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Ah! Belle sartine d’Italia



di Guido da Verona

Foto Marcello Montesi

Foto Marcello Montesi

Quando sarò vecchio – e nel silenzio della fredda casa deserta – penserò alle donne che mi sorrisero – nella mia vita che fu azzurra – come una finestra aperta – e verrà la sera –  e nella triste lontananza d’una via quasi morta – suoneranno contro la mia porta –  a stormo – le campane  dell’Ave Maria –  e comincerò a sentire in me stesso – il peso della definitiva ombra – di queste immense cose che feci – di questo enorme fervore che mi arse – non rimarrà – tra le memorie sparse – che l’eco nella distante procella – e nel mio cuore canterà il nirvana – il tremore d’una stella – una danza di terra lontana – un fiore – un nome dimenticato – e sarete ancor voi – nelle distanze illusorie del passato – l’ultima cosa bella… – il solo fiore degno d’un canto – la rosa del mese di Maggio – che la strada mette all’incanto…


Belle sartine d’Italia, che andate per strada leggere nei tersi mattini d’Aprile, quando le vetrine dei mercanti vi fanno risplendere gli occhi e il cuore fragile vi trema udendo il passo d’un inseguitore, belle sartine d’Italia che siete il fiore d’ogni fiore, per voi, nella folle Quaresima, composi questa lettera d’amore.

E leggétela voi ridentemente co’ vostri occhi pieni di gioventù, voi che il Parnaso trascura ed io coltivo prodigiosamente.
Laonde mi sia lécito a cuor leggero, in questa mia prosaccia così trista e così mal travagliata, zeppa di vocaboli spurii e di figure in istile rococò, per voi disciogliere un inno, belle sartine d’Italia, ed umilmente cantare com’io posso la gloria delle infilatrici di refe.

Io dirò che quando vi alzate, la mattina, in un raggio di sole, coi vostri ciuffi pieni di garbugli e la bassa camicia trasparente che vi scoppia di riposata nudità, voi siete come le róndini, arruffate, quando vengono dall’oltremare.

Siete la giovinezza del mondo, quella non sfregiata dei rétori coi loro pesanti spondéi. In un limpido catino, in un piccolo specchio, con quattro forcelle, con un nastro di colore, forse con un leggero spòlvero d’una cipria che non viene da Coty, ecco, voi siete pronte, e ve ne andate per via, sui tacchi alti, muovendo l’anche, gentili e frettolose, con un rumore di gioventù.

Per strada la gente vi guarda passare – vi guarda passare come se ognuna di voi sembrasse un paniere – un fresco paniere di rose muscose con molta rugiada – che vanno per strada a farsi vedere. Siete come la luce che brilla nelle vetrine dei mercanti, siete una piccola frivola in utilissima cosa da nulla – in questa vita piena di artifici e di bugìe pesanti. E dirò che voi siete fatte per fiorire; – la vostra vita è come il filo – che passa nella macchina da cucire; i vostri occhi – distratti come la fortuna – traverso una piccola cruna – guardano la vita fuggire.

Tutto il giorno – sopra un canovaccio – col filo di refe, coi mazzi di seta – cucendo, ridendo – le fòrbici brillano – e cucendo pensate all’amore –oh come lente passano le ore 1… nell’ateliere si canta – nella strada c’è il sole – sotto le finestre urge la vita – e si ode frémere strìdere il ticchettio veloce assiduo della macchina da cucire; – il ditale brilla – nei capelli, sulle gonne, i fili di seta s’impìgliano – e lavorando si pensa all’amore – oh, come lente passano le ore!...
nella strada c’è il sole; – una di voi, più birichina – ripete cucendo, ridendo – il ritornello della maga Fougez –  e la maestra è molto severa, chissà, chissà, forse domani… (e non verranno le sette di sera?) sotto le finestre urge la vita – le stoffe di raso scintillano fra le dita sottili delle infilatrici di refe; – i mazzi di nero giaietto muovendosi fanno rumore – nelle fessure del pavimento s’infiltrano le perline di colore; – gli aghi, gli spilli, le risate tintinnano;

– (e la maestra è molto severa) un’altra legge furtiva la storia quasi azzurra della ballerina Mimi Bluette – (chissà, chissà, forse domani… e domani sarà forse l’amore…) finchè ridendo, cucendo – nella penombra dell’ateliere le stoffe diventano nere.

Giù per le scale, sui tacchi alti, muovendo l’anche, gentili e frettolose, con un rumore di gioventù. Fa quasi buio, la strada è vostra. Tutto brilla. Vi attendono gli amanti. L’anima scintilla. Nelle vetrine de’ gioiellieri bruciano le collane di brillanti.  Avete lavorato tutto il giorno per un umile tozzo di pane – oh come lente passano le ore!... – che fulgore mandano le collane!...
E questo magro pane di umiltà – che il dente luccicante incide con forza nella bionda crosta – quante ore di silenzio vi costa!...

Non importa. Non importa!... Nella strada c’è il sole – sotto le finestre urge la vita – e nessuno può ridere come voi, piccole infilatrici di refe!... Poi, chissà, chissà, forse domani… cucendo, ridendo –  c’è una sera in cui nasce l’amore –
 oh, come lente passano le ore!... – e non saprete nemmeno perché, ma camminando vi batte nel cuore il ritornello della maga Fougez…

Se questa che per voi composi, belle sartine d’Italia, non vi sembrasse per avventura una canzone, voi pregherete di farvene una qualche altro cantor di miserere, del quale son tenute in fiore le Muse del bel Novecento.

A lui direte ch’io stesso vi mando, e gli darete procura di farvi una canzone bella, che abbia sapore d’italianità schietta e coniata nel fiorentino stile del Trecento.
Ma non per nulla io risolsi di mandarvi questa mia sconnessa epistola, che a più d’uno fra i cantori dell’Olimpo darà qualche filo da tórcere.

Dolce cosa mi è con voi confondermi e di voi leggermente ire cantando, piccole clarisse del ditale, in questa gentile terra d’Italia, dov’io mi conforto di essere il vostro in castigabile poeta. Voi siete l infilatrici di refe, noi gli infilatori di cálami nell’avvelenato calamaio.

Voi cucite i panni addosso alle gentili donne della penisola, noi tentiamo in varie guise di scucirli, perché il lettore invogliato le contempli nel costume alquanto preistórico della dolce signorina Eva. Voi con l’ago veloce ricamate nelle morte stoffe un poco di vivente sogno; noi con queste penne che púngono a guisa di crinali, tentiamo in varie guise di difenderci da quelli che ci fan di gómito sul conteso banco del libraio.


Se a quel modo voi adoperaste l’ago come noi la penna, nei vostri atelieri avverrebbe  che vi cavereste gli occhi, belle sartine d’Italia. Ma certo voi sarete per chiedervi piccole frivole capinere, che idea balzana è mai questa di scrivervi una epistola così fatta, la qual sembra non abbia alcun nesso con le cose della macchina da cucire.

E certo voi sarete per dirvi che la storia della danzatrice Bluette, quella della incostante Loretta, quella del tetro don Mássimo con la bella figlia di Passodonato, e gli amori di Elena con Guelfo, di Novella col trágico avvelenatore, di Madlen con la bionda Litzine nella dolce terra di Guipuzcoa, e quella del folle marchese per l’Ebrea dagli occhi di smeraldo, son le cose che a voi non importa un fico se ottengan i plausi o le condanne della Santa Inquisizione letteraria.

Piácciono a voi, e tanto basta.
Io, fra l’altro, son fermamente persuaso che voi abbiate molto più criterio di un gran numero di eruditi sofisti e che in voi da tempo si rifugi tutto il senno e l’umanesimo della nazione. Perciò, se a voi quelle mie storie gárbano, io me ne dichiaro quanto mai soddisfatto, ed apertamente vi scrivo questa lettera per ringraziarvi della vostra fedeltà. (…)

Ma ora debbo, ahimè, spiegarvi per qual verso del tutto inatteso una epístola che mi manderà in rovina soltanto col numero dei francobolli, porti nella sua intestazione il vostro leggiadro nome, piccole sartine d’Italia.

Questo avvenne per colpa e merito di un illustre, ed anche a parer mio illustrissimo professore d lettere italiane, il quale, dopo aver raggiunto nel suo privato domicilio la gloria e l’immortalità, gli onori terrestri del secolo ad anche la considerazione di tutti i bidelli universitari, s’è adombrato assai più del necessario per quel po’ di mal nome ch’io son venuto rapinando nelle inumane lettere d’Italia.

Ond’egli, preso il destro ch’io misi fuori un libro fatto coi respiri della serena distanza e con certe lágrime che inumidirono la rúggine della mia vecchia ánima, mentr’io, nella primavera d’alcuni anni fa, mi trovavo appunto in Roma per far correre un amia splendente cavalla, mise fuori in un grande giornale della metrópoli un suo alquanto blenorrágico articolo, nel quale questo illustre, ed anche a pare mio illustrissimo professore di lettere italiane si permetteva non solo di giudicare e criticare l’opera mia – cosa ch’egli non ha senno bastevole per fare, – bensì anche di degradarne la paziente fatica e l’onestà ch’io posi in ogni parola che scrissi.

E l’argomento di quella sua tristissima dissertazione fu questo: – che il mio scrivere non entra nella natura dell’arte, non attinge a quel tanto d’umanesimo ch’egli invece a dismisura possiede, ma solo deve considerarsi merce adatta a dilettare gli ozii e le femminili prurigini vostre, belle sartine d’Italia.

O mie povere piccole frivole fruscianti limpide capinere, che letizia sarebbe mai questa, se almeno mi lasciassero in pace a cantare  e far l’amore con voi!...
Ma l’illuminato confratello, dopo una lunga filastrocca di variazioni tutte in si bemol, su l’ética, il proletariato intellettuale, il Bel Tenebroso e le signorine anche non colombelle, raduna tutto il suo umanesimo gonfio di francescane lettere per uscire in questa preziosa immágine, davvero gentile come l’anima di chi la scrisse, – immágine con cui paragona i miei libri, o la parte meno platonica di essi, «ad una latrina la quale si faccia chiamar closet.»

Come vedete, il bisticcio è elegante, l’argomento critico decisivo, e dimostra inoltre una profonda erudizione di lingue éstere. (…)

Questi uomini, questi malfidi uomini, questi rúvidi laceratori della tua soave treccia, Bluette,non mi hanno ancora dimostrato, con tanto scrivere, dove mai, davanti alla bellezza, tu ed io peccammo. Della tua leggera ghirlanda, intessuta con i fiori delle messe, io feci qualcosa più che una corona da baccanale notturno, di quelle che il vino e la danza e la maestria del violinista Limka sfogliavan sui rossi tappeti nel Bar de la Grande Ruoquine. In te misi trasparenza e profumo.

Ne’ tuoi fedeli occhi di Transalpina, colore di sogno e di firmamento, diffusi, mi sembra, quella luce che non tramonta. E quando il tuo bianco polso cárico di braccialetti alzava l’ésile stelo della coppa, onde il néttare traboccava, quando alla Città Dionisiaca offrivi la tua limpida nudità, e sul rumore babélico delle sue strade piene di tormento volava come un pulvíscolo d’oro il tuo scintillante nome, Bluette; quando eri la danzatrice gloriosa che aveva la più lunga treccia e il piede più sottile di Francia; quando passavi, tu, con i tuoi fedeli occhi di Transalpina, fra le insidie oscure dei palcoscenici e davanti ai semicerchi delle platée ch innamoravano di te; quando sei stata con le tue vive braccia la bianchissima catena del piacere, col tuo grembo stérile ma possente l’ánfora della perfetta voluttà, quali erano, di grazia, i ciechi e i sordi e gli opachi d’ogni senso di lirismo che potevano confondere il tuo mortal pellegrinaggio con le galanti avventure d’una sorella di Nanà?
Sacra eri, come in Alessandria ed in Efeso e per tutte le rive dell’azzurro nostro Mediterraneo sacre furono le cortigiane dalla carne stellata, le ingannatrici della pazienza di vivere, arpe vive in cui scintillano vibrando le músiche della vita.

Ma questo non intenderanno i molti uomini che non hanno mai incontrata, neanche per istrada, una donna che ti somigli, Bluette. Ora e più tardi, ciò che per noi fu sogno sarà  per essi derisione. Calpesteranno con le suole grevi delle lor scarpe di pessima fattura i fiordalisi azzurri disseminati sul drappo tuo di pórpora, divina Bluette.
Guido da Verona, Lettere alle sartine d’Italia

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