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La sacra bibita



di Marco Aime

Foto Martin Harvey/Getty Images

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Da tre o quattrocento anni gli abitanti d’Europa inondano le altre parti del mondo e pubblicano senza posa nuove raccolte di viaggi e relazioni, ma io sono persuaso che i soli uomini che conosciamo siano gli europei.
J.J. Rousseau,  Discorso sull’origine dell’ineguaglianza

  
Viaggiando in Africa occidentale (ma non solo) non è raro incontrare donne con orecchini ricavati da rullini fotografici, collane fatte con monete europee fuori corso, ciabatte confezionate con avanzi di copertoni, giocattoli realizzati con lattine riciclate e numerosi altri esempi di appropriazione e rielaborazione di oggetti provenienti dall’esterno. Nel villaggio di Ganà, non lontano da Bohicon (Benin), ho assistito ad un rituale di sacrificio eseguito in un boschetto sacro poco distante dall’abitato: il sacerdote indossava un cappellino di lana col pompon e al culmine della celebrazione ha stappato una bottiglietta di Fizzy, una bevanda gassata al sapore di frutta, e l’ha versata sull’altare in segno di offerta. Similmente, Jean-Loup Amselle ricorda come i luo del Kenya utilizzino la coca cola in occasione dei matrimoni, facendola entrare così nella categoria dei beni rituali. (…) 

Estate 1987, strada Nairobi-Arusha. L’autista del bus è un kikuyu simpatico e chiacchierone. Mentre percorriamo la savana appena a sud della città vedo due masai, vestiti come ci si aspetta che siano vestiti i masai, camminare lungo la strada. “Quelli sono masai!” dico entusiasta girando il capo per seguirli con lo sguardo, mentre sfilano accanto al bus che corre rapido. L’autista mi guarda contrariato. E’ quasi arrabbiato: “Voi bianchi non vi capisco. Siete venuti a civilizzarci, avete portato la modernità, le auto, le città. Poi venite qui e nemmeno guardate i grattacieli di Nairobi! Nairobi è una grande città, moderna, ma voi andate a cercare quelli che vivono nelle capanne. I selvaggi, come quei masai. Guarda come sono vestiti loro e guarda come sono vestito io!”. (…)
 
Marcel Griaule riporta che nel 1935, mentre assisteva a una danza, vide comparire una maschera che non somigliava ad alcuna delle settantotto maschere tradizionali da lui conosciute e studiate. In quell’occasione fece la sua comparsa un personaggio dalle movenze ondulanti, con in mano un finto taccuino e una penna, nell’atto di porre domande alla gente e di trascriverne le risposte, seguito da un interprete: era nata la maschera dell’etnologo. I dogon avevano inglobato nelle loro rappresentazioni un elemento nuovo, una figura che era entrata a far parte della loro vita. Analogamente, in un documentario girato da Jean Rouch compare la maschera del poliziotto che soffia in un fischietto, agita un bastone e finge di dare multe agli spettatori presenti. (...)
Marco Aime, L’incontro mancato, Bollati Boringhieri

Parole chiave: antropologia occidente

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