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Goethe e i Lestrigoni



di Francesco Panaro Matarrese

Ma non appena ebbi menzionato l’anfiteatro di Verona, che nel paese è conosciuto col nome di Arena, l’attuario, che nel frattempo aveva riflettuto sulla faccenda, osservò che questo era ben comprensibile, dato che si trattava d’un monumento romano noto in tutto il mondo, mentre in quelle torri non c’era nulla di notevole, salvo che di lì passava il confine fra il territorio veneziano e l’impero austriaco, e perciò non dovevano circolarvi spie.
 
Io replicai, con abbondanza d’eloquio, che non solo erano degne d’attenzione le antichità greche e romane, ma anche quelle medievali; e non era certo biasimevole che loro non sapessero scorgere tante bellezze pittoresche in una costruzione che conoscevano fin dall’infanzia.
 
In quel momento, per fortuna, il sole mattutino metteva in magnifica luce la torre, le rocce e le mura, sicché presi a descrivere con entusiasmo lo splendido quadro. Ma poiché le cose che andavo magnificando stavano alle spalle del mio pubblico, e questo d’altra parte non voleva perdermi d’occhio, tutti insieme, simili a quegli uccelli chiamati torcicolli, volsero il capo a guardare con i loro occhi ciò che io decantavo ai loro orecchi; lo stesso podestà, sebbene un po’ più dignitosamente, si voltò ad ammirare il panorama descritto.
 
La scena mi parve così gustosa da raddoppiare la mia facondia, tanto che non feci grazia di niente, in particolare dell’edera che in tutti quei secoli aveva avuto il tempo di rivestire rocce e muraglie.
L’attuario ribatté che le mie erano belle parole, ma l’imperatore Giuseppe era un sovrano poco pacifico, che senza dubbio macchinava qualche altro brutto tiro contro la Repubblica di Venezia; io potevo magari essere un suo suddito, con l’incarico di spiare intorno ai confini.
 
«Ben lungi» esclamai « dall’essere soggetto all’imperatore, posso vantarmi al pari di voi d’essere cittadino di una repubblica, che, anche se non può paragonarsi per potenza e per grandezza al serenissimo stato veneziano, tuttavia si governa da sé e non è seconda a nessuna città tedesca per attività mercantile, ricchezza e saggezza dei suoi reggitori. Io sono nativo, infatti, di Francoforte sul Meno, una città la cui fama e rinomanza è certamente giunta sino a voi.»
 
«Di Francoforte sul Meno!» esclamò una graziosa giovane donna; «ma allora lei, signor podestà, può chiarire subito chi sia questo forestiero, che a me sembra un uomo dabbene; faccia venire Gregorio, che è stato per molto tempo a servizio laggiù, e lui saprà risolvere la questione meglio di tutti.»
 
Già era aumentato intorno a me il numero delle facce ben disposte, quello sgarbato che m’aveva apostrofato per primo era scomparso, e la situazione volse interamente a mio favore quando arrivò Gregorio. Era costui un uomo sulla cinquantina, una bruna, caratteristica faccia da italiano.
 
Parlava e si comportava come chi non si sente estraneo a ciò ch’è straniero; mi raccontò subito che aveva fatto il servitore in casa Bolongaro ed era lieto di udire notizie di quella famiglia e di quella città che ricordava con piacere.
 
Per un caso fortunato era vissuto a Francoforte negli anni della mia adolescenza: ebbi così il doppio vantaggio di poter rievocare esattamente com’era la città al tempo suo e di dirgli come fosse cambiata in seguito.
 
Gli parlai di tutte le famiglie italiane colà viventi, nessuna delle quali m’era sconosciuta, e lui fu molto compiaciuto di ascoltare certi particolari, per esempio che il signor Allesina aveva festeggiato nel 1774 le nozze d’oro e che nell’occasione era stata coniata una medaglia che possedevo anch’io; egli ricordava assai bene come la consorte di quel ricco commerciante fosse una Brentano di nascita.
 
Fui anche in grado di dargli notizie dei figlie e dei nipoti di quelle famiglie: come erano cresciuti, s’erano sistemati, sposati e moltiplicati poi negli abiatici. Mentre gli fornivo le più minute informazioni su quasi tutto ciò che m’aveva chiesto, nei tratti dell’uomo si alternavano letizia e gravità.

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Parole chiave: francesco panaro matarrese malcesine goethe

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