011

Francesco Panaro
E la "pantera" è tornata indietro dopo averti scortata. Bell'avventura Marina... Grazie.
il 26 Dicembre 2011

Alessandra (utente non registrato)
Volevo cliccare "mi piace", ma non riesco. Spero valga anche da qui!
il 7 Gennaio 2012

Francesco Panaro
Alessandra, grazie! C'è il seguito, ma devo ancora rivederlo e presto sarà pubblicato.
E' possibile cliccare "mi piace" ma bisogna essere iscritti ad Uncommons, segui il link (http://www.uncommons.it/pagine/registrazione.php) oppure sotto la testata "Uncommons", sulla destra c'è "Iscriviti", fallo se ti va: iscrizione gratuita. Di tanto in tanto (una volta a settimana, ma è più probabile una volta al mese :-) riceverai una mail con gli aggiornamenti).
l'8 Gennaio 2012

Patrizia Barbera
Mi piace moltissimo questa proposta di "selvaggiaggine"!
Assuefatti e anestetizzati. Siamo raramente capaci di distinguere,è vero, tra natura e cultura.A me capita,però, sempre più spesso di provare una voglia incontenibile di fuga da quando (non è trascorso molto tempo) mi sono trovata con le gambe avviluppate dall'erba inestricabile e gli stivali coperti di fango,lungo una costa selvaggia e incantata,tra sentieri che si perdono verso la spiaggia nel mare e stagni popolati dai fenicotteri,a cercare scorciatoie,percorsi non tracciati,senza l'ansia di un'uscita "verso la civiltà",sicura che  se non l'avessimo trovata noi, ci avrebbe trovata lei. Si andava per tentativi,si andava e basta...e sono stata catturata da una gioia indescrivibile e da un senso di libertà dimenticato,solo da bambina lo avevo conosciuto così intenso.Mi sono "riempita gli occhi" e ho respirato profondamente. Mi manca, adesso,proprio quel respiro e la possibilità di quello sguardo.
(Moltissime altre considerazioni si potrebbero fare su questa pagina così densa, ma ... Attendo la continuazione.)
il 20 Febbraio 2012

Umberto (utente non registrato)
Bello. Per titolo avrei preferito " Selvaggezza" possibile sintesi di selvaticità e saggezza, con un  inconscio (?) richiamo a... salvezza...

il 6 Febbraio 2013

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