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Il caffé, potere giudiziario



di Erri De Luca

Venne il vecchietto di un basso a inizio del vicolo. Bussò al vetro, don Gaetano lo fece entrare. Era vestito misero, una giacchetta rattoppata e un basco stinto. Se lo tolse per rispetto, disse a don Gaetano che la moglie stava a letto da tre giorni.
“Nun pozzo e chiamma’  ’o miedeco, nun ce stanno denari. Putesse veni’  ’stu giuvinotto vuost’ che è studioso ’e libri.”
Don Gaetano mi guardò.
“Studio il latino, non la medicina.”
“Sempe studiuso siete e ne sapite cchiù ’e nuie ca simmo senza scuola.”
Non c’era altro da fare, andai con lui, che non smetteva di ringraziare.
Entrai da loro nell’odore della miseria, acido e affumicato. Su una panca tre donne borbottavano il rosario. La vecchietta era stesa su una branda e muoveva meccanicamente le labbra a occhi chiusi. Le toccai la fronte, la febbre. Sollevai il lenzuolo, c’era odore di piaghe, principio di ulcere ai talloni.
“Piaghe da decubito” dissi a bassa voce.
Dietro di me una delle tre chiese che avevo detto.
“La paga di subbito.”
“Uh mamma mia” fece una, di risposta.
“Giuvino’, ve pavammo oggi a otto.”
“E che è, nu pizzaiuolo, c’o pave oggi a otto?”
Dissi al vecchietto che servivano bende e una pomata. Andai in farmacia. Ero contento di avere qualche soldo in tasca. Comprai il necessario, consigliato dal farmacista, pure pillole per la febbre. Tornai e curai le piaghe che erano all’inizio. Fu difficile la pillola, non ne aveva mai inghiottita una. Andai dal panettiere, mi diede una fetta di pane, feci una pallina di mollica con la pillola dentro e così la prese.
Il rosario continuava, soddisfatto di avere prodotto un intervento. Il vecchietto mi voleva baciare le mani, facemmo a tira e molla. Gli dissi di continuare con le pillole e uscii.
 
Don Gaetano stava risolvendo una lite tra due inquiline. Una si lamentava che quella di sopra stendeva il bucato a sgocciolare sopra il suo che era quasi asciutto. Era una questione semplice, ma la dovevano strillare per conoscenza all’intero palazzo. Don Gaetano ascoltava le due gole tese, pronte a venire ai capelli.
Avevano cominciato dai balconi e lui le aveva invitate a continuare in portineria. Arrivai che erano a buon punto, già rauche. Mi rimisi al tavolo a collegare i fili. Succedevano spesso le liti, gli appiccichi, perché eravamo numerosi, uno addosso all’altro. Succedevano per attrito. Si chiamano appiccichi perché hanno un adesivo appiccicoso che invischia le parole e le spinge alle mani, e poi ci vuole un solvente per dividere. Don Gaetano diceva: “Gli asini si appiccicano e il carico si scassa”. Per gli appiccichi tra donne usava un diluente magico: offriva una tazza di caffè.
Fecero la pace. Il caffè di don Gaetano aveva poteri giudiziari, era la cassazione. Risolveva le liti. Per aggiungere del mio alla riuscita, accesi le luci di Natale. Si abbracciarono e se ne uscirono a braccetto raccontandosi qualche fatto loro.
“Don Gaetano, che mettete nel caffè per ottenere questo effetto?”
“ ’A pacienza, ci metto la pazienza. È una radice che cresce nei nostri vicoli. Quelle avevano bisogno di sfogare, di uscire di casa, di uno che le stava a sentire.”
 
Se ne passavano i giorni della settimana, era entrato  dicembre. Il vulcano portava neve in cima, la tramontana faceva di notte il ghiaccio in terra e di giorno il cristallo in cielo.
“Pare ‘nu cummoglio di preta turchese”, un coperchio di pietra turchese: l’inquilino del secondo piano, il professor Cotico in pensione, si era dedicato alla poesia. Componeva  e poi passava in portineria a recitare i versi appena scritti. La tramontana l’ispirava.
“Friddo ’a matina, che spaccava ll’ogne, freddo al mattino da spaccare le unghie.
“Prufesso’, questa già l’hanno scritta e  musicata, i versi sono di Ernesto Murolo.”
“Possibile? Qua uno è privo di scrivere un verso, che subito esce fuori qualcuno che dice: sono arrivato prima io. Ma signori, la poesia non è un tram che chi arriva primo si siede e gli altri stanno in piedi. La poesia non è una gara di corsa dove bisogna arrivare primi. Ogni giorno nasce vergine di poesia, uno si sveglia e la rinnova.”
“Eh già, il primo che si sveglia riscrive la Divina Commedia.”
“Don Gaetano, voi siete un giudice troppo severo. Sentite quest’altro verso:
e pure a mezzogiorno ‘o friddo s’accaniva senza scuorno.”
“Questa è vostra, prufesso’, questa non ve la leva nessuno, la potete depositare.”
“Alla buon’ora.” 
Il giorno prima della felicità, Erri De Luca

Parole chiave: giustizia letteratura

COMMENTI

Sono presenti 1 commenti per questo articolo

Patrizia Barbera
Splendido!
Chissà com'è "il giorno prima della felicità" per quelli che non possono raccontarlo con parole così intense e tanto normali...La semplicità del cuore è sempre commovente ( e qui ce n'è  tanta),  è quella  che fa vivere rapporti umani non mediati da sovrastrutture culturali , ma si dà con la spontaneità dei bambini o con l'istinto di animaletti che si annusano, si scontrano o si incontrano, ma condividono occasioni e spazi, reali o metaforici.
Mi coinvolge molto...
Forse di quel latino ( così ben usato nel lasciarsi "prendere"dalla vita degli altri) e  di quell'altro "diluente magico", talvolta si dovrebbe abusare!
(Grazie, Francesco...)
il 25 Febbraio 2011

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