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Il collaudo con la lingua



di Richard Neutra

L'architetto Richard Neutra

L'architetto Richard Neutra



Agli albori della vita noi passiamo molto tempo sul pavimento, alla maniera perplessa e curiosa dei bambini. A due o tre anni io mi accoccolavo sul parquet dell’appartamento dei miei, a scrutare le fibre scrostate e scheggiate del legno consunto e le assicelle sformate. Le fessure interstiziali erano piene di una sostanza compatta che mi piaceva scavare con le dita. Per gli adulti il pavimento è lontano. Se loro si fossero fermati a esaminare ciò che estraevo da questo quieto ripostiglio delle giunture di parquet, l’avrebbero chiamato sporcizia. Con un opportuno ingrandimento al microscopio ci si sarebbe accorti che era un mondo pullulante di microbi. Io lo saggiavo con l’inveterata prova dell’infante – me lo mettevo in bocca e lo trovavo “non buono”.

Per strano che possa sembrare, le mie impressioni in fatto di architettura furono in gran parte gustative. Leccavo la carta da parati prossima al mio guanciale, ruvida come cartasciugante, e l’ottone lustro della mia credenzina giocattolo. Dovette essere proprio allora che nacque in me una preferenza inconsapevole per le superfici impeccabilmente lisce, collaudabili dalla lingua, questo esigentissimo strumento di investigazione tattile, e per la pavimentazione dalle giunture meno sconnesse e dalla superficie più elastica. Mi ricordo che semisvestito o nudo com’ero, percepivo in modo sgradevole la superficie su cui sedevo e mi muovevo.
Fu pure allora che provai per la prima volta la sensazione di un’altezza torreggiante alzando gli occhi alla cimasa intagliata di un canterano vittoriano. Mi fece un’impressione più forte e paurosa che non, più tardi, le colonne gigantesche su cui poggiano le volte del Duomo di Milano o il tetto del Tempio di Luxor.

L’idea di alloggio si collega nella mia mente a una sensazione che si radicò in me in quei giorni. Il soffitto del nostro salotto era troppo alto, e così ero solito mettermi a giocare seduto sotto il pianoforte a coda. Il poco spazio che lì sotto il piano mi lasciava in altezza mi forniva il posto più comodo che io conoscessi. Molte simpatie e antipatie dovettero prendere forma nel bambino che ero, come succede a ogni bambino. Di notte c’erano spazi bui, inaccessibili, misteriosi – come quella zona di paura dietro il divanetto a due posti tappezzato di verde oliva e collocato di traverso contro un angolo. Al ricordo ne rabbrividisco ancora. E ancora aborro lo spreco di spazio dietro i mobili.

Quelle molte esperienze infantili mi insegnarono mute lezioni sull’apprezzamento di spazio, valori tattili, luce ed ombra, odore dei tappeti, calore del legno e freschezza del focolare di pietra sito davanti alla nostra stufa di cucina.
Più tardi, le nostre lezioni universitarie sull’architettura non accennarono mai ad esperienze sensorie così basilari, o al sottile rapporto che intercorre fra le strutture fisiche e il comportamento nervoso dell’uomo. Sentii parlare molto, però, di buon gusto e bellezza.

La cosiddetta bellezza era un’astrazione logora che non sollecitava in me nessun progresso di comprensione, e il cosiddetto gusto era un termine vago senza significati ben definiti. Entrambi sembravano concepiti come se si potesse semplicemente aggiungerli a ciò che altrimenti era soltanto “pratico”. C’era un sapore di lusso inessenziale in questo “supplemento” di “gusto e bellezza”.
Il nostro ambiente esige una valutazione più integrata, specie quella sua parte cruciale che l’uomo stesso costruisce e continua a ricostruire di epoca in epoca.
Progettare per sopravvivere,  Richard Neutra

Un film-documentario di Justin Neutra, nipote dell'architetto:




Parole chiave: architettura

COMMENTI

Sono presenti 8 commenti per questo articolo

Guido Corazziari (utente non registrato)
Ho amato tanto l'architettura razionalista, di cui Richard Neutra é uno dei massimi esponenti. Non é mai stato possibile, se non raramente, vedere delle sue applicazioni nel nostro paese o comunque dei volenterosi tentativi di avvicinamento a questa. Credo che il pensiero "pulito" abbia prima bisogno per esprimersi, di trovare silenzio e attenzione, grande rispetto e fiducia. In America, in certe aeree, ci sono state le condizioni: mancanza di pregiudizi, amore o abitudine ai grandi spazi, assenza di eccessivi condizionamenti familiari ...non saprei. Qui in Italia, il caos, il "gridare" forte, l'abitudine a voler "apparire", più che ad "essere" ( tipico della provincia, dei luoghi ristretti ) ha fatto sì che vincesse quasi sempre la volgarità, il superfluo, la banalità. Forse dobbiamo ringraziare le attività commerciali, i negozi di moda, i supermercati...se abbiamo in Italia un poco di architettura, di design funzionale e di qualità.
il 23 Giugno 2011

Egle Potena
Bello questo viaggio nei ricordi d'infanzia, i primi ricordi della vita. Ricordi che passano attraverso il corpo, che sono, anzi, il corpo. 
il 24 Giugno 2011

Paola Pistolesi (utente non registrato)
Che bello questa articolo!!!Sai Francesco,da sempre io ricordo gli odori o i sapori di posti dove andavo da bambina,e dove continuo ad andare,o di posti dove sono stata da più grande.Se mi chiedi notizie di un luogo,io ti parlo prima degli odori e dei sapori e poi di tutto il resto.Mi accade anche con le persone ci sono persone che hanno un buo odore,altre che hanno odori forti prepotenti,altri non hanno odore e sono sfuggenti. Do una grande fiducia alle mie informazioni sensoriali più che a quelle razionali.
il 24 Giugno 2011

Cassandra00 (utente non registrato)
mititco!! mitico!!! mitico!!!
buon gusto o superflua accozzaglia di paccottiglia???
che poi, oltretutto, finirà per raccogliere polvere a non finire...
amo lo sfruttamento razionale e funzionale dello spazio...
adoro le stanze "pensate" per avere tutto a portata di mano!!
questi sono gli architetti geniali!!!
e quando parla della vertigine dei soffitti... alti, altissimi
un'architettura gelida e barocca....
ecco perchè ho amato tanto la mia mansardina milanese... mi cocolava... e mi proteggeva dall'aggressività palpabile di questa città così competitiva...
superfici calde e lisce.... mmmhhh....
circondarsi di volgarità rende volgari?
non lo so ma preferisco l'essenziale
forse l'animale o il bambino dentro di noi è migliore di noi
ultimamente mi capita spesso di arrivare a questa conclusione partendo dagli argomenti più disparati... non sarà che comincio a rifiutare la pesante soma di quello che normalmente chiamiamo "cultura".... o forse solo una certa "cultura"...
il 24 Giugno 2011

Eli Mcbett
sinestesia
http://en.wikipedia.org/wiki/Synesthesia
il 24 Giugno 2011

Eli Mcbett
Habitat: Ero solita tenere le cose in bocca, le pietre, le pietre dure, i sassi, se mi piacevano, dopo averle toccate a lungo, spesso le tenevo in bocca. Una volta in bocca ho tenuto un ago , senza pungermi. Quello che mi piaceva fare era m...ettere i piedi nudi nel fango e passare le ore a imbrattarmi e a creare forme. anche la sabbia, non ho mai avuto problemi a riempirmi di sabbia bagnata... e anche il fuoco... e il vento... e l'acqua, Potevo passare le ore a giocare con l'acqua e a mescolare le cose, creare pozioni, miscugli, ma anche solo mescolare far brillare gli schizzi dell'acqua.
In questo sono come la gatta. lei passa le ore a giocare con le gocce che cadono dal rubinetto. Il suo posto preferito é il lavandino. Talvolta sta anche nella tazza del gabinetto... penso a quelle case quei corridoi, quegli appartamenti sterili con arredamenti di plastica e tristi, quegli alberelli sagomati quadrati e penso che la misura dell'uomo sta in spazi totalmente differenti ed é inevitabile che si soffra... tutto quello che ci viene proposto come normale non ha nulla a che fare con la realtá. http://www.youtube.com/watch?v=2gIb0bTWj6w
il 26 Giugno 2011

Eli Mcbett
Habitat 2: Un giorno del passato in Francia vivevamo, io e il mio fratello gemello francese, nella bella cittá di Lille, nel'attico di una grossa ex fabbrica di birra. Tutto era gelato, erano quattro piani di fabbrica che contenevano due teatri e due ...bar e laboratori e sale per mostre. Lei decise di venire a vivere con noi, Si portó una tendina canadese e si accampó nella stanza centrale. Nell'appartamento c'era una cucina che era aperta sulla stanza centrale e dietro la cucina la parete era di vetro e dava sulla stanza da bagno; dalla cucina si guardava dentro al bagno. la casa era sempre piena di gente, ogni mattina c'era una riunione e il tempo che ti alzavi c'erano giá diverse persone in giro che dovevano discutere su cosa fare quel giorno e come costruire questo o quell'altro macchingegno. Toccava alzarsi e andare al bagno facendo finta di essere da soli, Per salutarci ci baciavamo tutti sulle labbra e nessuno aveva da ridire piú di tanto su ció che faceva l'altro. C'erano un sacco di stanze piene di cose e di materiali accumulati, a me era piaciuto particolarmente un secchio pieno di frammenti di specchio che ho cominciato a usare per fare una scultura ancora mai realizzata. Il secchio si trovava sul tetto che si raggiungeva passando per l'abbaino, su per una scala a pioli. Era cosí freddo quell'anno che tutto si era congelato, l'acqua nei tubi e i computers nell'ufficio. Credo fossimo intorno ai meno venti. Sul tetto si sentivano zampettare i gabbiani o le gazze.
il 26 Giugno 2011

Eli Mcbett
Habitat 3: lui e lei erano bambini dai nomi veramente stravaganti per la popolazione locale e il padre e la madre due personaggi unici. Lui e lei erano fratello e sorella e giocavano senza scarpe nella neve o sotto la pioggia per ore, ma soprattutto la loro casa era composta da due grandi tende di tipo militare collegate, con un pavimento di piattine di legno e una stufa a legna che scaldava tutto il giorno in cui scaldare e caldarroste. Sul soffitto della tenda c'éra un lampadario di cristallo che ondeggiava al vento e suonava, perché avevano la corrente elettrica e c'era anche una cucina e un bagno. Peró quando lui e lei dovettero andare con a vivere in una casa in muratura, non sopportarono il fatto che le pareti non si muovessero piú secondo il vento e provarono una certa inadattabilitá. La mamma di lui e lei aveva partorito ambedue dentro le tende pensando di non aver bisogno dell'ospedale e i due bambini erano nati senza grosse complicazioni ad un anno di distanza e vissero anche lontano dalla scuola per svariati anni.
il 29 Giugno 2011

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