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Luna e gnac



di Italo Calvino




Un’insegna pubblicitaria di notte, con la sua alterna vicenda di accensioni e di spegnimenti, dà alla realtà circostante contorni innaturali. I bambini che si affacciano alla finestra dell’abbaino per contemplare il cielo si vedono per alcuni momenti sopraffatti dalla luce al neon che appiattisce la bellezza del cielo notturno. Ma tra la luce tagliente dell’insegna e la luce delicata e gentile della luna e delle stelle c’è uno spazio di breve durata che si concede ai sogni ora puerili ora favolosi dei genitori e dei ragazzi.
Sarà un colpo bene assestato di un sasso lanciato con la fionda a  spegnere l’insegna luminosa, per ristabilire il rapporto con l’ambiente circostante, per allontanare la luce offensiva del neon. Ma ecco che s’insinua la civiltà dei consumi, con la smania del guadagno che contamina Marcovaldo, facendo di lui un collaboratore della spietata macchina pubblicitaria:  una nuova insegna luminosa, ancora più sfacciata e più violenta della concorrente,  installata sul tetto della sua casa. E il margine di tempo per i sogni si riduce a pochissimi istanti. L’intimità è sempre più limitata e denudata dallo squallore prepotente della vita urbana e la zona dei sogni è sempre più occupata dall’artificio e dalla menzogna.



Luna e gnac

La notte durava venti secondi, e venti secondi il Gnac. Per venti secondi si vedeva il cielo azzurro variegato di nuvole nere, la falce della luna crescente dorata, sottolineata da un impalpabile alone, e poi stelle che più si guardavano più infittivano la loro pungente piccolezza, fino allo spolverio della Via Lattea, tutto questo visto in fretta in fretta, ogni particolare su cui ci si fermava era qualcosa dell’insieme che si perdeva, perché i venti secondi finivano subito e cominciava il Gnac.
 
Il Gnac era una parte della scritta pubblicitaria  Spaak-Cognac sul tetto di fronte, che stava venti secondi accesa e venti spenta, e quando era accesa non si vedeva nient’altro. La luna improvvisamente sbiadiva, il cielo diventava uniformemente nero e piatto, le stelle perdevano il brillio,  e i gatti e le gatte che da dieci secondi lanciavano gnaulii d’amore muovendosi languidi uno incontro all’altro lungo le grondaie e le cimase, ora, col Gnac, s’acquattavano sulle tegolea pelo ritto, nella fosforescente luce al neon.
 
Affacciata alla mansarda in cui abitava, la famiglia di Marcovaldo era attraversata da opposte correnti di pensieri. C’era la notte  e Isolina coi suoi diciott’anni si sentiva trasportata per il chiar di luna, il cuore le si struggeva, e fino il più smorzato gracchiar di radio dai piani inferiori dello stabile le arrivava come i rintocchi d’una serenata;  c’era il Gnac e quella radio pareva pigliare un altro ritmo, un ritmo jazz, e Isolina si stirava nella vestina stretta e pensava ai dancing tutti luci e lei poverina lassù sola.
 
Daniele e Michelino, otto e sei anni, sgranavano gli occhi nella notte e si lasciavano invadere da una calda e soffice paura d’esser circondati da foreste piene di briganti; poi, il Gnac! e scattavano coi pollici dritti e gli indici tesi, l’uno contro l’altro: - Alto le mani! Sono Superman! – Domitilla, la madre, a ogni spegnersi della notte pensava: «Ora questi ragazzi bisogna ritirarli, quest’aria può far male. E Teresina affacciata a quest’ora è una cosa che non va!» Ma poi tutto era di nuovo luminoso, elettrico, fuori come dentro, e Domitilla si sentiva in visita in una casa di riguardo.

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Parole chiave: letteratura italo calvino

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