uncommons

words



Luna e gnac



di Italo Calvino

Marcovaldo, interrotto a mano alzata

nello scapaccione che voleva dare a Michelino, si sentì come proiettato nello spazio. Il buio che ora regnava all’altezza dei tetti faceva come una barriera oscura che escludeva laggiù il mondo dove continuavano a vorticare geroglifici gialli e verdi e rossi, e ammiccanti occhi di semafori, il luminoso navigare dei tram vuoti, e le auto invisibili che spingono davanti a sé il cono di luce di fanali. Da questo mondo non saliva lassù che una diffusa fosforescenza, vaga come un fumo.
 
E ad alzare lo sguardo non più abbarbagliato, s’apriva la prospettiva degli spazi, le costellazioni si dilatavano in profondità, il firmamento ruotava per ogni dove, sfera che contiene tutto  e non la contiene nessun limite, e solo uno sfittire della sua trama, come una breccia, si apriva verso Venere, per farla risaltare sola sopra la cornice della terra, con la sua ferma trafittura di luce esplosa e concentrata in un punto.
 
Sospesa in questo cielo, la luna nuova anziché ostentare l’astratta apparenza di mezzaluna rivelava la sua natura di sfera opaca illuminata intorno dagli sbiechi raggi d’un sole perduto dalla terra, ma che pur conservava – come può vedersi solo in certe notti di primavera – il suo caldo calore.
E Marcovaldo, a guardare quella stretta riva di luna tagliata là tra ombra e luce, provava una nostalgia come di raggiungere una spiaggia rimasta miracolosamente soleggiata nella notte.
Così restavano affacciati alla mansarda, i bambini spaventati dalle smisurate conseguenze del loro gesto, Isolina rapita come in estasi, Fiordaligi che unico tra tutti scorgeva il fioco abbaino illuminato e finalmente il sorriso lunare della ragazza. La mamma si riscosse: – Su, su, è notte, cosa fate affacciati? Vi prenderete un malanno sotto questo chiaro di luna!
 
Michelino puntò la fionda in alto. – E io spengo la luna! –  Fu acciuffato  emesso a letto.
Così per il resto di quella e per tutta la notte dopo, la scritta luminosa sul tetto di fronte diceva solo Spaak-Co e dalla mansarda di Marcovaldo si vedeva il firmamento. Fiordaligi e la ragazza lunare si mandavano baci sulle dita, e forse parlandosi alla muta sarebbero riusciti a fissare un appuntamento.
 
Ma la mattina del secondo giorno, sul tetto, tra i castelli della scritta luminosa si stagliavano esili esili le figure di due elettricisti in tuta, che verificavano i tubi e i fili. Con l’aria dei vecchi che prevedono il tempo che farà, Marcovaldo mise il naso fuori e disse: – Stanotte sarà di nuovo una notte di gnac.
 
Qualcuno bussava alla mansarda. Aprirono. Era un signore con gli occhiali.
– Scusino, poteri dare un’occhiata dalla loro finestra? Grazie, – e si presentò: – Dottor Godifredo, agente di pubblicità luminosa.
«Siamo rovinati! Ci vogliono far pagare i danni – pensò Marcovaldo e già si mangiava i figli con gli occhi, dimentico dei suoi rapimenti astronomici. – Ora guarda dalla finestra e capisce che i sassi non possono essere stati tirati che di qua».
 
Tentò di mettere le mani avanti: – Sa, son ragazzi, tirano così, ai passeri, pietruzze, non so come mai è andata a guastarsi quella scritta della Spaak. Ma li ho castigati, eh, se li ho castigati! E può star sicuro che non si ripeterà più.
 
Il dottor Godifredo fece una faccia attenta. – Veramente, io lavoro per la «Cognac Tomawak», non per la «Spaak». Ero venuto per studiare la possibilità d’una réclame luminosa su questo tetto. Ma mi dica, mi dica lo stesso, m’interessa.
 
Fu così che Marcovaldo, mezz’ora dopo, concludeva un contratto con la «Cognac Tomawak», la principale concorrente della «Spaak». I bambini dovevano tirare con la fionda contro il gnac ogni volta che la scritta veniva riattivata.
 
– Dovrebb’essere la goccia che fa traboccare il vaso, – disse il dottor Godifredo. Non si sbagliava: già sull’orlo della bancarotta per le forti spese di pubblicità sostenute, la «Spaak» vide i continui guasti alla sua più bella réclame luminosa come un cattivo auspicio. La scritta che ora diceva cogac ora conac ora cong diffondeva tra i creditori l’idea d’un dissesto; a un certo punto l’agenzia pubblicitaria si rifiutò di fare altre riparazioni se non le venivano pagati gli arretrati; la scritta spenta fece crescere l’allarme tra i creditori; la «Spaak» fallì.
 
Nel cielo di Marcovaldo la luna piena tondeggiava in tutto il suo splendore. Era l’ultimo quarto, quando gli elettricisti tornarono a rampare sul tetto di fronte. E quella notte, a caratteri di fuoco, caratteri alti e spessi il doppio di prima, si leggeva Cognac Tomawak, e non c’erano più luna né firmamento né cielo né notte, soltanto Cognac Tomawak, Cognac Tomawak che s’accendeva e si spegneva ogni due secondi.
Il più colpito di tutti fu Fiordaligi; l’abbaino della ragazza lunare era sparito dietro a un’enorme, impenetrabile vu doppia.
Italo Calvino, Marcovaldo

<<< Pagina precedentePagina
di 3
 
Parole chiave: letteratura italo calvino

COMMENTI

condividi

Feed

   

archivio

accedi


Se non l'hai ancora fatto, registrati!
Hai per caso dimenticato la password?
benvenuto   Puoi accedere o registrarti.

gli ultimi articoli in words

rubriche

ultimi commenti

gli ultimi articoli pubblicati

i più letti

tag cloud

CHI E' UNCOMMONS Uncommons è © 2021 proprietà riservata Tramas Web