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Il cinturaio di Mick



L’anno in cui uscì l’ultimo 33 giri dei Beatles, lasciai Parigi, dove ero stato benissimo, e mi stabilii per qualche mese a Londra, in un appartamento dove vivevo con altri tre ragazzi pagando un affitto di cinque sterline alla settimana. Il mio passaporto argentino mi impediva di avere un permesso di lavoro in Europa, così mi guadagnavo da vivere fabbricando cinture di pelle dipinte che vendevo a Carnaby Street e poi in un negozio chiamato Mr. Fish. Il mio momento di gloria arrivò quando Mick Jagger in persona comprò una delle mie cinte e la indossò sul palco durante un concerto. La vita non è mai più stata così magnanima con me in seguito.
Ma fui io che diedi un calcio alla fortuna. Cedendo a un impulso improvviso, decisi di riaccompagnare un amico a Parigi, dove passai qualche giorno sorseggiando caffè al Café de Flore e domandandomi perché avessi deciso di abbandonare la città più stimolante del mondo; poi la visione di una folla di clienti infuriati che si aggiravano senza cinta per Piccadilly mi convinse che era venuto il momento di tornare a Londra. Erano tempi preistorici in cui non esisteva ancora l’Eurostar e i treni erano a buon mercato. Comprai un biglietto e partii per Calais al tramonto.
La carrozza color caramello dell’espresso Gare du Nord-Calais, con i suoi sedili di similpelle screpolata e i telai dei finestrini coperti da strane incrostazioni, non era un luogo particolarmente accogliente. Cercai di leggere, ma mi sentivo distratto, a disagio. Quando uscimmo dai grigi quartieri centrali e cominciammo ad attraversare la squallida banlieue settentrionale, sulla carrozza scese una cappa di malinconia collettiva: la donna nell’angolo smise di canticchiare, il neonato trattenne il suo pianto, perfino il gruppo di chiassosi adolescenti si ammutolì e, in un silenzio irreale, attraversammo la piatta campagna normanna avvolta nel buio. Ci lasciammo alle spalle Arras, una città che non ho mai visitato e che nella mia immaginazione è indissolubilmente legata al nome di Saint-Exupéry. Poi l’aria diventò sempre più umida e salata e i segnali lungo la piattaforma indicarono che eravamo arrivati a Calais.
L’attraversamento della Manica (o English Channel, come preferiscono chiamarla gli inglesi) è, come si sa, un’esperienza nauseante, che neppure la visione delle bianche scogliere di Dover, che nella pallida luce lunare accolgono il viaggiatore disgustato come enormi mucchi di formaggio un po’ ammuffito, riesce a riscattare. Avanzai con passo incerto sulla passerella e mi misi in fila per il controllo passaporti.
 
I controllori delle ferrovie francesi sono severi ma giusti. Me li immagino a casa, la sera, intenti a scrivere sonetti, o in giardino, durante il weekend, a curare alberi da frutto, applicando con lo stesso rigore rime e veleno per gli afidi. I funzionari dell’ufficio immigrazione sono diversi. Che siano inglesi o francesi (soprattutto a quel tempo, prima della nascita dell’Unione Europea e della scomparsa quasi totale delle frontiere nazionali), gli addetti al controllo passaporti non erano mossi dallo spirito di giustizia, ma dal fantasma del potere, e si compiacevano nel maneggiare con le loro dita fredde i vostri documenti come se fossero macellai alle prese con un fegato o uno stinco. Il funzionario dietro il banco dei passaporti assomigliava molto a Peter O’Toole in Lawrence d’Arabia. Esaminò con i suoi occhi azzurri il mio passaporto, li sollevò per osservarmi, li abbassò di nuovo sul passaporto e poi tornò a guardarmi. Ciò che vide sembrò rattristarlo profondamente.
Ero vestito in uno stile adeguato alla Carnaby Street del tempo, con abiti trovati al Marché aux Puces di Clignancourt. I sandali e la larga camicia di cotone bianco erano indiani, i pantaloni rosso ciliegia a zampa d’elefante erano tenuti su da una delle mie cinture, su cui avevo dipinto una Leda e il cigno che sembrava uscita, se posso dirlo, dal pennello di Poussin. I capelli mi ricadevano a boccoli sulle spalle, completando il mio aspetto civettuolo.
– Qual è lo scopo della sua visita?, mi domandò Peter con un tono di voce basso, quasi sofferente.
D’un tratto capii che dovevo dare a Peter una buona ragione per farmi ammettere nel suo regno, come avrei dovuto fare con il suo omonimo alle porte del paradiso. Il cervello mi suggerì immediatamente una soluzione. Quell’uomo era un burocrate. I burocrati sono impressionati dall’ufficialità. Mio padre era stato, quindici anni prima, un ambasciatore argentino. Gli ambasciatori sono pubblici ufficiali molto importanti. Sfoggiando il mio miglior accento pseudo-argentino, gli dissi che ero venuto per incontrare mio padre, l’ex ambasciatore argentino.
Peter inarcò le sopracciglia in modo quasi impercettibile.
– E dove deve incontrare l’... ehm... ambasciatore?
Il mio cervello annaspò di nuovo alla disperata ricerca di una risposta. Una volta avevo dormito in un ostello dell’Esercito della salvezza a Londra, che sorgeva di fronte a un hotel molto chic, o che almeno mi era sembrato tale. Ricordai il nome.
– Hotel St. James, risposi.
(Qualche anno dopo scoprii che il St. James è quello che i francesi chiamano un hôtel de passe, dove alloggiano un numero eccessivo e sospetto di Mr. e Mrs. Smith…).
– Ha una prenotazione presso il...ehm... St. James?, domandò Peter.
– Penso che... mio padre abbia prenotato.
– Proviamo a telefonare, d’accordo?, disse Peter.
 
Nel frattempo gli altri passeggeri erano passati avanti e stavano già salendo sul traghetto. Non avevo idea di come avrei fatto ad attraversare la Manica e ad arrivare a Londra. Mi erano rimasti solo 10 franchi e 2 sterline. In Inghilterra gli autostoppisti non erano visti di buon occhio.
Peter abbassò la cornetta.
– Al St. James non risulta alcuna prenotazione a nome dell’... ehm… ambasciatore Manguel.
Un altro funzionario ci raggiunse. Sul viso di Peter si affacciò l’ombra di un sorriso, scacciandone un po’ la tristezza.
– Questo signore dice che suo padre è un ambasciatore argentino e che sta andando a Londra per incontrarlo, al St. James Hotel.
– Al St. James?.
Domandò l’altro funzionario, roteando gli occhi.
– Capisco.
– Ma non c’è nessuna prenotazione a nome di Manguel. Forse dovremmo chiamare l’Ambasciata argentina.
Ma a quell’ora non avremmo trovato nessuno, dissi. Mancava poco alla mezzanotte.
– Proviamo lo stesso, se non le dispiace, rispose l’altro funzionario.
Fece il numero e rispose qualcuno, che però naturalmente parlava solo spagnolo. Il secondo funzionario mi passò la cornetta.
– Gli domandi se conosce suo padre e se può garantire per lei.
Chiesi, in spagnolo, con chi stavo parlando.
– Sono José, rispose la voce.
– José, dissi, chiunque tu sia, puoi dire per piacere a questo signore che conosci mio padre, l’ex ambasciatore Manguel?.
– Non c’è problema, disse José.
Benedicendo in cuor mio il senso di solidarietà argentino, passai il telefono al secondo funzionario.
– Ve lo dirà, dissi.
Il secondo funzionario ascoltò la dichiarazione di José in spagnolo.
– Non la capisco. Può cercare di ripeterlo in inglese? Aha. Sì. E qual è la sua mansione all’ambasciata, signore? Ho capito. Grazie.
Abbassò la cornetta.
– Temo che la garanzia del portiere non sia sufficiente, disse.
Nel frattempo, Peter aveva cominciato a esaminare il contenuto del mio zaino con aria molto interessata. Aprì il tubetto del dentifricio, ne spremette un po’ su un dito e l’assaggiò. Sfogliò le pagine del libro che stavo leggendo, Siddharta. Annusò i bastoncini d’incenso. Alla fine scovò la mia agenda e scomparve con essa nell’ufficio. Quando ricomparve, aveva un sorriso stampato sulla faccia, come quello di Lawrence dopo la conquista di Khartoum.
– A quanto sembra si è dimenticato di dirci che a Londra vive in un appartamento insieme ad altre persone. Uno dei suoi amici ci ha detto che il suo lavoro è vendere chincaglieria a Carnaby Street. Suppongo che non abbia un permesso di lavoro. Perché il figlio di un ambasciatore dovrebbe fare una cosa del genere?
 
Mi portarono in una stanzetta bianca con una brandina e mi dissero che avrei dovuto aspettare lì il primo treno per Parigi. Per tutta la notte non feci altro che pensare alle cose che avrei perduto: la mia camera, i libri che avevo raccolto, la mia carriera artistica che aveva appena ricevuto la benedizione di Mick Jagger. Da quando avevo cominciato a leggere, sognavo di recarmi a Londra, che per me era una specie di paradiso terrestre. Le storie che amavo di più si svolgevano lì; Chesterton e Dickens me l’avevano resa familiare; rappresentava per me quello che per altri possono essere il Polo Nord o Samarcanda. E adesso, per colpa di quei due funzionari antipatici e pignoli, era diventata un luogo remoto e irraggiungibile. La burocrazia, le inique leggi sull’immigrazione, il fatto che un impiegato dagli occhi azzurri avesse il potere di spremere il dentifricio degli altri, mi sembravano (e ancora mi sembrano) cose deprecabili e abominevoli. La Francia, invece, era la terra della Libertà, della Fraternità e dell’Eguaglianza, anche se forse non in quest’ordine. Pensai con nostalgia a Robespierre.
E fu così che nel novembre del 1969 divenni un anarchico moderato.
 
La mia vita da anarchico moderato, Alberto Manguel, Lettera Internazionale (traduzione di Stefano Salpietro)
 

Parole chiave: manguel lettera internazionale jagger londra

COMMENTI

Sono presenti 2 commenti per questo articolo

Rosa Amatulli
Non e' l'ideale, ma ancora una volta, sembra che siano le circostanze, chi incontriamo, chi conosciamo, dove e quando viviamo, ecc., a dettarci un determinato comportamento, ecc.; a trasformarci. 
il 30 Gennaio 2011

Eli Mcbett
un anarchico moderato... come sará questo termine in lingua originale? divenni moderatamente anarchico, un anarchico con moderazione... suona strano che uno da non so cosa diventi un anarchico "moderato" (non capisco il termine)...
la parabola delle cinte conferma che non ti cambia la vita se hai venduto una cinta a Mick Jagger.
Ogni miracolo é fine a se stesso, le fortune non si accumulano
Altre le cose cambiano la vita, per esempio il fatto che uno trovi Londra piú stimolante di Parigi... bhé... probabilmente sí, ma io sarei rimasta a Parigi (ahuch perché non l'ho fatto???)
Eh, cavolo, peró Calais, il traghetto, la letteratura e la burocrazia... l'odore di stoppie bruciate...
Giace lassù la mia infanzia.
Lassù in quella collina
ch’io riveggio la notte,
passando in ferrovia,
segnata di vive luci.
Odore di stoppie bruciate
m’investe alla stazione.
Antico e sparso
odore simile a molte voci che mi chiamino.
Ma il treno fugge. Io non so dove
M’è compagno un amico
che non si desta neppure.
Nessuno pensa o immagina
che cosa sia per me
questa materna terra che sorvolo
come un ignoto, come un traditore. Vincenzo Cardarelli - Paesaggio Notturno
il 25 Marzo 2011

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