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Fine di un diavolo



di Patti Smith

Avevo chiamato l’ospedale per augurargli un’altra buonanotte, ma aveva ormai perduto conoscenza nelle spire della morfina. Ho tenuto stretta la cornetta e ho ascoltato il suo respiro affannoso attraverso il telefono, sapendo che non l’avrei sentito più.

Più tardi, in silenzio, ho messo un po’ di ordine tra le mie cose, il taccuino e la stilografica. Il calamaio cobalto che una volta era suo. La tazza persiana, il cuore di porpora, una scatolina per denti da latte. Ho risalito lentamente i gradini, li ho contati, quattordici in tutto, uno dopo l’altro. Ho rimboccato la coperta della bimba nel lettino, ho baciato mio figlio che già dormiva, poi mi sono sdraiata accanto a mio marito e ho recitato le preghiere. È ancora vivo, ricordo di aver sussurrato. Dopodiché mi sono addormentata.

Mi sono svegliata di buon’ora e mentre scendevo le scale ho capito che era morto. Tutto taceva, a eccezione dell’audio del televisore lasciato acceso durante la notte. Era sintonizzato su un canale culturale. Trasmettevano un’opera. Mi sono lasciata attirare dallo schermo mentre Tosca, con impeto e patimento, dichiarava la propria passione per il pittore Cavaradossi. Era una fredda mattina di marzo e mi sono infilata il maglione.

Ho sollevato gli avvolgibili e la luce è entrata nello studio. Ho lisciato il lino pesante che rivestiva la sedia e ho scelto un volume di pitture di Odilon Redon, l’ho aperto all’immagine di una testa di donna che galleggia in un mare minimo. Le yeux clos. Un universo non ancora mappato racchiuso dietro le palpebre esangui. Il telefono ha squillato e mi sono alzata per rispondere.

Era Edward, il fratello minore di Robert. Diceva di aver dato a Robert un ultimo bacio da parte mia, come mi aveva promesso. Sono rimasta immobile, paralizzata; poi, lentamente, come in sogno sono tornata alla sedia. In quel momento Tosca attaccava la grande aria Vissi d’arte. “Vissi d’arte, vissi d’amore.” Ho chiuso gli occhi e intrecciato le mani. La provvidenza aveva decretato in quale modo gli avrei detto addio.

New York, alla fine degli anni Sessanta, l’atmosfera è effervescente. Patti e Robert Mapplethorpe stanno passeggiando, sono in città per festeggiare l’estate indiana. Incrociano una coppia di anziani, che si  ferma ad osservarli stupiti. “Fagli una foto”, dice la donna. “Perché?”, risponde il marito, “sono soltanto ragazzini”. Just kids.
Just kids, Patti Smith

Parole chiave: new york

COMMENTI

Sono presenti 8 commenti per questo articolo

Lisa Roversi
Ben detto, ben intitolato: fine di un diavolo, del sesso, della fotografia, della vita
il 9 Febbraio 2011

(utente non registrato)
Bellissimo e struggente Grazie
il 9 Febbraio 2011

Gisella Fioravanti
Patti Smith e Robert Mapplethorp che si incontrano da ragazzi alla fine degli anni '60 a New York e diventano amici. quelle amicizie rare e pure. Che tutti sogniamo di avere. Tranne l'epilogo della fine di Robert, fotografo estremo. <3
il 9 Febbraio 2011

Patrizia Barbera
Una delle fotografie più belle di Mappelthorp è proprio quella in cui Patti Smith appare vestita di bianco, con due colombe in mano. Niente diavoli, niente sesso,solo poesia. Che può nascere dove non te lo aspetti.
il 10 Febbraio 2011

Evo Giunti
Infatti Patrizia la "poesia" non nasce nell'eden, in posti felici, ma ha le sue scintille nell'inferno. E quale posto è più infenale della terra degli uomini? :-)
il 10 Febbraio 2011

Patrizia Barbera
La poesia sta nello sguardo che siamo capaci di gettare sulle cose; io amo moltissimo la fotografia e credo che sia un mezzo insuperabile per ritagliarsi una possibilità di vedere il mondo con" l'occhio interiore", perchè, in verità la fotografia tu la vedi anche prima di mettere  la macchina tra te e la realtà.
il 10 Febbraio 2011

Daniela Agostini (utente non registrato)
mi colpisce lo scorrere parallelo degli avvenimente in casa la vita quotidiana continua altrove si ferma una vita e lei le vive contemporaneamente
il 10 Febbraio 2011

Maggie (utente non registrato)
lo adoro!!!! belle queste parole. ciao
il 10 Febbraio 2011

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