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Fischiettare filosofia



Di Anna Boncompagni

Dionisio di Filadelfia, Ornithiaca

Dionisio di Filadelfia, Ornithiaca




“Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere”. E’ questa forse la citazione più citata di Wittgenstein in assoluto. Frank Ramsey, suo giovane amico, matematico e logico brillante, aggiunse una volta con ironia: “Ciò che non si può dire non si può dire, ma non si può nemmeno fischiettare!”, alludendo all’abitudine che aveva Wittgenstein di fischiettare, e al fatto che in fondo aveva scritto un libro intero, il Tractatus logico-philosophicus, parlando, magari in modo indiretto, proprio di ciò di cui non si può parlare. E’ un’accusa frequente dei critici di Wittgenstein, infatti, che il Tractatus sia contraddittorio, perché da un lato sostiene che solo le proposizioni scientifiche, che riguardano i fatti del mondo, sono sensate, e dall’altro spende la maggior parte delle sue osservazioni a spiegare come devono essere fatte queste proposizioni, in questo modo uscendo dall’ambito che esso stesso aveva delimitato come sensato.

Ma allora, si può o non si può parlare della struttura del linguaggio, della struttura del mondo, dell’etica, dell’estetica, del mistico? C’è un modo per esprimere ciò che non si può dire direttamente? L’arte, la musica, per esempio, non fanno proprio questo? Un modo per rispondere a questa domanda è andare a vedere che rapporto aveva Wittgenstein con la musica e come ne ha parlato nei suoi scritti. Il ché significa, d’altra parte, seguire un consiglio esplicito di Wittgenstein, che diceva che per capire la sua filosofia era essenziale capire l’importanza che aveva la musica nella sua vita. Nientemeno.

Del resto la musica era sempre stata al centro e attorno alla sua famiglia. I musicisti più influenti dell’epoca, Brahms e Mahler per fare solo due nomi, frequentavano casa Wittgenstein. “Mia madre non riuscì mai a portare a termine una frase, se non al pianoforte”, affermò il filosofo una volta. Per il fratello Paul, pianista, che aveva perso un braccio in guerra, Ravel aveva scritto il Concerto per pianoforte per la mano sinistra, e non fu il solo – anche se sembra che Paul non trattasse per niente bene né i compositori, né le loro opere. Nel 1949, due anni prima di morire, mentre lavorava alla seconda parte delle Ricerche filosofiche, Wittgenstein confessò all’amico Maurice Drury: “Nel libro mi è impossibile dire una sola parola su tutto quello che la musica ha significato nella mia vita. Come posso sperare allora di essere capito?”. In questo senso, perché non fare della musica la chiave di lettura dell’intero pensiero di Wittgenstein? Sembra una via d’uscita che permette di dare conto allo stesso tempo delle continuità e delle discontinuità delle sue riflessioni.

In effetti, se anche la musica fa parte di ciò di cui non si può sensatamente parlare, nel Tractatus Wittgenstein le affida metaforicamente un ruolo essenziale. La frase, dice, è un’immagine di un fatto, un po’ come nella grafia geroglifica. Il segno e il fatto si assomigliano. Eppure, se pensiamo ad una frase scritta e a un fatto descritto, dove la vediamo la somiglianza? Che cos’hanno in comune questi segnetti sulla carta e il fatto che essi descrivono? Per esempio, dove la vediamo la somiglianza fra i tratti di inchiostro che compongono “il gatto è sul tappeto” e il nostro gatto, lì sul tappeto? Per farci avvicinare all’idea, Wittgenstein chiama in causa proprio la musica e ci invita a confrontare le note sullo spartito e i suoni che sentiamo. Qui effettivamente, anche se non c’è niente di intuitivo, vediamo (sentiamo?) una corrispondenza tra segni e suoni e in particolare tra le relazioni che hanno i segni tra loro e le relazioni tra i suoni. Il passaggio intermedio della musica, apparentemente un esempio secondario, è invece centrale nel percorso che ci porta dall’idea della frase come immagine dei fatti alla teoria raffigurativa del linguaggio nel suo complesso, uno dei temi fondamentali del Tractatus.

Ma la vicinanza tra linguaggio e musica rimane di vitale importanza anche negli scritti successivi, in cui Wittgenstein abbandona il linguaggio ideale e si lascia guidare nelle sue ricerche dal linguaggio quotidiano, dal nostro modo di parlare di tutti i giorni. Che cosa significa comprendere una frase? Niente di misterioso, niente di occulto avviene nella mente. Comprendere una frase è un po’ come afferrare una melodia. E come per comprendere una melodia dobbiamo far parte di una cultura, così per comprendere il linguaggio, per prendere parte ai giochi linguistici, dobbiamo far parte di una cultura, di una forma di vita. Anche in questo caso la vicinanza tra linguaggio e musica mette in luce uno dei concetto centrali del pensiero di Wittgenstein. E proprio l’appartenenza di un certo gusto musicale alla sua epoca, suggerisce un’estetica musicale wittgensteiniana che nel riflettere su che cos’è la musica e su che cos’è la bellezza richiami l’importanza del contesto culturale in cui l’espressione artistica e i giudizi estetici nascono.

Così, non solo la musica si rivela cruciale nella comprensione della filosofia di Wittgenstein: la filosofia di Wittgenstein a sua volta restituisce il favore, suggerendo nuove categorie interpretative alla riflessione sulla musica.
In conclusione e per tornare all’inizio, allora, su ciò di cui non si può parlare, si può fischiettare? Con la musica, si può andare oltre alle regole del linguaggio? In un certo senso è quello che hanno tentato di fare le avanguardie del Novecento, che Wittgenstein stesso per la verità mal sopportava. D’altra parte, lo stile di scrittura di Wittgenstein, rifiutando l’argomentazione filosofica tradizionale, disorientando i lettori troppo abituati al ragionamento deduttivo, ha messo in atto un’operazione non molto lontana dalle riflessioni sui limiti del linguaggio che le avanguardie artistiche hanno proposto. Cosa della quale, sembrerebbe, lo stesso Wittgenstein era almeno in parte consapevole quando scriveva: “Credo di aver riassunto la mia posizione nei confronti della filosofia quando ho detto che la filosofia andrebbe scritta soltanto come una composizione poetica”. 

Sembra quindi che la scelta di seguire il suggerimento di Wittgenstein, cercare di capire che cosa significasse la musica per lui, per capire il senso intimo della sua filosofia, dischiuda una visione nuova e sorprendentemente unitaria del suo pensiero, in grado di mettere in collegamento il tacere iniziale con il sentire e il vedere la varietà delle forme di vita attorno a noi. L’averlo messo in luce è il merito principale dell’agile ma profondo libretto di Piero Niro, pianista e studioso di estetica musicale, che ha ispirato queste righe: “Ludwig Wittgenstein e la musica”, Edizioni Scientifiche Italiane, 2008.

Parole chiave: musica filosofia wittgenstein

COMMENTI

Sono presenti 19 commenti per questo articolo

Rosario Gianino
Ciao Anna,
 Vorrei postillare il tuo articolo con queste considerazioni:

Questa inesprimibilità dell'essenza del linguaggio, che Wittgenstein ha pensato di avvicinare attraverso la collocazione "trascendentale" -chiamiamola così -  dapprima della dimensione logica della lingua e poi della sua dimensione pragmatica e antropologica, è veramente l'eredità più preziosa e importante per  chi considera l'attività della riflessione come capacità di arrivare ai limiti del pensabile.
Il "Mistico" non è semplicemente un tema della riflessione pensante, come altri, tutt'altro; esso è la denominazione di ciò che la riflessione deve essere capace di esibire e mostrare per essere all'altezza del compito che le impone la sua natura di riflessione critica: toccare e perimetrare i confini.
"Mistico" non è semplicemente la qualità di un oggetto tra gli altri possibili. Il termine avvicina all'esigenza richiesta oggi alla scrittura del pensiero critico che vuole non essere meramente funzionale o tecnico. Questo carattere "stilistico" e "compositivo" della scrittura riflessiva, per diverse vie lo si nota nella questione del senso dell'essere in Heidegger o negli studi sulla lingua e sul messianesimo di Benjamin.
La "cosa stessa" del pensiero è questo inesprimibile, che non è nè un segreto nè un mistero, nè un mondo dietro il mondo, nè un Dio barbuto, nè una Ragione fondante, nè un mitologema nè un sofisma, e che pure, nel proprio storicamente progressivo svuotamento figurale, forse anche nichilistico, è l'orizzonte entro cui noi ci parliamo, ci intendiamo e capiamo e comprendiamo l'altro da noi stessi.
La genialità eccezionale di Wittgenstein è l'aver, all'interno delle sue geometrie espressive "povere" e "nude", senza alcuna tradizione autorevole che non fosse quella in fondo epigona e declinante, essere arrivato a mostrare questa nuovissima condizione del pensare. 
Da lì si riparte. 
il 26 Marzo 2011

Giuseppe G Carchidi
Grazie Anna, con quanto tu dici ( e descrivendolo) molto bene mi par di capire che il nostro W. sia stato un musicista mancato, un filosofo non del tutto centrato sull'esserlo, e come conseguenza inconcludente con sufficienza. Mi trovo più concorde con l'idea espressa da Cacciari  la filosofia termina con Hegel . 
il 26 Marzo 2011

Anna Boncompagni
Grazie a voi, Rosario, Giuseppe, e grazie a Piero Niro, che spero di ave ben interpretato... Mi piace, Rosario, la tua idea del mistico, poetica e precisa al tempo stesso, mi sembra che stia proprio lì, sul limite fra il trascendentale e il trascendente. L'orizzonte. Come l'aria che respiriamo: senz'aria non vivremmo, ma non ci viene mai in mente di dire che l'aria è una gabbia; è libertà molto più che costrizione. E per riprendere quello che dice Giuseppe: forse bisogna proprio essere un po' decentrati, eccentrici, per vederlo, un po' extraterrestri...
il 26 Marzo 2011

Rosario Gianino
Grazie a te Anna. Controfirmo, almeno quella, l'ultima affermazione di Giuseppe. Ma non in contraddittorio col genio di Wittgenstein. il Mistico è una figura, ambigua e ardua, dell'Absolut.
il 26 Marzo 2011

Rosario Gianino
Non per niente Cacciari ha scritto questo:

"L'Itinerarium mentis in Deum è l'itinerario al sapere che la singolarità della cosa, condizione di ogni sua determinabilità, è l'Inesprimibile". Cacciari, Della Cosa ultima, p. 440.

"Nessuna porta sbarrata; essere iniziati è comprendere l'Aperto: l'evidenza della singolarità dell'ente, di ogni ente, e che proprio essa , ciò che massimamente vediamo, massimamamente sfugge alla rete delle definizioni" ibidem, p.444.
 
Anna, dai, si fischietta un po' qualche motivetto !
il 26 Marzo 2011

Giovanni (utente non registrato)
Ciao! Pubblico qui il mio interrogativo sulla bacheca di Filosofia in risposta a questo articolo ivi postato da Francesco Panaro e mi piacerebbe conoscere vostri commenti, grazie!
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 ( Francesco), credo di aver capito che Wittgenstein sottoponeva anche il linguaggio musicale all’esame di proposizioni: cioè come avrebbe dovuto essere questo linguaggio musicale secondo le precise regole “logiche” del suo Tractatus? 

Ma se la musica è libertà di espressione illimitata ed infinita, come può essere ridotta ad una proposizione logica? Il linguaggio non solo musicale, ma anche poetico e gestuale non sono concretamente e metafisicamente una comprensione profonda dell’universo? Sto sbagliando?

il 27 Marzo 2011

Giovanni Peroncini
Sono lo stesso Giovanni di prima, scusa. Grazie!
il 27 Marzo 2011

Eli Mcbett
Su ció di cui non si puó parlare. si deve quantomeno cercare di parlare.
Non dovrebbe esserci argomento su cui "non si possa parlare".
Comunque saper ascoltare anche aiuta...
"...
Devo parlare, espressione vaga.
Devo parlare, non avendo niente da dire, all'infuori delle parole altrui...
Non volendo parlare, devo parlare...
devo bere il mare, dunque c'è un mare...."
Samuel Beckett

il 27 Marzo 2011

Giacomo Galletti (utente non registrato)
Semplificando, in fondo, la musica è un linguaggio così come lo è la pittura così come lo è l'espressione corporale così, come in fondo, lo è anche il linguaggio (parlato/scritto)... e chissà quante altre cose.
Il linguaggio, poi, non è che lo strumento dell'espressione, che a sua volta è il collegamento necessario tra l'individuo e il mondo in cui è gettato.
Per questo mi piace di più un motto del tipo: "Ciò su cui non ci si sa esprimere, maglio tacere", indipendentemente da tutto il resto. 
il 3 Aprile 2011

Eli Mcbett
grrr ... non ci si sa, non ci si vuole, non ci si puó, non ci si deve esprimere?
http://www.youtube.com/watch?v=vDYNztdcRtk
il 3 Aprile 2011

Gianluca Zoni
“Ciò che non si può dire non si può dire, ma non si può nemmeno fischiettare!”  è una forzatura dogmatica inaccettabile. È infatti sufficiente controbattere che ciò che si può fischiettare non lo si può dire o, come diceva il pittore Francis Bacon: "se puoi parlarne perché lo dipingi?". Il "mistico" non è nulla di trascendente: è l'opacità del fuori del linguaggio, il rapporto di forze che opera nel linguaggio, e percepirlo è la cifra dell'esternalismo (che anche Wittgenstein sembra esprimere, ma fino a che punto?). Gilles Deleuze scriveva di Foucault: «Ritengo che in Foucault la piega in quanto ripiegamento assuma un aspetto completamente nuovo, pur mantenendo la sua portata ontologica. Innanzi tutto, in Heidegger e in Merleu-Ponty la piega dell'essere supera l'intenzionalità solo per fondarla in una dimensione diversa: quindi il Visibile e l'Aperto non si danno mai a vedere senza far anche parlare, poiché la piega non costituirà il sé-vedente della vista senza costituire anche il sé-parlante del linguaggio, al punto che è sempre lo stesso mondo che si parla nel linguaggio e si vede nella vista. In Heidegger e Merleu-Ponty la Luce apre tanto un parlare quanto un vedere, come se i significanti abitassero il visibile e il visibile mormorasse il senso (NOTA: per Heidegger la Lichtung è l'Aperto non solo per la luce e il visibile, ma anche per la voce e il suono. Lo stesso vale per Merleu-Ponty. Foucault rifiuta nel loro insieme queste connessioni). Ma per Foucault non può essere così: per lui l'Essere-luce rimanda alle visibilità, e l'Essere-linguaggio agli enunciati. La piega non potrà rifondare un'intenzionalità, poiché l'intenzionalità scompare nella disgiunzione tra le due parti di un sapere che non è mai intenzionale». «TRA PARLARE E VEDERE, TRA IL VISIBILE E L'ENUNCIABILE, C'È DISGIUNZIONE: "CIÒ CHE SI VEDE NON STA MAI IN CIÒ CHE SI DICE" E VICEVERSA. LA CONGIUNZIONE È IMPOSSIBILE A UN DOPPIO TITOLO. L'ENUNCIATO HA UN PROPRIO OGGETTO CORRELATIVO E NON È UNA PROPOSIZIONE CHE DESIGNA UNO STATO DI COSE O UN OGGETTO VISIBILE, COME VORREBBE LA LOGICA [NOTA MIA: secondo me è possibile una logica del visibile, ma di natura differente, irriducibile alla sequenza alfabetica. Qui Deleuze si riferisce alla logica in senso tradizionale, infatti lui stesso ha cercato, per esempio, -da fuori- una logica della sensazione analizzando la pittura di Francis Bacon]; IL VISIBILE NON È COMUNQUE UN SENSO MUTO, UN SIGNIFICATO POTENZIALE CHE SI ATTUALIZZA NEL LINGUAGGIO, COME VORREBBE LA FENOMENOLOGIA. L'ARCHIVIO, L'AUDIOVISIVO, È DISGIUNTIVO»[Gilles Deleuze in "Foucault"] ___Propongo di valutare fino a che punto anche Wittgenstein sia disposto a liberarsi del LOGOCENTRISMO tipico di ogni concezione del pensiero come "verbalizzante": pensare e parlare sono la stessa cosa? ...oppure esistono regimi semiotici (e di pensiero) esterni al parlare, irriducibibili alla parola, come il fischiettare?
il 7 Aprile 2011

Eli Mcbett
Questo
"dire" / "non dire, ma immaginare (che poi sarebbe anche vedere per qualcuno)", mi fa adesso pensare alla differenza tra linea e  cerchio, o meglio, tra linea e sfera.
Pensare come possa la parola (linea) rappresentare l'immagine (sfera) e viceversa.
Ne risulta un gioco che probabilmente altri prima di me hanno giocato ... Qualcuno conosce le regole?
il 7 Aprile 2011

Piero Niro (utente non registrato)
Ringrazio vivamente Anna Boncompagni per quest’articolo che, in maniera molto chiara ed efficace, focalizza anche alcune problematiche che scaturiscono dalle pagine del mio libro su Wittgenstein e la musica.
Grazie anche a Francesco Panaro e a tutti gli utenti che hanno commentato l’articolo proponendo spunti di riflessione particolarmente interessanti.
Rimanendo nel circoscritto àmbito che riguarda il pensiero di Wittgenstein relazionato alla esperienza musicale, vorrei riferirmi ad alcune osservazioni presenti nel mio libro che mettono in evidenza alcune questioni collegabili soprattutto con gli sviluppi del pensiero wittgensteiniano successivi al Tractatus:
 
«Wittgenstein, negli scritti successivi al Tractatus, ha individuato, con sempre maggiore chiarezza nelle proprie osservazioni, la necessità di analizzare i concetti e i contenuti specifici dell’estetica collocandoli nei contesti linguistici, culturali e sociali di appartenenza e relazionandoli soprattutto agli usi linguistici; questi ultimi necessariamente, a causa della loro complessità, richiedono il riferimento a forme di analisi e di descrizione capaci di render conto del fatto che, nelle diverse età e nei diversi contesti delle attività di comunicazione, si giocano giochi linguistici molto diversi. Spesso, nella ricerca di Wittgenstein, il riferimento privilegiato di questa impostazione concettuale è trovato nel linguaggio e nel gusto musicale: «ciò che appartiene a un gioco linguistico è un’intera cultura. Nel descrivere il gusto musicale devi descrivere se i bambini dànno concerti, se li dànno le donne oppure solo gli uomini, ecc. ecc.».[1]Queste considerazioni non sono intese da Wittgenstein in una dimensione analitica parziale e limitativa che tradisca la complessità dell’esperienza artistica sottoponendola unicamente ad una forma di determinismo sociologico e attuando scientificamente una correlazione dell’espressione estetica al contesto sociale. La relazione tra gioco linguistico e forma di vita è esplicitamente dichiarata affermando che «la parola “gioco linguistico” è destinata a mettere in evidenza il fatto che il parlare un linguaggio fa parte di un’attività, o di una forma di vita»,[2]ma non è una relazione facilmente semplificabile anche perché nel concetto wittgensteiniano di forma di vita coesistono non solo aspetti culturali ma anche aspetti naturali che coinvolgono fatti fisiologici, biologici e psicologici della specie umana. Anche rispetto a questo, l’esperienza musicale, che vede una intricata coesistenza di aspetti storici, estetici, culturali, antropologici, psicologici, fisici e biologici, non può ridursi ad una sola forma di «competenza musicale». Basti pensare, e questo trova riscontro in molte osservazioni di Wittgenstein sul linguaggio musicale (oltre che nella sua breve ma pionieristica esperienza di psicologo sperimentale studioso del rapporto tra percezione e comprensione delle strutture ritmiche della musica), alle molteplici forme di competenza musicale che possono interagire nella comprensione di un brano musicale. All’interno di questo ragionamento si può cogliere, in un’ottica wittgensteiniana, come nell’esperienza musicale generalmente intesa, sia ipotizzabile una molteplicità di giochi linguistici i quali fanno riferimento ad aspetti molto diversificati non solo della «competenza musicale» ma anche delle forme di vita le quali, storicamente o antropologicamente, rispetto ad essi sono relazionabili.»
(Piero Niro - Ludwig Wittgenstein e la musica. p. 23-25)

[1]Ludwig Wittgenstein, Lezioni e conversazioni sull'etica, l'estetica, la psicologia e la credenza religiosa, p. 63. [2]Ludwig Wittgenstein, Ricerche
il 7 Aprile 2011

Mcbett (utente non registrato)
http://www.youtube.com/watch?v=zMhiL8nlOrg
il 18 Aprile 2011

Mcbett (utente non registrato)
Georg Büchner's sentence: "Hören Sie denn nichts? Hören Sie denn nicht die entsetzliche Stimme, die um den ganzen Horizont schreit und die man gewöhnlich die Stille heißt?". Italian translation: "Non sentite? Non sentite la terribile voce, che grida da tutto l'orizzonte e che l'uomo solitamente chiama silenzio?"
il 20 Aprile 2011

Mcbett (utente non registrato)
http://www.youtube.com/watch?v=hex6IErt9do&feature=related
il 21 Aprile 2011

Tiziana Bonfili
Quando vedi un bambino o una bambina giocare con la schiuma da barba, insieme a 7-8 compagne su un tavolo predisposto con un quantitativo sufficiente di quella sostanza, ti accorgi che la sua libertà creativa differisce di gran lunga da quella dell'adulto. Con la sua espressività libera, mossa dal suo pensiero concreto, soprattutto nella fascia d'età 0-6 anni, pensiero corporeo oserei dire, il materiale gli fornisce esperienze plastiche, grafiche, di soffio (e la schiuma appena predisposta ancora vola soffice), di sensazione,  di parola, di ritmo .......( è anche lì, nel ritmo, che il piccolo utilizza a volte la parola). E mentre fa l'esperienza, spinto da una "pulsione conoscitiva", contemporaneamente crea e disfa la sua creazione sperimentando sensi....., per rincorrere un'emozione successiva, vitale, ed il suo senso.  Crea e costruisce il pensiero in un tutt'uno, la parola, ma la lascia libera senza timore di potersi contraddire, anzi ricercando a volte proprio la contraddizione. L'adulto che accompagna, che è presente alla "ricerca" deve imparare ad attenersi ad un protocollo preciso per non sovrastare, bloccare, limitare, perchè il bambino non impari ad essere etero diretto e dipendente sia nel suo modo di essere che nel pensiero. L'adulto deve saper restare aperto ad ascoltare il miracolo della prima scoperta, rinviare un input piccolo piccolo solo se richiesto. Un' accortezza estrema gli serve per non condizionarlo col proprio limite mentale, con la rigidità dei suoi credo, rispettando l'evoluzione della vita . La schiuma è uno degli strumenti più straordinari per poter percepire il non limite del pensiero e il suo collegamento con la creazione, con l'espressione globale. Ho visto una bambina battere alternativamente le mani ricolme, sulla schiuma, e produrre il suo tempo per sostenere un motivetto che soddisfatta canticchiava manipolando. Che spettacolo!
La troppa competenza dell'adulto limita troppo spesso la creazione ed il bisogno di spiegarsela spesso la fissa, la pietifica, la disperde in un involucro chiuso, senz'aria e senza possibilità d'evoluzione, come in una gabbia. Così muore la farfalla battendo sulle pareti e l'armonia del suo volo.            
il 19 Giugno 2011

Cassandra00 (utente non registrato)
bell'articolo e anche gli interventi!!
l'unica cosa che vorrei aggiungere e che non riguarda nè l'articolo nè gli inteventi, ma molti..... troppi altri.... è:

prima di mettere in moto la bocca controllare che il cervello sia acceso

il 26 Giugno 2011

Daniele Pecchioli (utente non registrato)
Se prendessimo sul serio Wittgenstein, l'aforisma  "dovrebbe valere non solo per cio' che e' al di la' dell'esperienza sensibile, ma per quasi tutti gli oggetti di sensazione. Infatti, nulla di quanto vediamo, sentiamo o tocchiamo puo' essere adeguatamente espresso a parole. Quando diciamo "L'acqua e' fredda" noi non parliamo dell'acqua o del freddo per il modo in cui essi si danno ai nostri sensi. E non e' per l'appunto questa discrepanza tra le parole, l'elemento in cui noi pensiamo, e il mondo delle apparenze, l'elemento in cui noi viviamo, ad averci condotto alla filosofia ed alla metafisica?" . La riflessione e' di Hannah Arendt in "Il pensiero e le considerazioni morali". E aggiunge: "L'unica differenza e' che all'inizio - in Parmenide ed in Eraclito- era il pensiero, inteso come nous o logos, che si riteneva potesse raggiungere il vero Essere, mentre alla fine l'accento si spostera' dal linguaggio alle apparenze, e poi alle loro percezioni sensibili ed alle loro protesi, con le quali noi possiamo potenziare e affinare i nostri cinque sensi. In questa prospettiva, allora, non sorprende che ponendo l'accento sul linguaggio, si sacrifichino le apparenze e vceversa, ponendo l'accento sulle sensazioni, si sacrifichi il pensiero". Musica e poesia, suoni e parole, un pensiero alla ricerca del senso perduto....
il 4 Gennaio 2012

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