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L'Italia non esiste



di Fabrizio Rondolino


Per i lettori di Uncommons una piccola parte del primo capitolo del pamphlet di Fabrizio Rondolino che uscirà a maggio intitolato L’Italia non esiste (per non parlare degli italiani).









Tanto per cominciare, l’Italia non esiste. È un’espressione geografica, uno stivale che s’allunga pigro nel Mediterraneo, una graziosa penisola purtroppo in gran parte rovinata dagli italiani. L’idea di farne uno Stato, una Na­zione con la maiuscola, come se fossimo la Spagna o l’Inghilterra, è una sciocchezza sesquipedale, che perdoniamo al conte di Ca­vour soltanto perché, maturato nella lingua e nella cultura d’Oltralpe, pensava in buona fede di vivere in Francia.

L’Italia non è mai stata una nazione, e non lo sarà mai. Mi piace pensare che se Cavour avesse vissuto qualche anno in più – abbastanza per conoscere l’Italia – si sarebbe senz’altro dato da fare, con l’arguzia solerte che gli era propria, per smantellare un tale improbabile accrocchio.

Chiunque sia stato una volta nella vita a Cosenza e a Varese – o in qualsiasi altra coppia di città distanti almeno trecento chilometri tra loro – sa benissimo che l’Italia non esiste. Pretendere di esistere è il peccato originale delle nostre classi dirigenti, e la radice primaria di tutti i mali del nostro Paese.

L’unità d’Italia che pomposamente si festeggia o si dileggia, a seconda delle opportunità politiche, è la più grande catastrofe abbattutasi sulla nostra penisola. Meglio dieci Pom­pei, meglio cento calate degli Unni che l’unità d’Italia. I soli ad avvantaggiarsene vera­mente sono stati i preti, che hanno esteso i confini dello Stato della Chiesa fino a farli coincidere con quelli della penisola. L’Italia unita è un ipertrofico Stato pontificio, dal quale ha ere­ditato le sue due caratteristiche principali: la corruzione e l’ipocrisia.

Prima dell’unità, l’Italia era un buon posto dove vivere. I Borbone amministravano Napoli e Palermo meglio di quanto gli svizzeri amministrino oggi Zurigo; il Granducato era un faro di cultura e di libertà intellettuale che attirava gli uomini colti di tutta Eu­ropa; il Lombardo-Veneto austriaco era un modello di buongoverno studiato e invidiato nel mondo; i Savoia, prima di oltrepassare il Ticino, erano gente molto seria abituata a go­vernare molto seriamente; e così via, fino all’ultimo minuscolo staterello, felice e prospero e indipendente. L’unico Stato preunitario mal governato e peggio amministrato era lo Stato pontificio: e oggi questo siamo, una vasta, inefficiente suburra di peccatori bigotti.

***

Storicamente, l’idea dello Stato-nazione nasce nell’Ottocento, come lo spiritismo, le fiabe dei fratelli Grimm, il dagherrotipo e l’idealismo tedesco: ha un suo fondamento e, forse, una sua necessità, ma non è un’idea valida per sempre. Nel caso dell’Italia, poi, l’idea di cui parliamo è completamente estranea non soltanto alla sua storia, ma alla sua cultura e alla sua tradizione. Direi persino alla sua civiltà. Nel grande equivoco risorgimentale, al netto delle mire espansionistiche dei Savoia, si legge in nuce una caratteristica fondamentale  e duratura dell’italiano medio: co­piare quello che gli altri hanno fatto all’estero, nella convinzione o nella speranza, s’immagina, di dissimulare una natura di cui evidentemente ci si vergogna.

Siccome in Europa la presa dell’impero absburgico andava allentandosi, e si andava dif­fondendo la moda degli Stati nazionali, ad un certo numero di intellettuali nostrani è ve­nuto in mente di salire sull’onda e di inventarsi uno Stato italiano. L’aspetto forse più paradossale della vicenda sta nel fatto che costoro pretendevano di rappresentare la borghesia, motore e soggetto dell’annunciata rivoluzione risorgimentale, mentre è precisamente la borghesia che è sempre clamorosamente mancata nel nostro paese, dove l’unica struttura sociale riconosciuta e funzionante è la famiglia. Non è vero, come a volte si sostiene, che abbiamo inventato il fascismo: lo Stato totalitario di massa arriva a Mussolini (e a Hitler dopo di lui) dall’Unione sovietica; il nostro contributo alla storia dei sistemi politici e delle organizzazioni sociali è la mafia.

Impancandosi a portavoce di una classe che non è mai esistita, la borghesia, gli intellettuali ottocenteschi per il successo dell’impresa decisero persino di inventare una nuova lingua, l’italiano appunto, sciacquando in Arno una koinè immaginaria, e tutta letteraria, e spudoratamente artificiosa, che doveva certo soddisfare qualche accademico e qualche lacché, ma che nessuno, mai, avrebbe parlato.

Secondo le stime di Tullio De Mauro, nel 1860 gli italofoni della penisola erano 600.000, due terzi dei quali concentrati in Toscana, pari al 2,5% della popolazione totale; secondo un altro studioso, Arrigo Castellani, la percentuale complessiva doveva essere un po’ più alta, intorno al 9-10%.

Il risultato centocinquant’anni dopo è miserando: straparliamo come bestie una lingua di cui evidentemente ignoriamo anche gli aspetti più elementari. Importiamo massicciamente parole straniere di cui ignoriamo, oltre alla pronuncia, il significato (su un campione di 158 anglicismi recenti, lo Zingarelli ne registra 121, contro i 42 dello spagnolo Clave e i 34 del francese Petit Robert). In compenso abbiamo smarrito completamente il dialetto, con il quale i nostri nonni contadini riuscivano ad esprimersi perfettamente, e senza fare strafalcioni. L’italiano è sempre stato una lingua letteraria, da Cavalcanti a Calvino, e mai una lingua nazionale. Ora che non esistono più gli scrittori, è una lingua morta.

Questi intellettualini risorgimentali, va sottolineato, importando la moda dello Stato unitario inventarono senza neppure accorgersene la qualità essenziale dell’intellettuale nostrano: il provincialismo. L’erbaccia del vicino, per i nostri intellettuali, è sempre più verde. Si tratta, con ogni evidenza, di un vistoso complesso di inferiorità. Da allora, dalla grande truffa risorgimentale, è stato tutto un rincorrersi di esterofilia militante, e ancor oggi discutiamo accanitamente di modello tedesco e modello francese e cultura anglosassone e spirito americano, e il più brillante è sempre quello che guarda più lontano da casa e la spara più grossa, ci­tando a casaccio studiosi sconosciuti e località ignote, perché così vorrebbe dimostrare, da vero provinciale, di conoscere il mondo.

Fortunatamente, siamo gli unici sul pianeta ad imitare forsennatamente gli altri: a nes­suno, grazie al cielo, è mai venuto in mente di imitare noi.

Del resto, i primi a disprezzare gli italiani furono proprio gli intellettuali risorgimentali, che qualche idea del loro paese se l’erano pur dovuta fare. ”Gl’Italiani – scriveva Massimo d’Azeglio nei Miei ricordi, la cui stesura cominciò nel 1863 – hanno voluto far un’Italia nuova, e loro rimanere gl’Italiani vecchi di prima, colle dappocaggini e le miserie morali che furono ab antico la loro rovina; [...] pensano a riformare l’Italia, e nessuno s’accorge che per riuscirci bi­sogna, prima, che si riformino loro”.

È facile cogliere in queste parole un cliché che risale almeno al Settecento, se non prima, e che sarà destinato a trionfare nei centocinquant’anni a seguire come secondo indelebile contrassegno, accanto al provincialismo piccoloborghese, dell’intellettuale italiano: l’antitalianità. L’antitaliano, è bene dirlo subito, è una sottospecie particolarmente rivoltante dell’italiano medio; quasi tutti gli intellettuali e gran parte della sinistra italiana si considerano antitaliani, e questa è senz’altro una ragione sufficiente per comprenderne l’indecoroso, protratto fallimento.

Dall’amara constatazione affidata ai Ricordi – in tutto esatta, ad eccezione del non trascurabile dettaglio che gli italiani non hanno affatto voluto fare l’Italia, ma, al contrario, l’hanno subita supini come ogni altro evento della loro storia, salvo poi, di tanto in tanto, sputare su un cadavere appeso a testa in giù – nasce la battuta che ha reso immortale il marchese d’Azeglio: “Il primo bisogno d’Italia è che si formino Italiani dotati d’alti e forti caratteri. E pure troppo si va ogni giorno più verso il polo opposto: pur troppo s’è fatta l’Italia, ma non si fanno gl’Italiani”.
È successo, naturalmente, il contrario: gli italiani hanno disfatto l’Italia.

***

Chiunque abbia anche soltanto sfogliato un sussidiario per le scuole elementari, è in grado di comprendere perché l’Italia non esiste, e perché averla fatta è una sciocchezza che trascolora nel crimine. Dal Paleolitico fino al 1861 non c’è mai stato, neppure per una settimana, uno “Stato italiano”. […] L’Italia che gli intellettuali del nostro provinciale Ottocento vogliono unificare, sedotti dalla moda nazionalista esplosa in Europa e invero piuttosto ignoranti di storia nazionale, non è molto diversa – se non per le potenze straniere di riferimento, che mutano come le stagioni – da quella di otto secoli prima. Dopo la disfatta di Napoleone e il Congresso di Vienna che ne seguì (1815), scomparse le Repubbliche di Genova, di Venezia e di Lucca, il controllo della penisola passò dai francesi agli austriaci, grazie alla sovranità diretta sul Lombardo-Veneto e ad una serie di legami e alleanze, dinastici e militari, con pressoché tutti gli Stati italiani.

Il Granducato di Toscana tornò a Ferdinando III di Lorena, che era il fratello di Francesco I d’Austria; sua figlia, Maria Luisa, ex imperatrice dei francesi, ottenne il Ducato di Parma e Piacenza, mentre il Ducato di Modena e Reggio andò a Francesco IV d’Este. I piccoli Ducati di Massa e Lucca furono integrati, rispettivamente, nel Ducato di Modena (1829) e nel Granducato di Toscana (1847). Il Regno delle Due Sicilie, costituito dall’unione delle Corone di Napoli e Sicilia, tornò ai Borbone e strinse un trattato militare con l’Austria. Lo Stato pontificio, reintegrato nei suoi confini pre-napoleonici (il Lazio, l’Umbria, le Marche, la Romagna e parte dell’Emilia), tornò al papa, che si impegnò a mantenere guarnigioni austriache a Comacchio e a Ferrara.

Soltanto il Regno di Sardegna, che comprendeva la Savoia, il Piemonte, la Sardegna e l’ex Re­pubblica di Genova, conservò sotto la guida prudente di casa Savoia una moderata autonomia dall’Austria. E proprio da questo piccolo Regno, da questa propaggine francese della Padania, da que­sta corte di provincia che imparò l’italiano soltanto dopo essersi trasferita a Roma – città che peraltro detestò fin dal primo giorno –, proprio da qui doveva venire nientepopodimeno che l’unità d’Italia!

L’Ottocento, aveva ragione Leopardi, è un secolo stupido e pericoloso. Inna­morato delle magnifiche sorti e progressive figlie di una visione distorta dell’Illuminismo che disprezza l’uomo nel nome dell’Idea con la maiuscola, l’Ottocento ha inventato il marxismo, che è la base teorica di tutti i totalitarismi novecenteschi, e il nazionalismo, cioè la giustificazione morale della guerra moderna, che non distingue fra militari e civili e distrugge indifferentemente case e caserme.

Tutt’altra idea del mondo, e della storia, e dell’uomo avevano i grandi sovrani europei, sovranazionali per nascita – erano tutti, tecnicamente parlando, sanguemisti –, per cul­tura, per educazione, per visione del mondo. S’ispiravano ad Alessandro il Grande e all’impero di Roma, ne coltivavano la visione universalistica e l’idea di fondo del retto governo, che si limita alle grandi scelte e lascia ad ogni popolo, ad ogni città, ad ogni comunità la possibilità di organizzarsi autonomamente secondo il meglio.

L’impero absburgico è l’ultima espressione di quella civiltà universalistica che stiamo ora affannosamente, e maldestramente, cercando di costruire con l’Europa unita. France­sco Giuseppe era molto più avanti di Altiero Spinelli, cui è dovuto capitare di assistere al fascismo, al nazismo, allo stalinismo e alla più grande guerra di tutti i tempi per ren­dersi conto di ciò che ogni principe europeo sapeva perfettamente da trecento anni: i confini sono soltanto un gioco, una convenzione, un ostacolo, un capriccio, una festa di paese, un modo di dire – non sono mai reali, se non nella mente piccina di avventurieri e pensatori egocentrici. “Ai miei popoli…”, diceva Francesco Giuseppe all’inizio di ogni suo discorso: e intendeva dire: “Ciascuno di noi è diverso, ma siamo tutti fratelli.”

L’idea stessa di nazione, a ben vedere, non è che un’altra espressione di quella “mo­rale degli schiavi” che Nietzsche, con ruvida efficacia, indicava come l’origine e la natura del nascente socialismo, che presto diventerà reale e poi nazionale. È infatti l’invidia a muovere i na­zionalisti: vorrebbero anch’essi essere partecipi di quella sovranità universale che, appunto, invidiano all’imperatore, ma non sanno, ignoranti e presuntuosi come sono, che la vera sovra­nità tende all’impersonale, si disperde in un gioco di specchi e di rimandi, e guardandola da vicino diventa sottile sottile, proprio come accade con il potere; in definitiva non esiste: è un simbolo e una convenzione, al cui riparo le comunità e le nazioni, i popoli e le città si autogovernano.

I nazionalisti, che ignorano queste elementari nozioni, dapprima spezzettano la sovranità sovranazionale in tanti frammenti, assegnandosene uno per ciascuno nella speranza di diventare tanti piccoli imperatori; s’accorgono poi che la sovranità non esiste, se non come ombrello dell’autogoverno; come scimmie, cercano il segreto dello specchio guardandoci dietro, e così finiscono per romperlo; accortisi di non aver nulla in mano, costruiscono da sé un nuovo potere, fondato da un lato sull’omologazione dei costumi, delle tradizioni, delle lingue e delle opinioni, e, dall’altro, sull’oppressiva invasività dello Stato in ogni meandro della vita civile, economica, privata, intellettuale. Lo Stato moderno, lo Stato-nazione dei nazionalisti è un abuso di potere sulle comunità e sugli individui inermi.

L’unità d’Europa cui stanno lavorando alacremente frotte di burocrati nazionalisti ha di buono che, recuperando l’idea sovranazionale, finisce giocoforza col mettere in crisi l’idea di na­zione, svelandone l’intima inconsistenza. Quest’idea appartiene a tutti gli effetti alle brutture del Novecento, il quale a sua volta è la sanguinosa messa in pratica delle bizzarre idee del secolo precedente.

La sciocca pa­rentesi unitaria che ancora ci affligge, e che come abbiamo visto non ha alcun fonda­mento storico o culturale, è dunque destinata a concludersi in ogni caso, vuoi per l’eva­porazione della sovranità nazionale verso l’alto delle istituzioni europee o del mercato globale o dell’impero americano, vuoi per l’implosione silenziosa e inarrestabile nelle comunità, nelle culture e nelle civiltà preesistenti.

***

L’Italia, per fortuna, è spacciata. Nell’ultimo secolo l’hanno tenuta insieme a forza prima Mussolini, poi i grandi partiti di massa, e infine Berlusconi. Tolto Silvio Berlusconi, che certo non per caso viene dalla televisione commerciale generalista, e dunque si occupa per mestiere di fasce di pubblico e di picchi di audience, di target pubblicitari e di spot aspirazionali, e molto meno di politica o di virtù civili, oggi non c’è rimasto nessuno – neppure la Nazionale di cal­cio –  in grado di rendere credibile la favola dell’Italia unita.

Del resto si tratta di una favola cui nessuno, qui in Italia, ha mai creduto davvero. Così come l’idea stessa dell’unità nazionale è stata il frutto di una moda straniera, similmente gli unici ad averla interpretata con una certa fermezza, e ad aver dunque governato la penisola come se effettivamente si trattasse di uno Stato nazionale, sono stati, a tutti gli effetti, dei non-italiani. L’Italia dei primi anni del Dopoguerra, forse la sola decente dopo il 1870, era retta da stranieri: De Gasperi era stato deputato al Parlamento di Vienna e aveva tra­scorso gli anni migliori della sua vita nelle biblioteche del Vaticano; Togliatti veniva da Mosca e, pur con tutta la geniale flessibilità del personaggio, non se ne era mai veramente allontanato.

Il Partito comunista e la Democrazia cristiana, le due architravi della Prima repubblica, erano in realtà due potenze straniere, come gli Absburgo o i Borbone, e i loro leader sono stati a tutti gli effetti i vicerè peninsulari dell’Unione sovietica e dello Stato pontificio. Quando hanno cominciato ad italianizzarsi, anche il Pci e la Dc sono rapida­mente diventati inservibili e inguardabili, l’uno sprofondando nell’estremismo parolaio antitaliano, l’altra inabissandosi nella corruzione straitaliana: negli anni Ottanta anche i comunisti e i democristiani erano finalmente diventati ita­liani.

Anche Mussolini, che un giorno ebbe a dire con estrema saggezza che governare gli italiani non era difficile, ma inutile, utilizza l’idea di nazione, portandola alle sue più estreme, tragiche, ma non meno coerenti conseguenze, soltanto per scopi essenzialmente politici e di potere. È evidente il suo disprezzo inconsolabile per l’Italia, gli italiani, i preti e il Re (nessuno che prenda sul serio i suoi interlocutori o che li consideri qualcosa di più di scimmie da ammaestrare parlerebbe come parlava il Duce in pubblico). Tutto l’apparato propagandistico-culturale del regime, tuttavia, è subito all’opera per diffondere e promuovere l’italianità in ogni suo aspetto, dalle arti alla toponomastica, dalla Fiat Balilla alla batta­glia del grano. Ma nessuno ci crede davvero, e anche la dittatura finisce rapidamente in burletta (prima che in tragedia).

In generale, nessun modello sociale o statuale immaginato da qualche solerte apostolo dell’umanità e sommariamente assemblato in laboratorio ha alcuna possibilità di funzionare. Normalmente produce infelicità, distruzione e morte; ma fortunatamente non riesce mai a durare a lungo. Gli esempi più vistosi ci vengono dalle società perfette del Novecento: il comunismo eurasiatico e la sua variante mitteleuropea, il nazionalsocialismo, hanno prodotto più morti di tutto il resto della storia dell’umanità messa assieme, ma dopo settant’anni si sono infine schiantati.

L’unità d’Italia ha avuto conseguenze meno drammatiche, e anzi tendenzialmente ridicole: ma sul piano teorico condivide con ogni altro modello artificiale di Stato la medesima arroganza intellettuale, la medesima violenza ideologica, e le medesima vocazione al fallimento. Il motivo fondamentale per cui l’Italia non funziona, dunque, è perché esiste. (www.thefrontpage.it)


Parole chiave: politica sociologia storia

COMMENTI

Sono presenti 35 commenti per questo articolo

Antonio Bevilacqua
Amen.
il 18 Marzo 2011

Fabio Combariati
Non mi pare che l'Italia così divisa fosse governata bene. Le miniere di ferro di Pazzano in Calabria, ad esempio, passavano da mano in mano come concessione e regalia tra vari principi, e re. L'analfabetismo, al Centro ed al Sud dell'Itali...a imperversava e tutto ciò a vantaggio dei Papi. Infatti liberata Roma nel 1861, i bersaglieri si trovarono di fronte ad una popolazione analfabeta al 78%. Essere apolidi e figli del mondo, in fondo, ci ha ridotti alla povertà ed alla mercè di chiunque. Non capisco perchè noi italiani non dovremmo avere il senso di appartenenza ad una nazione. Il senso della nazione è un sentimento, ed i sentimenti e le passioni sono il sale della vita. La lega ad esempio si è appropriata di segni che non le appartengono. Il Nabucco appartiene storicamente al Risorgimento.
il 18 Marzo 2011

Antonella Caivano (utente non registrato)
 solo questo mi trova d'accordo "i soli ad avvantaggiarsene veramente sono stati i preti"..mi viene da pensare che hanno un diverso DNA
il 18 Marzo 2011

Fabiogreco (utente non registrato)
Da uomo della comunicazione di D'Alema a importatore del Grande Fratello, Rondolino continua a fare danni all'Italia. Lui, Velardi e Nicola Torre, quando stavano con baffetto a Palazzo Chigi a gestire la scalata Telecom, erano stati definiti da Guido Rossi "la merchant bank che non parla inglese". 
il 18 Marzo 2011

Eli Mcbett
Mi ricordo quando Benni recensiva libri inesistenti e io che le sentivo alla radio, pensavo fossero vere.... Invece erano semplicemente verosimili...
La mafia e la chiesa sono le cose piú verosimili da cui partire per immaginare l'unita d'Italia, comunque, assieme al caffé e all'analfabetismo (ossia mancanza di un linguaggio comune), anche se io mi ricordo che un tempo i contadini sapevano recitarti l'odissea a memoria...
il 18 Marzo 2011

Pio Antonio Caso
m'è sembrato di leggere un pettegolezzo, un riassunto del Salvemini, masticato male e digerito peggio.
il 18 Marzo 2011

Signorina Gonnamissme
 perchè gli opinionisti di recente non fanno altro che analizzare il passato? il tempo trascorso a risfogliare sussidiari non potrebbero impiegarlo analizzando personaggi ed eventi quotidiani? la cosa mi puzza, puzza di mancanza di coraggio. quanto al resto sono così tante le inesattezze che... che non mi arrabbio
il 18 Marzo 2011

Piero (utente non registrato)
Non sono molto d'accordo, non perchè non contenga del vero o meglio sarebbe dire del verosimile, ma perchè la storia in generale e quindi anche le nazioni e quant'altro, sono processi voluti dai popoli, se mi dici che lo stato è un'organismo che imprigiona  l'individuo e lo rende in parte schiavo potrei essere d'accordo ma non è l'anarchia la soluzione di tutto.forse un domani l'uomo inventerà altri modi di convivenza e sicuramente saranno migliori ma allo stato attuale non saprei cosa scegliere.inoltre quei stati prima dell'unità nazionale non erano dei capolavori di democrazia o di giustizia, si è cercato con l'unità di autogovernarsi se siamo capaci o meno è un'altra storia, però considera che le altre nazioni hanno avuto più tempo.comunque anche se l'italia prima del 1861 non era mai esistita ciò non vuol dire che non doveva esserci , c'è sempre la prima volta.l'importante è amare la propria terra intesa come mondo amari chi ti circonda inteso come esserri viventi , non come stupido patriottismo.
il 18 Marzo 2011

Annamaria Di Ciommo
Nooooooo la mia italica inesistenza mi è insopportabile. Mi fa sentire come "Il fu Mattia Pascal"
il 18 Marzo 2011

Giovanni Villone (utente non registrato)
Ma si ...facciamoci del male: non vedo l'ora di commuovermi davanti alla bandiera bianco - gigliata cantando l'inno borbonico "Viva Fernando il Re".
Il Marxismo come radice di tutti i totalitarismi, l'Italia mai stata unita dal paleolitico al 1961, gli stati preunitari abitati da contadini analfabeti ma felici perchè comunicavano perfettamente con decine di dialetti e perchè ottimamente amministrati da benevoli sovrani ...insomma una pluralità di bucoliche arcadie ...
Ovviamente nulla di tutto ciò è minimamente vero, né verosimile : il Marxismo è una dottrina più viva che mai; ha dato vita a movimenti politici che hanno consentito, come mai prima nella Storia, il riscatto materiale e morale di milioni di uomini. Nell'Impero romano la cittadinanza era conferita agli abitanti dell'area geografica più o meno coincidente con gli attuali confini dello stato italiano, ma già in epoca repubblicana esisteva una koinè sociale, culturale e linguistica unitaria. Per venire all'era volgare, già molto prima che l'unità politica fosse a calendario,gli intellettuali italiani di diversa provenienza geografica si incontravano nelle Università e comunicavano con una sola lingua; basti ricordare che la prima edizione del dizionario della lingua italiana della Accademia della Cusca risale al 1612, ma, come ben noto, il volgare  si era conformato come lingua diversi secoli prima ....
Una sola affermazione condivido in pieno: "l'antitaliano è una sottospecie particolarmente rivoltante dell'italiano medio"  ...appunto                   
il 18 Marzo 2011

Rosario Gianino
Dopo aver cercato di mostrare che in fondo in fondo Dio esiste...non è credibile  ;)
il 18 Marzo 2011

Marcello Staglieno (utente non registrato)
«Nella Destra storica confluirono tre componenti fondamentali, e solo apparentemente in contraddizione fra loro: la tradizione piemontese, lo storicismo meridionale, l'amministrazione lombarda. Unendo la forza della monarchia subalpina, l'ingegno speculativo delle élites borboniche e l'ordine amministrativo delle province austriache, la Destra pose i fondamenti dell'Unità italiana, pose tutte le premesse per la formazione dello Stato unitario [...]. A un popolo fondamentalmente anarchico, la Destra insegnò il rispetto della legge; a un popolo tradizionalmente pacifista, impose la coscrizione obbligatoria; a un popolo in maggioranza analfabeta, aprì le scuole pubbliche; a un popolo generalmente sanfedista o conformista, additò la salvezza nell'intimità della fede; a un popolo abituato a sottrarsi a tutti i gravami sociali, applicò il correttivo delle tasse e delle imposte; ai reazionari, oppose la coscienza delle conquiste definitive, ai rivoluzionari, il senso dei limiti storici, ai ribelli, il freno delle leggi inviolabili.Là dove sopravvivevano tradizioni municipali, vocazioni anarchiche, particolarismi gelosi, campanilismi sordi, odi di comuni o di borgo, il pretore e il carabiniere - i due “grandi missionari” dello Stato italiano - portarono la voce della comunità, imposero le leggi della collettività che annullavano tutti gli egoismi in nome di un principio religioso [...] La Destra additò l'esistenza della Nazione, segnò la meta dell'Unità nazionale,che esigeva un'adesione interiore,un atto di fede. Guardò a Roma, quando tutti si preoccupavano delle capitali regionali [...] Volle la scuola di Stato in un paese che era abituato ai collegi e agli istituti confessionali. Affermò la superiorità del diritto civile in un popolo che sempre aveva piegato alle leggi feudali o ecclesiastiche. Realizzò l'unità amministrativa in una terra legata a forme millenarie di feudalesimo [...]; vagheggiò un rinnovamento delle coscienze e degli spiriti, che non aveva nessuna rispondenza nella realtà di ieri e di oggi» (Giovanni Spadolini,. "L’eredità della Destra storica" in Autunno del Risorgimento, Le Monnier 1971, pp.373-375).
il 19 Marzo 2011

Mcbett (utente non registrato)
L'Italia non esiste, ma sta entrando in guerra.
L'Italia non esiste, ma ha una Costituzione da rispettare che dice cosí:
Art. 11 L'Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo.

Chi sta aprtendo per la guerra non sono Italiani, ma mercenari, vanno bloccati subito, cosí come le centrali nucleari non bisogna costruirle!!
il 20 Marzo 2011

Bruna Durante (utente non registrato)
Capisco Rondolino che deve vendere il suo libro, ma ragiona per stereotipi esattamente come quelli che lui dileggia. Sono totalmente d'accordo con fabio Combariati. Re Ferdinando, i Savoia e lo Stato Pontificio che regnavano su tutta l'Italia, teneteveli voi, io ne faccio volentieri a meno. Questa storia poi che l'Italia è bella ma sarebbe più bella senza gli Italiani, è un paradosso scritto ovviamente sempre per far parlare del suo libro, che se avesse scritto altro, non avrebbe sollevato nessuna polemica e addio vendite:-) Non mi piacciono le banalità e le ovvietà sull'Italia, né da una parte né dall'altra. Siamo come siamo, dobbiamo tentare di migliorare. A volte si fanno passi avanti, a vlte chilometri indietro è la vita, bellezza.
il 22 Marzo 2011

Giulio Olleia
Capisco che ora, tutti, dwevono battere il ferro finché è caldo... Se ci fosse uno che ci spiega perché l'ITALIA si chiama così non sarebbe male.
il 22 Marzo 2011

Giulio Olleia
Consiglierei inoltre Rondolino di farsi un giretto nei paesini dimenticati di Francia o di Stati Uniti, che sono diversi da Parigi e New York, vedrebbe una realtà ben diversa da quella "mitica" di Francia e Stati Uniti. E ho preso due nazioni a caso, di esempi ne ho a decine.
il 22 Marzo 2011

Antonella Riscica (utente non registrato)
L'Italia esiste eccome, oltre che geograficamente anche nell'orgoglio di che come me sà di "appartenerle", basta con l' inutile retorica trita e ritrita degli ultimi tempi.Chi ha "mancato" nel nostro paese e proprio la classe degli intellettuali, che dopo essersi autocelebrati, oggi scoprono che non hanno seminato alcun chè, un paese stimolato risponde, e invece retoricamente si distrugge la storia, è la banalizzazione degli scritti, è la commercializzazione del sapere che ha distrutto l'ideale. E poi ogniuno faccia la sua parte nell'infondere speranza, non è tempo di anarchizzare le coscienze.
il 22 Marzo 2011

Davide (utente non registrato)
E' vero l'Accademia della Crusca esiste da quattro secoli ma in origine era legata al dialetto fiorentino che solo successivamente si è imposto a livello nazionale proprio perchè idioma prediletto sopratutto dagli artisti poeti e scrittori che nel solco dei grandi scrittori fiorentini ne hanno fatto uso( uno su tutti Alessandro Manzoni che dovette riscrivere i Promessi Sposi dopo la nota sciacquatura in Arno;  e siamo nel 1840); distanti da esso rimase la nobiltà (  i Savoia continuarono a prediligere il francese fino ad Umberto I alle soglie del 1900) .Solo la riforma Gentili spalancò le porte ad un alfabetizzazione di massa in Italiano. Prova ne sia il fatto che ancor oggi non è difficile trovare  persone anziane o che hanno sempre vissuto lontano dai grandi centri che devono sforzarsi nell'esprimersi in italiano prediligendo  il dialetto.
il 23 Maggio 2011

Davide (utente non registrato)
Ma i preti non avevano mica bisogno dell'unità d'Italia...La Chiesa opera in tutto il mondo...E' universale...Non condivido nulla di questo pezzo. A mio avviso si confonde lo Stato con la Nazione che esiste, di fatto, da secoli.
il 13 Giugno 2011

Davide (utente non registrato)
Anzi qualcosa condivido: il giudizio su DC e PCI, forze di fatto straniere. Ma questo dipende dall'esito della seconda guerra mondiale, dalla resa senza condizioni e dalla scelta di non ribellarsi a decisioni provenienti dall'estero. Insomma dal carattere vigliacco e servile  dei capi dell'antifascismo
il 13 Giugno 2011

Davide (utente non registrato)
Gli ultimi due commenti con nome Davide sono miei, quello precedente no.
il 13 Giugno 2011

Davide (utente non registrato)
Scusi Rondolino, ma quale 800...di Italia scrivevano già Petrarca, Machiavelli, Dante...in alcuni scritti medioevali si parla di "italiani" che si battono contro tedeschi, francesi...ma ci faccia il piacere!

il 13 Giugno 2011

Davide (utente non registrato)
"...Dal Paleolitico fino al 1861 non c’è mai stato, neppure per una settimana, uno “Stato italiano...”. Oddio gli altri avranno fatto un pò prima ma dal Paleolitico a Giovanna d'Arco non era mai esistita nemmeno la Francia! O le sue considerazioni le allarga anche agli altri stati nazionali oppure non hanno nè capo nè coda...
il 13 Giugno 2011

Gino Lanzo (utente non registrato)
L'Italia unita deve finire al più presto, prima di causare altri danni.
Non ha senso che esista perché non esiste nessun popolo italiano, ma tante etnie che tra di loro non hanno niente a che fare, messe forzatamente assieme dall'espansionismo dei Savoia.
Quando torneremo a creare degli stati fondati sulle vere patrie allora torneremo a vivere in maniera civile e a essere rispettati nel mondo.
l'8 Ottobre 2011

Evo Giunti
Questo qui sopra è proprio un commento delirante. Con un unico  fondamento: il delirio.
l'8 Ottobre 2011

Qualcuno (utente non registrato)
L'Italia è perlopiù un'espressione geografica. Ho vissuto per anni con coinquilini provenienti da ogni regione ed effettivamente le differenze si sentono. Ognuno ha una mentalità differente, ognuno ha modi differenti di comportarsi nella vita quotidiana, per non parlare di alcuni meridionali che quando parlano in italiano hanno una pronuncia così deformata da risultare incomprensibili. Vivendo ognuno in casa propria con la propria famiglia, non si avvertono le differenze che ho notato io vivendo con altri.
Siamo tutti giovani, ma percepiamo le differenze in maniera incredibile. Inconsapevolmente quando accendiamo la televisione e sentiamo notizie provenienti dalla nostra regione di origine, proviamo sempre delle grandi emozioni, mentre se le stesse cose succedono da altre parti d'Italia, si e no che le ascoltiamo. Anche quando affrontiamo un discorso, siamo portati a fare sempre confronti con la nostra terra d'origine, pur essendo tutti italiani e, soprattutto tra i meridionali, ho notato che molti di loro quando vanno a vivere in una città del nord cercano altri loro conterranei che vi si sono stabiliti già da tempo... oppure quando senti gente, sempre italiana, che dice ai propri figli "moglie e buoi dei paesi tuoi" o genitori... che unificazione!
il 19 Dicembre 2011

Eleonora (utente non registrato)
Grazie Fabrizio Rondolino per quello che ha scritto!!! Sono pienamente d'accordo con lei. L'Italia non esiste. NON E' MAI ESISTITA!!! Io vorrei solo sapere chi è stato il tizio che improvvisamente ha chiamato Italia un ammucchio di staterelli in cui ciascuno faceva il comodo suo. Se può darmi una risposta in merito mi farà molto piacere.
Comunque io facevo parte dei Contarini ( Venezia, 8 dogi in famiglia) che quel disgraziato di Napoleone soppresse quando venne in Italia a chiedere soldati per la sua campagna in Russia. Il Lombardo Veneto non glieli diede e Venezia ( allora doge Manin, l'ultimo) combattè fino allo stremo Napoleone. Ma combatteva dal mare con le sue navi e fu sopraffatto ( famosi i suoi versi, riportati dal Giusti nella sua poesia: la peste infuria, il pan ci manca, sul ponte sventola bandiera bianca) e Napoleone ( stramaledetto) annesse il Lombardo Veneto al giogo austriaco.
Mi piacerebbe parlare con lei perché la sento una persona molto colta e vorrei sapere se sa comme è uscito fuori il nome Spagna ( la Gallia Cisalpina) e Francia ( la Gallia). L'unico paese che io conosca che porta il suo vero nome è l'Inghilterra., derivato dalla vittoria di Wilhelm de Conqueror che sbattè fuori i Normanni dal suo paese che chiamò New England ossia la Nuova terra. Successe nel 1000 D.C. e da allora è sempre rimasto England ossia Inghilterra.
Ma è l'unico!!!
Agli altri questi nomi chi glieli ha dati e quando?
Cordiali saluti e complimenti per quello che ha scritto.
Eleonora

il 7 Aprile 2012

Massimo Ceracchi (utente non registrato)
Mi sembra che l'articolo contenga qualcosa di interessante, nello stesso tempo però moltissimi giudizi e presupposti gratuiti. Credo che a questo punto qualcosa dell'Italia ormai sicuramente esista ed il problema è di dire se si ha da proporre delle soluzioni alternative alle popolazioni che, come le si voglia chiamare, stazionano sui territori in questione. Che l'Italia sia divenuta uno Stato Pontificio allargato mi pare corrisponda al vero, anche se credo sia l'effetto dell'incapacità dell'affermazione dello Stato italiano e non della volontà originaria della Chiesa che si è opposta ferocemente alla sua costituzione (ad es. scomuniche). Certo la borghesia italiana non è mai stata all'altezza di quella straniera ma questo non penso dipenda da una sua inferiorità genetica ma dal fatto di essere stata repressa , nella sua formazione storica, dalla Chiesa con un vigore maggiore rispetto agli altri Paesi. Credo siamo tutti consapevoli della capacità della Chiesa di essere convincente, con le buone o con le cattive. Nella situazione attuale queste problematiche sono essenziali e non apare chiaro il motivo del perché non si riesca a presentarle al popolo. Possibile che la Chiesa sia così forte da riuscire a controllare minuziosamente la situazione? Se fosse così, ed io purtroppo sono quasi convinto lo sia, siamo in pericolo e dobbiamo smuoverci per prendere delle posizioni non di sole lamentele e proteste, ma di cosa pragmaticamente fare. La storia passata, importantissima, ci serve come base di coscienza per affrontare il futuro e non per riprodurlo, cosa peraltro impossibile perché le copie non valgono nulla o sono patacche.   
il 16 Maggio 2012

Bertolino (utente non registrato)
Non è vero che l'italia non esiste. La riprova, perdonatemi,è data dal fatto che tutti voi siete nati in questo stato, che esiste innegabilmente come entità fisica. Se invece volete mettere in crisi la sua esistenza come idea, allora vi sbagliate di grosso: il concetto di Italia risale al tempo degli antichi Romani, già da quando Catone il censore identificava nella cultura e nella tradizione Italica il vero punto di forza dell'impero Romano. E' stato successivamente cantato nei versi di Dante e Petrarca,che ne auspicavano l'unificazione. Allora forse volete negare l'esistenza di una cultura Italiana. Ma esiste anche questa: la si intravede nell'arte,nel modo di vivere, anche e soprattutto nella lingua. Che è anche quella in cui si è espresso il poeta Giusti così come altri Veneziani...
C'è una certa tendenza in questo articolo a dare per scontate cose che non lo sono affatto con fare saccente,senza però citare fonti o fornire informazioni sufficientemente accurate. Generalizzare è sciocco sempre: non si può dire che tutti gli Italiani siano belli,brutti,intelligenti,onesti,ladri. Semplicemente non è possibile inquadrarli tutti in una sola categoria. Ma allora non si può dire neanche (logicamente) che tutti gli Italiani tendano a copiare ciò che è già stato fatto all'estero. Non confondiamo il funzionamento più che discutibile dell'apparato statale con l'atteggiamento generale di un popolo... e la frase di Massimo d'Azeglio sarà arguta quanto vi pare, ma è inopportuna ed è la fonte di tutte le complicazioni che abbiamo a rapportarci serenamente con la politica. 
Non si può certo portare come esempio di lodevole unità nazionale la Spagna,che racchiude all'interno dei propri confini i Paesi Baschi  e la Catalogna,entrambi fortemente indipendisti.
Per concludere:un' eventuale sottomissione dei governi nazionali ad un potere centrale europeo non vorrebbe necessariamente dire la fine degli stati come li vediamo noi oggi,mentre uno smembramento ''verso l'interno'' causerebbe la perdita totale di rilievo sul piano internazionale di tutti gli staterelli che verrebbero a formarsi,tranne forse (ironia della sorte) lo stato vaticano. Come si può ragionare in un'ottica così campanilistica quando potenze come la Cina e l'India si affacciano sulla scena internazionale,così immensamente popolose e (purtroppo) prive di scrupoli? Credete che se il Veneto fosse veramente uno stato a sé avrebbe qualche rilevanza internazionale?
Ovviamente no. Vi consiglio la lettura di un libro forse un po' più serio (e sicuramente più originale) per chiarirvi le idee:
di F.Bruno: Italia,vita ed avventure di un'idea.  
il 28 Maggio 2012

Bertolino (utente non registrato)
Errata corrige: non Giusti ma il poeta e patriota Arnaldo Fusinato.
il 28 Maggio 2012

Giovanni (utente non registrato)
Ho letto il commento di Eleonora su Napoleone e il Lombardo-Veneto: che grande confusione e quanta ignoranza!!! Anzitutto quando arrivò Napoleone non esisteva il Regno Lombardo Veneto (nato dopo il Congresso di Vienna nel 1815), esistevano invece la Repubblica di Venezia e l'Austria (quest'ultima dominava buona parte dell'attuale Lombardia, ma non il Veneto e il Friuli che erano veneziani!!). 
In secondo luogo il poeta ricordato non si chiama Giusti ma Fusinato, e la sua famosa poesia risale al 1849, quando Napoleone era già morto da 28 anni!! La poesia ricorda la caduta di Venezia contro gli austriaci dopo la breve esperienza della Repubblica di San Marco fondata da Daniele Manin e Niccolò Tommaseo in vista di un'annessione al futuro stato italiano! Studiate per Dio...
il 19 Dicembre 2012

Anonima (utente non registrato)
buuuuuuuuuuuuhhh rondolino
il 17 Gennaio 2013

Espatriata (utente non registrato)
In base alla mia esperienza, le differenze tra gente di diverse parti d'Italia si notano solo quando si è in Italia. Una volta che gli italiani s'incontrano all'estero, tutte queste disparità, magicamente, svaniscono; ci ritroviamo tutti a pensarla esattamente allo stesso modo, per qualche strana ragione...
E poi le differenze culturali (ed etniche) esistono in ogni Stato: gli inglesi del nord, per esempio (intorno a Newcastle), sono completamente diversi dai londinesi, per non parlare dei gallesi (che parlano una lingua diversa) e degli scozzesi, da sempre fautori della devolution.
Questo ci autorizza a sfasciare tutto quello che abbiamo così faticosamente messo insieme e dar vita a una moltitudine di villaggetti campanilistici?
il 23 Marzo 2013

Giovanna (utente non registrato)
Sono perfettamente d'accordo con l'autore di questo articolo.
Non è la prima volta che leggo commenti simili a quelli inerenti all'articolo, chi dice che l'Italia non esiste, chi dà del delirante o dell'ignorante a chi lo ha scritto...anch'io come ha detto un'altra persona ho a che fare con italiani di varie regioni, siamo tante etnie con diverse culture e comportamento.
La parola ''enia'' non significa ''razze diverse'', significa che non esiste ''l'italiano''.
Un piemontese ha un atteggiamento completamente diverso da quello di un campano, in Italia e all'estero e chi dice che all'estero diventiamo tutti uguali, a mio parere esprime solo un suo desiderio.

il 22 Novembre alle 12.20

Alessandro (utente non registrato)
Verissimo. Purtroppo hanno ripetuto l'errore, amplificato, con l'Europa.
il 15 Giugno alle 13.57

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