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Il naso di Longanesi



Di Goffredo Parise

Due giorni più tardi ricevetti una lettera di Longanesi che mi chiamava per conoscermi. Sapevo che era uomo di temperamento impossibile, ma soprattutto sapevo che era un artista; così mi aveva scritto Prezzolini: «un poco bizzoso, ma vero artista».
 
Longanesi mi parlò con grande entusiasmo e in un’ora di colloquio mi dette la sensazione piacevole, garantita dalle sue parole ma soprattutto dalle ottomila lire che mi aveva fatto versare subito come compenso del racconto, di aver scelto il mestiere giusto.
 
Tornai da lui dubitoso, dopo un giorno o due, per esporre molte ragioni necessarie alla mia coscienza, per dimostrare il contrario. Tanto parlò, tanto si infuriò, mi colmò in modo tale di libri da leggere che una seconda volta partii da via Borghetto numero 5 col mio paltò nero, il cappello nero, la casacca nera, persuaso di essere una persona importante.
 
Da quel giorno, per circa due mesi, le mie visite a Longanesi avvenivano ogni settimana. Da quel primo racconto ne sorsero altri, di quel costume. E da essi l’idea di un romanzo. La raccontai al mio benefattore, egli ne fu entusiasta, volle gli riferissi varie volte la settimana lo sviluppo delle mie idee ma volle soprattutto che cominciassi a scriverlo senza indugi.
 
Così feci la sera stessa di questo suo discorso, appena tornato a casa. Per circa sei mesi, dopo aver pranzato alla mensa, alle otto di sera ero a casa con una bottiglia di vino che bevevo per calmarmi dell’agitazione, a scrivere il mio nuovo romanzo.
 
Longanesi seguiva, si può dire pagina per pagina lo sviluppo di questo lavoro che io sognavo stampato per i caratteri della sua casa editrice. Finito il libro che lasciò in eredità circa trecento bottiglie vuote che non sapevo dove mettere nella cameretta e che non volevo gettare via per avarizia, lo corressi, lo ricopiai e glielo consegnai per intero come egli desiderava.
 
Longanesi lo lesse, o meglio, come s’usa dire di lui, lo fiutò, ché ormai lo conosceva già e me lo restituì dicendo che ormai era scritto, di preti era stufo perché gliene avevo parlato fin troppo.
 
Lo pubblicai presso un altro editore, ottenne successo, per dispetto lo mandai a lui con una dedica riconoscente. Egli mi rispose sul «Borghese», ringraziandomi in questi termini:
 
Caro Parise,
ho ricevuto il Suo libro che avevo già letto e La ringrazio della gentile dedica. Ma debbo pur spiegarLe per quale motivo non lo pubblicai, dopo averLa incoraggiata a scriverlo. E la ragione, caro amico, è un po’ vaga e non saprei davvero spiegargliela in breve; annusai, come s’usa dire, che Lei, uomo intelligente e scrittore di qualità, pendeva da una parte che non è la mia; intuivo che presto o tardi, Lei avrebbe finito per scrivere le parole che figurano nei risvolti di copertina del Suo libro  Il prete bello: «L’A. ha trascorso l’infanzia di cortile in cortile, di vicolo in vicolo, con piccoli mendicanti, figli di ladri, di prostitute, di povera gente».
 
Ebbene caro Parise, a me questi discorsi non piacciono, perché puzzano di falso; perché se lei avesse davvero vissuto tra «figli di prostitute e di ladri» non verrebbe a dircelo. E se ora ce lo spiattella a grandi lettere, è segno che Lei su queste miserie ci specula un po’ per farsi notare, perché non tutti hanno avuto una infanzia «alla Gorki», tanto colorita.

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Parole chiave: editoria letteratura longanesi parise

COMMENTI

Sono presenti 3 commenti per questo articolo

Marisa Pantera
molto bello questo racconto che mi porta nella mia Milano ...sui navigli dove sono nata, nella prima parte vedo lui e tutte le strade che menziona.  I tuo racconti, e qui mi ripeto, caro Francesco sono sempre interessanti , in un modo o nell'altro con le tue pubblicazioni ci dai lezioni private di cultura........ ti ringrazio e continuerò a leggerti .......... con affetto Marisa
il 18 Agosto 2011

Giulio (utente non registrato)
l'aceto sulle ferite è un racconto che merita di essere letto.
il 26 Luglio 2012

Giorgio Bolla (utente non registrato)
Anche nella descrizione della realtà c'è in Parise una ricerca parallela, destinata a praticare continue metafore esistenziali. E sempre con una scrittura perfetta, meditata, stringente . . .
il 17 Agosto 2015

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