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Sobrietà americana, superbia latina



di James Hillman

Nei prodotti più elevati del pensiero umano, l’induismo e la filosofia platonica, si immagina come necessaria al benessere dell’umanità una classe di guerrieri che ha il suo corrispettivo nella natura umana, nel cuore, con le virtù del coraggio, della nobiltà, dell’onore, della lealtà e saldezza dei princìpi, dell’amore tra compagni, sicché la guerra viene ubicata non solo in una classe di persone, ma anche in un livello della personalità umana organicamente necessario all’economia del tutto.

Amore e guerra sono stati tradizionalmente abbinati nelle figure di Venere e Marte, Afrodite e Ares. Tale consueta allegoria si esprime nei consueti slogan: fate l’amore non la guerra, in amore e guerra tutto è permesso; e nel consueto alternarsi dei comportamenti: riposo, ricreazione e rinfrancamento nel bordello delle retrovie e poi ritorno alla caserme per soli uomini. Esiste tuttavia, al di fuori di questi accoppiamenti che di fatto separano Marte e Venere, ponendoli come alternativi, un’esperienza venusiana in Marte stesso, che si manifesta in un amore sensuale per la vita pur nel mezzo della battaglia, nella cura per il particolare concreto che è incorporata in tutti i regolamenti militari, in quell’agghindarsi  e pavoneggiarsi e fare i bellimbusti dei cavalieri (oggi detti «i nostri ragazzi») in libera uscita. Sono figli di Marte o di Venere?

In realtà, bisognerebbe considerare più attentamente l’aspetto estetico di Marte: anche lì si cela un amore. Visti dagli spalti per i civili, i riti e la retorica militari appaiono kitsch e pomposi. Ma proviamo a considerare questo linguaggio, queste procedure come una sensibilizzazione dell’immaginazione fisica attraverso la ritualità. Pensiamo a quanti diversi tipi di lame, di tagli, punte, metalli e tempre prendono forma nei vari pugnali, spade, aste, sciabole, asce, spadini, daghe, lance, picche, alabarde che sono stati amorevolmente affilati con l’idea di uccidere. E pensiamo alle ricompense per aver ucciso: Croce di Ferro, Croce della Regina Vittoria, medaglia all’onor militare, Croce di Guerra; e agli accessori: bastone di bambù, frustino, spalline, stellette, pistole dal calcio d’avorio.

E la musica: la sveglia e il silenzio, tamburi e cornamuse, pifferi e tamburi, trombe, corni, marcette e bande militari, con i loro ottoni e l’oro dei galloni sui berretti. E poi la sartoria militare e i creatori di moda: gli stivali di Wellington, il Montgomery, il colbacco napoleonico, berretti verdi, giubbe rosse, caschi blu. Formazioni, ranghi, promozioni. Stendardi, vessilli, alzabandiera.

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Parole chiave: guerra psicologia mito

COMMENTI

Sono presenti 21 commenti per questo articolo

Cassandra00 (utente non registrato)
agghiacciante

il 4 Luglio 2011

Eli Mcbett
Bhé possiamo felicemente constatare che dai tempi del Mahābhārata con la sua  Bhagavadgītā,  dell’Iliade,  dell’Eneide, del Leabhar Gabála dei celti, o la scandinava Edda, non siamo particolarmente evoluti in quel luogo specifico del cervello... peccato: Non hai vinto, ritenta.

il 4 Luglio 2011

Paola Pistolesi (utente non registrato)
Devastante
il 4 Luglio 2011

Silvio (utente non registrato)
articolo che solo una penna statunitense, nella sua ipocrisia e pochezza, poteva concepire...
il 4 Luglio 2011

Adriana Faranda
credo di essere l'unica a cui è piaciuto... e in realtà il pezzo mi sembra spietato anche nei confronti degli americani, della guerra preventiva, e della progressiva "astrattezza" e disumanizzazione dei conflitti. certo molto distante dal modo abituale di analizzare il problema, discutibile ma estremamente interessante.
il 4 Luglio 2011

Giacomo Galletti (utente non registrato)
C'è da dire che la guerra affascina... sicuramente. Basti guardare i successi dei film bellici che continuano ad essere prodotti.
Però mi chiedo: che cosa, nella guerra, affascina tanto?
Le immagini evocano sicuramente forti sensazioni, che le descrizioni più o meno obiettive di quello che succede tra le linee nemiche non riescono a fare.
I libri sulla guerra, infatti, secondo me, non hanno altrettanto successo.
Credo che quindi immagine e immaginario bellico rendano affascinante questa disgrazia umana, troppo umana, più di quanto un'analisi obiettiva dei fatti e del senso delle battaglie possa evocare.
il 4 Luglio 2011

Alessandrobertirotti1964 (utente non registrato)
   James Hilmann è colui che ha scritto Saggio su Pan e mantiene anche in questo scritto la sua derivazione junghiana, come è giusto che sia nel caso di uno studioso della sua portata. Al di là dell'essere d'accordo o meno, quello che mi suscita interesse in chiave antropologica è ovviamente l'accostamento che l'umanità opera da sempre: amore e morte. E' una questione importante proprio perchè non siamo ancora riusciti a comprenderne la profondità mentale e forse in quale modo tale accostamento può essere funzionale alla vita stessa e morte stessa. Sembra davvero che la nostra specie sia destinata a girare ancora attorno alle solite cose, come non fossimo riusciti a raggiungere una sintesi soddisfacente del nostro vivere e pensare.
il 4 Luglio 2011

Isher (utente non registrato)
«Contenere la bomba nella mente» credo sia la frase chiave per capire questo pezzo, il cui titolo originale è Un terribile amore per la guerra. Hillamn come al solito dice che dobbiamo portare alla luce e capire le immagini e gli archetipi che albergano nella nostra psiche e nella psiche collettiva, altrimenti combatteremo vanamente, solo con le parole, in definitiva in modo impotente, i mostri che noi stessi generiamo.
il 5 Luglio 2011

Guido Repetto
Posso anche provare a contenere la bomba nella mia mente. Fatto!
L'America e il suo popolo non sono guerrafondai. Fatto!
L'America e il suo popolo e non somigliano per nulla ai Romani e ai Normanni. Fatto (è assai più semplice)! 
Hiroshima e Nagasaki sono state frutto d’un amore per la pace (anche un po’ guerra preventiva verso l’Unione Sovietica, forse). Fatto (ma mi sto perdendo)!
Marte vuole la battaglia, non l’annientamento e nemmeno la vittoria e il fascino del Cristo ci condurrà all’apocalisse … Fatto!
 
Fatto tutto … interessato molto … capito poco.
il 5 Luglio 2011

Gianluca Zoni
l'amore per un modo di comportarci (semplifichiamo pure con la distinzione binaria guerra&pace) è il risultato di un addestramento, di un'abitudine, di una critica alle abitudini, di una crescita, di una creatività... che non sono prevedibili nel loro farsi, di un esercizio ad essere creativi e meno addestrati

Si può amare la bomba, ma si può anche amare qualcosa di più interessante. L'attrazione è incerta: "io speriamo che me la cavo"
il 9 Luglio 2011

Ennio (utente non registrato)
un pastrocchio. parole in libertà piene di simbolismi inoperativi. E di salti mortali carpiati cercando di attaccarsi con le unghie agli specchi. Tra l'altro, la  distinzione fra americani ed europei è speciosissima.
il 9 Luglio 2011

Eli Mcbett
mmm ... Da persona combattiva, ma che ripudia la guerra, provo a fissare dei pensieri che non sono facili da definire. Concordando con l'appunto di Ennio, mi viene solo alla mente un nome storico preciso: Ida Dalser. "un pastrocchio. parole in libertà piene di simbolismi inoperativi. E di salti mortali carpiati cercando di attaccarsi con le unghie agli specchi", dice Ennio, e sembra la descrizione di Ida Dalser, che, sí, amava la guerra e mai la poté fare perché la guerra - la quale non ama essere amata - l'ha tolta di mezzo a favore di piú pratiche partecipazioni. Ovviamente il mio pensiero cade sull'immagine contraddittoria e fallimentare di qualcuno che di fatto la guerra non la fa, né la subisce, dunque la puó amare. La guerra é invece a mio parere assoluta impossibilitá di amore, in quanto guerra. In guerra in realtá non si ha spazio per amare niente e nessuno, presupponendo che il verbo amare abbia ancora un significato. Riguardo l'idea di amare la guerra, essa si puó fare o non fare, ma in quanto amare, se ne possono solo amare degli elementi intrinsechi che sono parte della guerra, ma non essa stessa. la guerra di per sé non é soggetta a sentimenti, cosí come la pace. Noi lo diciamo, amo la pace, amo la guerra, ma diciamo parole senza senso perché ovviamenete esse assumono significato solo se descriviamo cosa di queste condizioni in specifico di fatto amiamo soggettivamente. 
Che il nostro generale in questione sia possibilmente una persona che abbia fisicamente lanciato bombe, distrutto cittá e villaggi, stuprato e ucciso a coltellate donne e bambini -  dato che questo é la guerra - e che ne sia soddisfatto e gratificato, possiamo anche darlo per scontato. Ma dire che una persona "ami" questo, sembra quasi impossibile, senza provare orrore. Nonostante sia insito in molti criminali il puro gusto del crimine senza finalitá, cosa che Nietsche considera esaltante, quando descrive un pallido assassino. Di fatto ci deve essere un particolare elemento nella guerra a cui la persona si riferisce dichiarando il proprio amore per la guerra e su cui si puó discutere: Lo stato di emergenza, il rigore, il potere, il comando, l'ubbidienza, la puzza, i morti, le armi, la competitivitá, la combattivitá, la sottomssione, la libertá di tortura, la distruzione delle cittá, la fame... 
il 10 Luglio 2011

Eli Mcbett
Sono d'accordo con Ennio. Questo sembra un testo pericolosamente impreciso e comunque dimostra che abbiamo un luogo della nostra evoluzione mentale ancora oscuro, tutto da esaminare ed elaborare. Sotto il segno di marte sembra non esistere assolutamente alcun pogresso - dalla bibbia, dal Mahābhārata ad oggi....
Molte societá civili odierne fomalmente condannano la pena dimorte e gli atti di violenza o i soprusi come contrari ai diritti umani, si scandalizzano anche del maltrattamento degli animali, ma bisogna riflettere sulla messa in pratica di questi principi e sui luoghi delle loro applicazioni... Forse sono poco chiara perché questi pensieri sono freschi e generati da questa conversazione, ma come possiamo fare qualcosa in questo senso, ossia per tenere a terra queste parole?
il 10 Luglio 2011

Eli Mcbett
Sí sono stata poco chiara anche perché avevo letto solo la prima pagina dell'articolo senza notare (come mi é capitato altre volte su questo sito, che continuava, Ora l'ho velocemente letto e vedo che include elementi portati nelle mie riflessioni, ma la mia conclusione é in fondo la stessa: la necessitá di un lavoro profondo sul senso di questi concetti.
il 10 Luglio 2011

Viviana Governi (utente non registrato)
la guerra non mi piace..Dio sconvolse il mondo con un bimbo, non con una bomba! Però, e forse sbaglierò, credo che senza .la prima violenza di Caino verso Abele e poi avanti avanti fino a noi, tutto ciò che abbiamo è stato ottenuto ''con le guerre'' Credo anche che il mondo si sarebbe estinto nel Paradiso Terrestre!! Accetto umilmente ogni vostra critica.
il 27 Agosto 2011

Guido (utente non registrato)
Il Paradiso Terrestre non l'avevamo costruito noi e, francamente, penso che da lì, se non ne fossimo stati scacciati prima, avremmo fatto bene ad evadere. Hai presente quella scena di Speriamo che sia femmina in cui lo zio fugge dall'ospizio perché il prete prima diceva che tutti erano suoi ospiti e poi voleva essere chiamato direttore? E comunque non è stata un'esperienza umana condivisa.
Detto ciò, penso che interrogarsi sulla guerra in generale o su atti particolari elevati a paradigma di violenza umana possa anche avere un senso, ma, spesso, ci fa perdere di vista il perché di questa/e o quella/e guerre particolari che, com'è noto, piuttosto che costruire e far ottenere qualcosa, distruggono e basta.
il 28 Agosto 2011

Viviana Governi (utente non registrato)
Ho pensato però che tutte le guerre non sono mai avvenute in regime democratico, nel senso che gli stati democratici non hanno mai fatto guerra fra di loro..quindi  dovrebbe esistere una costituzione DEMOCRATICA per non fare più le guerre. Oggi spesso sono i popoli pieni di odio che sfociano nella violenza e nel fanatismo(grande pericolo!!!) ed iniziano a prendere le armi.
Basterebbe che nel mondo ci fosse ovunque ''democrazia'' e non ci sarebbero più guerre..
Sogno???
il 28 Agosto 2011

Guido (utente non registrato)
Democrazia è una parola grossa, magari ne riparliamo. Comunque, io ho visto (letto) e vedo molte democrazie dichiarare e sferrare guerre. Ora mi chiedo: cosa dobbiamo pensare di queste guerre?
In merito alle costituzioni democratiche: vogliamo parlare del nostro aricolo 11?
In merito al tuo "ovunque democrazia", garbatissimoa Viviana, che fare? Guerre finché ovunque non ci sarà democrazia? Magari come la nostra? (che c'ha l'art.11 e poi ...).
il 28 Agosto 2011

Viviana Governi (utente non registrato)
Aristotele diceva ''facciamo la guerra per poter vivere in pace'' e non avremo mai pace...
il 29 Agosto 2011

Guido Repetto
E questo scriveva Tacito:

Predatori del mondo, 
adesso che mancano terre alla vostra sete di devastazione, 
frugate anche il mare. 

Avidi se il nemico è ricco, 
arroganti se è povero. 

Gente che nè l'oriente nè l'occidente possono saziare. 
Solo voi bramate possedere con pari smania 
ricchezza e miseria. 

Rubano, massacrano, rapinano 
e con falso nome lo chiamano impero. 

Infine dove fanno il deserto, 
lo chiamano "pace". 

Voi credete che i romani abbiano in guerra 
un valore pari all'arroganza che assumono in tempo di pace? 

Paura e terrore sono vincoli d'affetto deboli; 
una volta venuti meno, 
chi cesserà di tremare proverà odio.

il primo Settembre 2011

Viviana Governi (utente non registrato)
dove fanno il deserto..lo chiamano ''pace'' ....
è rimasto solo l'odio ma non c'è più nessuno da combattere...solo noi stessi!!!
BELLISSIMA PAGINA QUESTA-----
 
il 3 Settembre 2011

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