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Tutti divi, nessun divo



di Mario Perniola

Isabella Rossellini in un video-ritratto di Robert Wilson

Isabella Rossellini in un video-ritratto di Robert Wilson





Il primo è stato Marx a sostenere che nella società comunista, nessuno ha una sfera di attività esclusiva, per cui tutti potranno essere artisti: infatti non essendovi divisione del lavoro, “non esistono pittori, ma tutt’al più uomini che anche, tra l’altro, dipingono”. Poi il poeta  Lautréamont sostenne: “La poesia deve essere fatta da tutti non da uno”.   Agli inizi del Novecento si fa un ulteriore passo avanti: secondo l’anarco-comunista polacco Makhaïski, la politica non deve essere fatta dagli intellettuali, ma da tutti. Sotto questo aspetto anticipa Berlusconi, il quale pensa che la politica può essere fatta da tutti. Poi con Dada è chiaro che non ci vuole nessuna particolare competenza artistica per fare un’opera d’arte.

Dagli anni Sessanta del Novecento in poi il professionismo è oggetto di una critica che non risparmia nessuna attività, nemmeno quelle artigianali e tecniche. Infine per Wahrol chiunque può essere famoso per un quarto d’ora. Siamo entrati nell’ultima fase del populismo, quella divistica. Facebook e altri social networks simili mettono il divismo alla portata di tutti.   Questa completa destabilizzazione del principio  su cui era basata la società moderna secondo cui “sapere è potere”, ha nella società euro-americana origini secolari. Nello stesso tempo in cui gli intellettuali (nelle tre forma di giornalisti, professori e  politici) sono diventati con l’Illuminismo gli uomini più influenti della nazione, si è innestata una tendenza opposta, la quale si manifesta già con la Congiura degli eguali (1796) di Babeuf e Buonarroti.

Quanto agli Stati Uniti, l’anti-intellettualismo è un fenomeno ricorrente che ha le sue radici profonde nelle sette del risveglio evangelico che identificano la verità col successo pratico e con l’operativismo. Si arriva così alla situazione attuale in cui ogni preminenza intellettuale è considerata come un attentato all’eguaglianza.

E ciò avviene in Italia più che altrove, perché, a differenza di altre nazioni, il Sessantotto ha trovato un terreno fertile per sviluppare i suoi aspetti più negativi: la confusione tra autoritarismo e autorevolezza, il vitalismo che considera la spontaneità un valore in sé, l’avversione nei confronti delle istituzioni,   l’individualismo senza freni, nonché l’ostilità per le prove di grandezza che vengono sistematicamente sostituite da prove di forza.   La destabilizzazione non ha risparmiato nemmeno il divismo: l’attore cinematografico, che ha costituito, per alcuni decenni, secondo Richard Dyer, il prototipo della star è stato detronizzato dagli atleti e dai cantanti e dai musicisti pop; alla fine anche questi appaiono destituiti dalla domanda fatale: “Perché lui o lei, e non io?” .   Infatti dal momento che tutti i criteri oggettivi di legittimazione e di riconoscimento sono saltati e qualsiasi tipo di riuscita mondana   suscita il sospetto di essere stato ottenuto mediante mezzi illeciti, illegali, immorali o manipolati, questa domanda è più che mai comprensibile.

Tuttavia  qualche volta, per caso o per imprevisti o per incapacità di gestione del malaffare, le cose non stanno in questi termini: se la demeritocrazia fosse universale, nulla potrebbe più funzionare. Osserva  Solženiczin che una delle cause del crollo del regime sovietico fu la “selezione all’incontrario”, attraverso la quale   le persone di maggior valore morale e intellettuale erano sistematicamente eliminate.
(Grazie a Mario Perniola. Editoriale del n. 22, ottobre 2012, della rivista Ágalma      

Parole chiave: mass media intellettuali divismo

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