uncommons

words



Agnelli di Dio e degli uomini



di Dario Del Corno


L'orrore di vedere un uomo là dove si poteva contemplare un cavallo!
E.M. Cioran, Il funesto demiurgo

 





Due cavalli stanno nella pianura coperta di cadaveri spogliati delle armi, in mezzo al fragore della battaglia: tengono il capo reclino e sembrano statue, tanto sono immobili. Ma dagli occhi versano lacrime cocenti, e le loro criniere si imbrattano di polvere e fango: piangono il loro dolce auriga Patroclo, ucciso da Ettore. Sono i divini destrieri di Achille, e Zeus ha pietà di vederli piagati dalla pena dei mortali – loro, intatti per sempre da vecchiezza e da morte (Iliade, XVII, 426-447).
 
Muore invece un cane, quando vede il padrone che ritorna dopo vent’anni alla propria casa; il suo ultimo gesto è un saluto con la coda – e questo palpito di gioia è il premio della lunga attesa, che lo ha ridotto a un corpo capace di muoversi, buttato sul letame, coperto di zecche. Ma soltanto a lui è dato il privilegio di riconoscere l’eroe Odisseo in quel mendicante vestito di stracci che, guardandolo, di nascosto si terge una lacrima (Odissea, XVII, 291-327).
 
Dopo molti e molti secoli, lungo le steppe e sui monti della Kirghisia corre una lupa dagli occhi blu pieni di luce, insieme al suo compagno forte e fedele. Ma per tre volte la matta bestialità degli uomini le stermina la nuova cucciolata; e anche il maschio viene ammazzato. Solitaria e disperata, aggirandosi presso le capanne degli uomini vede un bambino, e ritrova la sua tenerezza di madre: come sarebbe bello tenere con sé, nella tana deserta, quel cucciolo d’uomo! Lo carica in groppa, come fanno i lupi quando portano via un agnello dal gregge, e fugge verso quel sogno strano: ma una fucilata del padre uccide la bestia e il bambino (C. Ajtmatov, Il patibolo, 1986). (…)
 
Da sempre gli uomini hanno tentato di trasporre nei propri libri la misteriosa solidarietà, che credono e sperano di riconoscere nei silenti testimoni della loro vita, facendoli partecipi della tragedia di esistere. Ma anch’essi sono imprigionati nel linguaggio, con cui la specie umana esprime i suoi ragionamenti e le sue emozioni. Prestano agli animali la propria mente e il proprio cuore, e su questa simulazione inventano la poesia di un’immaginaria corrispondenza. Ma come veramente saranno le storie che gli animali, al di là di questo baratro muto e invalicabile, costruiscono intorno agli esseri che sono diventati i signori della loro vita? E soprattutto, cosa accade dentro di loro quando si guardano, corrono per inseguirsi e per  sfuggirsi, volano sopra il mondo, o si aggirano nel fondo degli abissi? Ma il demiurgo dell’universo non ha voluto, o saputo, inventare il tramite di una comunicazione fra l’uomo e l’animale; e questo vuoto non ammette altra eguaglianza dell’uno con l’altro, che non sia il puro fatto di vivere.
 
Con quest’omissione il demiurgo imperfetto ha squilibrato l’ordine del mondo nell’atto stesso in cui lo creava. Incapace di intendere la voce innocente degli animali, e di sentire nelle loro grida e nei loro gesti la paura, il dolore, il desiderio che sono la materia della sua stessa esistenza, l’uomo si è convinto che l’energia del suo intelletto gli conferisse il diritto di appropriarsi della vita di tutti gli esseri che popolano l’universo, e di servirsene per nutrire dapprima la necessità della sopravvivenza, poi l’eccesso dei suoi istinti. Per legittimare la propria violenza, ha conferito il precetto di usarla alla parola divina. Tremendo è l’annuncio dato dal cielo a Noè, quando esce dall’arca con tutti gli animali che ha salvato dal diluvio: «Paura e terrore di voi siano in tutte le creature del mondo: gli uccelli che volano nel cielo, e le bestie che vanno sulla terra, e i pesci del mare. Essi sono ora in vostro potere. Ogni animale che si muove e ha vita sarà il vostro cibo» (Genesi, 9, 2-3).
 
Immuni dall’arbitraria assolutezza della rivelazione, i Greci si rivolsero alla filosofia per fondare la supremazia dell’uomo sull’ordine della natura. È Aristotele ad asserire razionalisticamente la liceità dello sfruttamento totale di tutti i viventi: «Le piante esistono per gli animali, e gli animali esistono per l’uomo: quelli domestici perché ne faccia uso e si nutra di loro, e quelli selvatici, se non tutti almeno la maggior parte, perché se ne nutra e tragga da loro altri profitti … Poiché la natura non fa nulla che sia imperfetto o inutile, ne consegue che ha fatto tutti gli animali per l’uomo» (Politica, 1, 8, 1256 b).
 
Ma la filosofia possiede l’inestimabile vantaggio di ospitare anche opinioni contrarie; e Teofrasto si oppone a questa dura sentenza: «Se qualcuno sostenesse che, non diversamente che i frutti della terra, il dio ci ha dato anche gli animali per il nostro uso, è comunque vero che, sacrificando esseri viventi, si commette contro di loro un’ingiustizia, perché si fa rapina della loro vita … Si può dire che anche alle piante rubiamo qualcosa; ma questo furto non è commesso contro la loro volontà. Esse lasciano cadere i frutti anche se non le tocchiamo; e la raccolta dei frutti non comporta la distruzione delle piante, come avviene per gli esseri viventi quando perdono la vita» (De pietate, fr. 7 Pötscher).
 
La vita: quell’esaltante grazia di essere padroni del proprio corpo, dei suoi movimenti e delle sue sensazioni, la festa perenne di sentirsi avvolti dal palpito dell’aria, di volgere gli occhi alla luce! La morte è una necessità fisiologica, e un’ingiustizia metafisica, ma l’uomo che uccide per il proprio vantaggio è doppiamente ingiusto. Il modello della giustizia come struttura centrale dell’esperienza umana è propriamente greco; ma alla mente greca appartiene anche la rapinosa forza dell’utopia – e da questa risorsa scaturì il progetto di estendere la sacra garanzia della giustizia a tutti i viventi, per quanto eversive potessero riuscire le conseguenze nell’organizzazione tradizionale della vita. Occorrevano ardimento intellettuale e rigore di convinzioni per sostenere il diritto degli animali a non patire la sopraffazione degli uomini; ed era inevitabile che Plutarco, il più magnanimo dei Greci vissuti nella lunga fase dopo Alessandro, si impegnasse nella polemica con tutta l’energia delle sue qualità umane e culturali. (…)
Dario Del Corno, introduzione a: Plutarco, Del mangiar carne
 
 
 
PLUTARCO, DEL MANGIAR CARNE
Discorso I
 
1. Tu vuoi sapere secondo quale criterio Pitagora si astenesse dal mangiare carne, mentre io mi domando con stupore in quale circostanza e con quale disposizione spirituale l’uomo toccò per la prima volta con la bocca il sangue e sfiorò con le labbra la carne di un animale morto; e imbandendo mense di corpi morti e corrotti, diede altresì il nome di manicaretti e di delicatezze a quelle membra che poco prima muggivano e gridavano, si muovevano e vivevano. Come poté la vista tollerare il sangue di creature sgozzate, scorticate, smembrate, come riuscì l’olfatto a sopportarne il fetore? Come mai quella lordura non stornò il senso del gusto, che veniva a contatto con le piaghe di altre creature e che sorbiva umori e sieri essudati da ferite mortali?
 
Si muovevano le pelli, le carni muggivano
Sugli spiedi
Cotte e crude, e come di vacche si udiva una voce. (1)
 
Questo è invenzione e leggenda; nondimeno, è veramente mostruoso che un individuo abbia fame di esseri che ancora muggiscono, insegnando di quali animali ci si debba nutrire, mentre questi sono ancora in vita ed emettono la propria voce, e stabilendo determinati modi di condire, cuocere e imbandire le loro carni. Bisognerebbe cercare chi per primo diede inizio a pratiche simili (2), non colui che troppo tardivi pose fine. (…)



Note
(1) Omero, Odissea, XII, 395, sg. Il prodigio si verifica dopo che i compagni di Odisseo hanno scannato e cotto sugli spiedi le vacche sacre a Elios. Ai vv. 359-365 è riferita con crudi dettagli la preparazione dell’empio pasto.
 
(2) A detta di Plinio (N.H., VII, 209), il primo ad uccidere un animale sarebbe stato Iperbio, figlio di Marte, mentre Prometeo avrebbe per primo ucciso un bue.

Parole chiave: esseri animali esseri umani plutarco

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Alfredo (utente non registrato)
l'animale che è in me non riesce a leggere quest'articolo, riproverò un altro momento
il 16 Luglio 2013

Michela (utente non registrato)
Che bell'articolo ....come se ne leggono pochi.Il motivo potrebbe essere che la maggior parte delle persone non pensa affatto al danno che provoca nel nutrirsi di animali ,nel farli uccidere per loro,nel costringerli prima ancora ad una vita che vita non è..in allevamenti dove loro sono considerati solo in quanto pezzi di carne .Le persone non si interessano..per farlo occorrebbe sensibilità,attenzione,approfondimento.Qualcosa che è in netto contrasto con il modo di vivere di oggi ,per i più.
Invece i grandi della storia erano attenti a questo.A non togliere la vita,a non cibarsi di cadaveri.
"Verrà il giorno in cui gli uomini conosceranno l'intimo animo delle bestie e ,quel giorno,un delitto contro un animale sarà considerato un delitto contro l'umanità"
Leonardo da Vinci
il 17 Luglio 2013

Nome (*richiesto)

Email (*richiesta, non sarà pubblicata)


Attenzione! E' possibile inserire commenti di massimo 500 parole.


Registrati al sito, è gratuito e istantaneo!

condividi

Feed

   

archivio

accedi


Se non l'hai ancora fatto, registrati!
Hai per caso dimenticato la password?
benvenuto   Puoi accedere o registrarti.

gli ultimi articoli in words

rubriche

ultimi commenti

gli ultimi articoli pubblicati

i più letti

tag cloud

CHI E' UNCOMMONS Uncommons è © 2019 proprietà riservata Tramas Web