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Elementare, Tozzi



di Luca Martinelli

Quando rientrai nella mia camera, il piccolo Federigo era supino sul letto, immobile. Con gli occhi socchiusi fissava il gioco d’ombre informi proiettate sul soffitto dai fasci di luce che penetravano dalle stecche della persiana. Aveva il volto rilassato, quasi gioioso.
“Posso conoscere anch’io questa bella storia?”, domandai abbandonandomi in poltrona.
“Che cosa?”, gridò il bambino tirandosi a sedere con uno scatto simile a quello di una molla.
“Chiedevo se anch’io potessi essere deliziato dalla storia con la quale ti stavi svagando”.
“E lei come lo sa?”, chiese sbalordito.
Sorrisi. Non mi sembrò il caso di tediare il mio giovane e ingenuo assistente con le tesi con le quali, mio caro Watson, le argomentai la pratica della lettura del pensiero all’epoca dell’Avventura della scatola di cartone. Liquidai la questione con poche parole: “Oh, è una dote che ho sviluppato imparando ad osservare le persone”.
“Forse stavo sognando”, disse imbronciato Federigo. “E poi, non può sapere cosa mi frullava in testa”.
“Non avevi il respiro di chi stava dormendo”, replicai con pacatezza. “E so benissimo cosa ti passava per la mente: stavi immaginando una gita in campagna. Devono avertelo suggerito alcune ombre che si muovevano sul soffitto, del tutto simili a rigogliose chiome d’albero. Con te c’era qualcuno, direi una bambina, perché la gioia che ti si leggeva sul volto poteva essere prodotta soltanto da un bel gioco condotto con una persona che ispira dolcezza e tenerezza. E i maschi, si sa, non evocano questi sentimenti”.
“Sì, è vero…”, ammise con un bisbiglio. “Ero nell’aia della casa in campagna… con Ghisola… ero felice…”.
“Bene; adesso, però, è ora di tornare al lavoro. Ho un piccolo problema da risolvere e mi serve il tuo aiuto”, dissi con una certa gravità. “Devo assolutamente recuperare il mio bastone, e sarai tu a doverlo fare”.
Federigo si sistemò sull’attenti accanto alla poltrona, raccolse in assoluto silenzio le istruzioni per recuperare il bastone e immediatamente dopo sparì dalla stanza correndo.
L’esigenza di recuperare il mio bastone le sembrerà forse una stranezza, mio caro Watson, ma se riflette attentamente su quanto era accaduto quel pomeriggio si renderà perfettamente conto di quanto invece fosse vitale la missione che avevo affidato al mio assistente. Ci avevo rimuginato sopra durante il tragitto che dalla Lizza mi aveva riportato alla locanda. Il servitore di casa Becocci aveva negato categoricamente che il bastone in mio possesso appartenesse al suo padrone. Inoltre, non avevano accennato a riconoscerlo nemmeno la vedova Becocci, né il figlio Giacomo né la signora Sereni. La conclusione era elementare: il bastone non apparteneva alla vittima. Restavano gli stallieri, ma era difficile immaginare che uno di loro fosse il proprietario di un oggetto così costoso ed elegante.
Di chi era, dunque, il bastone? Perché si trovava nascosto sul luogo del delitto? Era forse dell’assassino stesso? Sì, era possibile. Nella furia della lotta poteva essergli sfuggito di mano. Caduto a terra, doveva poi essere rotolato fino a scomparire nella feritoia tra i due gradini. In questa eventualità, assai probabile, l’assassino lo avrebbe senz’altro voluto recuperare. Per eliminare una prova e, soprattutto, per evitare di essere identificato. E cosa sarebbe accaduto se al posto del suo bastone avesse trovato il mio? E se a trovare la mia mazza da passeggio fossero stati i carabinieri nel corso di un altro sopralluogo? Troppe incognite, Watson; troppi rischi inutili. Dunque, sebbene si trattasse di un oggetto del tutto anonimo, era meglio ritornare in possesso del mio bastone.
Il Palio di Sherlock Holmes, Luca Martinelli

Parole chiave: letteratura

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Eli Mcbett
il bastone era il mio che stavo sognando ad occhi aperti di te che saresti venuto a cercarmi
il 13 Marzo 2011

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