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Giornata di un uomo solo



di Javier Marías


Donna che osserva il dipinto Nighthawks di Edward Hopper

Donna che osserva il dipinto Nighthawks di Edward Hopper




Quando sei da solo, quando vivi solo e oltretutto all’estero, ti concentri enormemente sul secchio della spazzatura, perché può finire per essere l’unica cosa con cui intrattieni un rapporto costante, o, meglio ancora, un rapporto di continuità. Ogni sacchetto nero di plastica, nuovo, brillante, liscio, da inaugurare, produce l’effetto dell’assoluta pulizia e dell’infinita possibilità. Quando lo metti a posto, di sera, è l’inaugurazione o la promessa del nuovo giorno: tutto deve ancora accadere. Quel sacchetto, quel secchio, sono a volte gli unici testimoni di quanto accade durante la giornata di un uomo solo, ed è lì che si vanno a depositare i resti, le tracce di quell’uomo durante lo scorrere del giorno, la sua metà scartata, ciò che ha deciso di non essere e non tenere per sé, il negativo di ciò che ha mangiato, di ciò che ha bevuto, di ciò che ha fumato, di ciò che ha usato, di ciò che ha comprato, di ciò che ha prodotto e di ciò che gli è arrivato.

Alla fine di quel giorno il sacchetto, il secchio, sono pieni e sono confusi, ma li ha visti crescere, trasformarsi, formarsi in un rimescolamento indiscriminato di cui, tuttavia, quell’uomo non soltanto conosce la spiegazione e l’ordine, ma il cui stesso indiscriminato rimescolamento è l’ordine e la spiegazione dell’uomo. Il sacchetto e il secchio sono la prova del fatto che quel giorno è esistito e si è accumulato ed è stato leggermente diverso dal precedente e da quello che seguirà, sebbene sia altrettanto uniforme e ne sia visibile il legame con entrambi. È l’unico riscontro, l’unica prova o conferma del trascorrere dei quell’uomo, l’unica opera che quell’uomo ha realmente condotto a termine. Sono il filo della vita, e anche il suo orologio. Ogni volta che ti avvicini al secchio e ci butti dentro qualcosa, di nuovo vedi e prendi contatto con le cose che ci hai buttato dentro nelle ore precedenti, e questo è ciò che ti dà un senso di continuità.

Il tuo giorno è scandito dalle tue visite al secchio della spazzatura, e lì dentro vedi il barattolo di yogurt alla frutta con cui hai fatto colazione, e quel pacchetto di sigarette in cui all’inizio della mattina ne rimanevano soltanto due, e le buste adesso vuote e strappate arrivate con la posta, le lattine di coca-cola e il truciolo di una matita a cui hai fatto la punta prima di cominciare a lavorare (anche se poi scriverai con la penna), i fogli appallottolati che hai giudicato imperfetti o sbagliati, l’involucro di cellophane che ha contenuto tre sandwich, i mozziconi rovesciati numerose volte dai portacenere, i batuffoli di cotone imbevuti di colonia con cui ti sei rinfrescato la fronte, il grasso della carne fredda che hai mangiato distrattamente per non interromperti, gli appunti inutili che hai preso in facoltà, una foglia di prezzemolo, una di basilico, carta argentata, i pelucchi, le unghie che ti sei tagliato, la buccia annerita di una pera, il cartone del latte, il flacone della medicina finita, i sacchetti inglesi di carta grezza e rigida che usano i mercanti di libri vecchi.

Tutto si stringe e si concentra, si copre e si fonde, e così si trasforma nel tratto percettibile – materiale e solido – del disegno dei giorni della vita di un uomo. Chiudere e legare il sacchetto e portarlo fuori significa comprimere e concludere la giornata, che forse sarà stata punteggiata soltanto da quei gesti, dal gesto di buttar via rifiuti e mondature, il gesto di prescindere, il gesto di selezionare, il gesto di discernere l’inutile. Il risultato del discernimento è quell’opera che impone il proprio termine: quando il secchio trabocca è conclusa, e allora, ma soltanto allora, quel che c’è dentro sono scarti.

Ho iniziato a concentrarmi quotidianamente sul secchio della spazzatura e sul progredire delle sue metamorfosi circa un anno dopo la notte che ho appena ricordato, quando, per diverse ragioni di cui parlerò in un altro momento, vedevo Clare Bayes meno di quanto desiderassi (e non l’avevo sostituita), e il mio lavoro nella città di Oxford si era ridotto se possibile ancora di più (o forse lo seguivo in modo sempre più meccanico). Ero più solo e senza nulla da fare, e la fase della scoperta si era conclusa da tempo. Ma già prima, sin dall’inizio, mi concentravo molto sul secchio durante i fine settimana, perché, in effetti, le domeniche in Inghilterra non sono semplici e smorte domeniche che, come in tutti i posti, bisogna attraversare in punta di piedi senza richiamarne l’attenzione e senza badarci minimamente, ma domeniche esiliate dall’infinito, come mi sembra abbia detto Baudelaire.

Javier Marías, Tutte le anime




Grazie a Clara Crescioli per la scelta del brano e la trascrizione.

Parole chiave: javier marías francesco panaro matarrese

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Sandra Di Pietro
molto bello questo pezzo, denso di tutto il dramma della nostra quotidianità, che è banale , ma non occorre fare grandi cose per sentire lo sgretolarsi del tempo e della vita. Il sacchetto della spazzatura che cresce anche per me è sempre un paradossale oggetto di riflessione... Io lo chiamo confidenzialmente Amedeo, perché mi ricorda il titolo di una sublime commedia di JONESCO, "Amedeo o come sbarazzarsene" . In fondo il nostro sacchetto della psazzatura cresce sempre e dobbiamo comunque inevitabilmente trovare il modo di sbarazzarcene!!!
.... E comunque, nonostante tutto,... BUON 2015!!!
il 31 Dicembre 2014

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