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Dove tutto finisce




Fin da bambino sognavo di andarci, in quel luogo dove tutto cominciava, dove tutto finiva. Ne sentivo parlare come di un nascondiglio, come di un tesoro.
 
 









Io, Charles Melville Scammon, comandante delJohn Dix, ho vissuto tutto questo. Io ho scoperto il segreto, io ho aperto per primo il passaggio verso quella costa sconosciuta, fino a quell’insenatura, quell’isola bassa, quel canale in cui, con l’alta marea, si accalcavano le balene gravide, impazienti di partorire nella acque dolci della laguna. Ho vissuto tutto questo come un sogno antico, che all’improvviso, come un lampo accecante, diventa realtà.
 
Nessuno, di tutti quelli che allora erano con me, l’ha più dimenticato, né Roys, né l’arpioniere di Nantucket, né quel ragazzo che cacciava per la prima  volta e che mi guardava come se avessi fatto qualcosa di proibito, di diabolico. Adesso, giunto al termine della mia esistenza, mi ricordo di ognuno di loro, e giuro che non può essere dato di vivere due volte quanto abbiamo vissuto,amen.
 
L’ingresso nella laguna, all’alba, a bordo della scialuppa, in mezzo agli innumerevoli corpi delle balene, grandi come divinità, le femmine già in posizione per partorire, che poi sollevano i loro piccoli per permettere loro di prendere il loro primo respiro. Allora la nostra scialuppa fendeva l’acqua pallida in silenzio, e intanto noi portavamo la morte. Dopo, di colpo, il clamore vorticoso degli uccelli, quando la laguna si colorava del sangue delle balene, si oscurava nella luce dell’alba.
 
La scialuppa fendeva l’acqua, e il cannone dell’Indiano lanciava l’arpione che entrava nel fianco delle balene, faceva schizzare ancora più sangue.
Non avevamo più anima, penso, non sapevamo più niente della bellezza del mondo. Eravamo ubriacati dall’odore del sangue, dal rumore della vita che fuggiva via con quel soffio. Adesso ricordo lo sguardo degli uomini. Come ho potuto non vederlo? Era uno sguardo determinato, privo di pietà.
 
Qualche volta una balena ferita trascinava la scialuppa nei fondali bassi, e dovevamo tranciare il canapo con l’accetta per non andare ad arenarci sui banchi di sabbia. Alcune balene sono morte lì, e le loro carcasse imputridivano come relitti.
 
Ricordo lo sguardo del ragazzo che era con noi. In quello sguardo c’era il fuoco di una domanda senza risposta. Adesso so qual era la domanda. Mi chiedeva, come si può uccidere ciò che si ama?
Eravamo i primi. Se non fossimo arrivati noi, chissà se altri avrebbero finito per trovare l’accesso a quel paradiso, il passaggio verso la laguna dove le balene venivano al mondo? Come si può distruggere un segreto? (…)
 
La laguna era un lago di sangue nell’alba invernale, un fiume rosso che bagnava le rive di pietra. La laguna non era più un segreto, non era più la mia. Era diventata una trappola in cui finivano le balene grigie, una trappola che le faceva morire coi loro piccoli appena nati. Quante migliaia di corpi trafitti, rimorchiati fino alle navi, attaccati ai ganci, fatti a pezzi sulle spiagge, trasformati in barili d’olio?
 
Quanti piccoli uccisi nel ventre delle loro madri? Le carcasse immense marcivano sulla sabbia, nei fondali della laguna, come navi naufragate. Se il mio sguardo non si fosse fermato, in quel fatale giorno di gennaio del 1856, su quell’insenatura nella costa desertica, seminascosta da un’isola di sabbia, esisterebbe ancora il ventre del mondo? Sarebbe stato preservato il segreto dell’origine del mondo? La laguna era così bella e vasta, nel centro della Terra, tra il cielo e il mare, tra il mare e la sabbia, là dove la vita poteva cominciare.
J.M.G. Le Clézio, Il posto delle balene





Parole chiave: letteratura balene

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