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Luna e gnac



di Italo Calvino

Fiordaligi, invece, ragazzo quindicenne precocemente sviluppato,

vedeva ogni volta che si spengeva il Gnac apparire dentro la voluta del gi la finestrina appena illuminata d’un abbaino, e dietro il vetro un viso di ragazza color di luna, color di neon, color di luce nella notte, una bocca ancor quasi da bambina che appena lui le sorrideva si schiudeva impercettibilmente e già pareva aprirsi in un sorriso, quando tutt’un tratto dal buoi rispettava quello spietato gi del gnac e il viso perdeva i contorni, si trasformava in una fioca ombra chiara, e della bocca bambina non si sapeva più se aveva risposto al suo sorriso.
 
In mezzo a questa tempesta di passioni, Marcovaldo cercava di insegnare ai figlioli la posizione dei corpi celesti.
– Quello è il Gran Carro, uno due tre quattro e lì il timone, quello è il Piccolo Carro, e la Stella Polare segna il Nord.
– E quell’altra, cosa segna?
– Quella segna ci. Ma non c’entra con le stelle. È l’ultima lettera della parola cognac. Le stelle invece segnano i punti cardinali. Nord Sud Est Ovest. La luna ha la gobba a ovest. Gobba a ponente, luna crescente. Gobba a levante, luna calante.
 
– Papà, allora il cognac è calante? La ci ha la gobba a levante!
– Non c’entra, crescente o calante: è una scritta messa lì dalla ditta Spaak.
– E la luna che ditta l’ha messa?
– La luna non l’ha messa una ditta. È un satellite, c’è sempre.
– Se c’è sempre,  perché cambia di gobba?
– Sono i quarti. Se ne vede solo un pezzo.
– Anche di cognac se ne vede solo un pezzo.
– Perché c’è il tetto del palazzo Pierbernardi che più alto.
– Più alto della luna?
 
E così, ad ogni accendersi del gnac, gli astri di Marcovaldo andavano a confondersi coi commerci terrestri, ed Isolina trasformava un sospiro nell’ansimare d’un mambo canticchiato, e la ragazza dell’abbaino scompariva in quell’anello abbagliante  e freddo, nascondendo la sua risposta al bacio che Fiordaligi aveva finalmente avuto il coraggio di mandarle sulla punta delle dita, e Daniele e Michelino coi pugni davanti al viso giocavano al mitragliamento aereo, – Ta-ta-ta-tà… – contro la scritta luminosa che dopo venti secondi si spegneva.
 
– Ta-ta-ta-tà…Hai visto, papà, che l’ho spenta con una sola raffica? – disse Daniele, ma già, fuori della luce al neon, il suo fanatismo guerriero era svanito e gli occhi gli si riempivano di sonno. – Magari! – scappò detto al padre, – andasse in pezzi! Vi farei vedere il Leone, i Gemelli…
– Il Leone! – Michelino fu preso d’entusiasmo. – Aspetta! – Gli era venuta un’idea. Prese la fionda, la caricò del ghiaino di cui sempre aveva in tasca una riserva, e tirò una sventagliata di sassolini con tutte le forze contro il gnac.
 
Si sentì la gragnuola cadere sparpagliata sulle tegole del tetto di fronte, sulle lamiere della gronda, il tintinnio dei vetri d’una finestra colpita, il gong d’un sassolino picchiato giù sulla scodella d’un fanale, una voce in strada: – Piovono pietre! Ehi lassù! Mascalzone! – Ma la scritta luminosa proprio sul momento del tiro s’era spenta per la fine dei suoi venti secondi.
 
E tutti nella mansarda presero mentalmente a contare: uno due tre, dieci undici, fino a venti. Contarono diciannove, tirarono il respiro, contarono venti, contarono ventuno ventidue nel timore d’aver contato troppo in fretta, ma no, il gnac non si riaccendeva, restava un nero ghirigoro male decifrabile intrecciato al suo castello di sostegno come la vite alla pergola. – Aaah! – gridarono tutti e la cappa del cielo s’alzò infinitamente stellata su di loro.

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Parole chiave: letteratura italo calvino

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